Tredicesima lectio Mario Stoppino: il contributo di Franco Rositi

ottobre 23rd, 2018 | by Ludovica Taurisano
Tredicesima lectio Mario Stoppino: il contributo di Franco Rositi
Attualità

Per il tredicesimo anno consecutivo, studiosi, appassionati, amici si riuniscono nell’ Aula Volta dell’Università di Pavia per celebrare la memoria di Mario Stoppino, docente di Scienza Politica e Politica Comparata, in occasione della lectio a lui dedicata. Il 18 ottobre, a ricordare il collega e mentore, l’attuale Professore di Scienza Politica, Francesco Battegazzorre, il Rettore del Collegio Ghislieri Professore Andrea Belvedere e la direttrice del Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali Professoressa Enrica Chiappero.

download.jpgAl maestro, fondatore e direttore della rivista “Quaderni di Scienza Politica” e del CASIP (Centro interuniversitario di analisi dei simboli e delle istituzioni politiche), oltre che presidente della Società italiana di Scienza politica e del Centro di scienza politica presso la Fondazione Giangiacomo Feltrinelli di Milano, si riconosce il merito di aver fatto avanzare la scienza politica nei suoi apparati teorici, definendone l’oggetto di studio attraverso ragionamenti lucidi e analisi concrete condotte a partire da una più ampia teoria generale della politica. Autore di volumi noti quali “Potere politico e stato” (Milano, Giuffrè), scrive l’introduzione all’opera di H. D. Lasswell “Potere, politica e personalità” (Torino, Utet); tra le opere che ancora oggi fungono da vademecum per gli aspiranti politologi, ricordiamo “Potere ed élites politiche: saggi sulle teoriee Potere e teoria politica”, entrambi editi da Giuffrè

E di Stoppino, ne menziona i moniti e i giudizi severi Franco Rositi, Professore emerito di Sociologia dell’Università di Pavia, prima di affrontare una questione talmente saliente da divenire matrice di un’opinione pubblica inconsapevole: “Giustificare oppure spiegare. A proposito di valori e prezzi di mercato”, o meglio, che tipo di relazione sussiste nel binomio prezzo valore? E qual è l’irriducibile diversità della giustificazione a cui ricorre la vita quotidiana nelle economie capitalistiche?

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La disamina della questione copre una scia di pensiero che ha origini nella tradizione giuridica romana, in cui il contratto è definito come legittimo dalla volontarietà dello scambio, che è perciò equo. La dottrina gode poi di un certo successo nella Scolastica – tanto che lo stesso Tommaso d’Aquino si serve della nozione di aequālitās–  e permea la mentalità europea in una direzione precisa: nell’ attribuire un valore alla merce, il mercante utilizza come punti di riferimento non soltanto un bagaglio di competenze valutative acquisito, ma una nozione condivisa di bene comune. In questa prima fase, è la communis aestimatio a giustificare i prezzi, una valutazione che è esito delle opinioni condivise di uomini savi.

In seguito, il valore diventa un intreccio di soggettività e oggettività. I riferimenti teorici sono dotti e numerosi, dall’ inquietante e fascinosa sentenza della “distruzione creatrice” di Schumpeter, senza dimenticare il ruolo della fatica impiegata  per la produzione in Smith, fino ad una teoria del mercato che si colloca su un piano non solo antropologico ma storico-empirico, cioè quello di Ricardo e Marx. Questi contributi smantellano progressivamente la nozione di “iustum”: la comunanza diviene inadeguata e incapace di restituirci il valore intrinseco delle merci, di fatto inconoscibile. Per questo motivo, la teoria di misurazione dei prezzi va ben oltre il dominio fisico del costo: l’economia neoclassica marginalista si sbarazza della tensione tra i concetti di valore e prezzo ricorrendo agli psicologismi delle preferenze dell’homo oeconomicus e ai postulati di razionalità e massimizzazione della funzione di utilità. E consapevolmente ignara che non possediamo tutte le informazioni che ci sono necessarie per compiere delle scelte pienamente razionali, che siamo irrazionali nel desiderio e, soprattutto, dimentica del profondissimo e insanabile isolamento che ci affligge.

Rositi si cimenta in una lezione economica ma non tradisce la sua formazione di sociologo e la sua intima conoscenza dell’umana natura. Se assumiamo che solo le preferenze espresse sono conoscibili, ebbene, esse possono essere rivelate soltanto ex-post, come esito del processo di mercato: nel recinto mercantile è un “atomismo taciturno” a muoverci. E allora cosa ce ne facciamo della croce di Marshall? E che significa che il prezzo è determinato dall’ interazione tra domande e offerta? La nuova economics è forse una teoria soggettiva dei prezzi che trascura il valore?download (1).jpg

Prima di studiare la microeconomia, ci è stato insegnato che il consumatore ha sempre ragione: il consumatore è, effettivamente, sovrano, nel senso che le preferenze, già definite come incommensurabili e inesprimibili, finiscono per convergere su alcune merci. Ma come si produce la convergenza in un popolo di consumatori sovrani e disorganizzati? Serve un agente. L’agente, anzi, che assegni il valore: il marketing, la pubblicità.  E non c’è nessuna oggettività in questa operazione. Il modello individualistico dominante delle preferenze soggettive trova conferma: siamo irripetibili, anche se nelle personalissime vie alla felicità che ci prospettano, nutriamo identici desideri.
Non c’è spazio, pertanto, per una considerazione comune del valore della merce in relazione al prezzo, perché ci pervade un senso di aleatorietà e indeterminatezza, lo stesso rischio dei titoli in Borsa o delle fonti di reddito: l’ incertezza delle nostre stesse preferenze. Siamo impotenti. E non nel senso di ricchi parigini afflitti dallo spleen, dice Rositi in rimembranze baudeleriane: non siamo affatto padroni del mercato, ma bestie di un mercato che diviene il nostro ambiente naturale.

Nel tentativo di rispondere all’incipit sulla convivenza possibile tra prezzo e valore, il professore elabora una riflessione amara: le regole di condotta dell’economia di mercato promettono una felicità futura a coloro abbastanza forti da sopravvivere per intravederla.  La contemporanea filosofia giustificazionista riposa proprio nella razionalità neo-liberista della più recente economia, che ci getta nella cornice di una ontologia naturalistica: se siamo costretti ad obbedire alle leggi naturali del mercato, quella mano invisibile e indomabile, oseremmo dire,  è una minaccia inconoscibile da cui difendersi, e l’etica sta proprio in questo tentativo di lotta.

È questa competizione di tutti, questo sbranarsi convulso a generare il progresso perché tutti i gladiatori-consumatori sono potenzialmente imperatori-imprenditori. Sfortunatamente, la controparte di questa etica dello sviluppo è che l’eroismo di massa comporta sempre, per necessità, un’enorme massa di perdenti. E del resto, di questi “vinti” qualcuno aveva già parlato e, adesso, quei sassolini erosi da una fiumana ci sembrano sempre più familiari.