#AngolidiPavia – Il Ponte Coperto

ottobre 21st, 2018 | by Davide Spinelli
#AngolidiPavia – Il Ponte Coperto
Pavia

Il Ponte Coperto è stata la prima cosa che ho vista di Pavia. Era una domenica di ottobre, quando l’autunno inizia a farsi sentire, ma è ancora immaturo e ingenuo. Il percorso per l’inverno è pieno di consapevolezza, e gli autobus in Corso Strada Nuova sono pieni di matricole che non sanno a quale fermata scendere. Si percepiscono chili di incertezza, stipati nei sedili e nella salita fino all’ingresso della sede centrale. Ma prima ho visto il ponte, perché sono arrivato in città dalla parte sbagliata.
Ci sono tornato poco prima della sera, senza conoscere nessuno, ma avendo poca paura della solitudine al tramonto. Il gorgoglio dell’acqua era identico al suono delicato di un banjo in un pezzo bluegrass. Cosa che mi ha fatto spezzare un sorriso alla panchina tiepida dove mi sono mezzo disteso. Con una Lucky Strike blue appena accesa. La luce procace del lampione mi faceva l’occhiolino. Ho pensato di alzarmi e guardare il Ticino dall’alto del ponte, ma le ombre che sfumavano le loro forme improbabili erano attraenti.
Sulle piccole colonne oltre i mattoni arancio scuro credo di aver appeso i miei pensieri, sperando che il sole fosse ancora capace di asciugarne l’odore. Mi è venuto in mente il futuro, senza nessuna immagine, ma quando ho riconosciuto il respiro della paura, mi sono tranquillizzato. Perché non ero pronto. Per nulla. È possibile promettere una cosa così? Promettere, io non sarò mai pronto? Proprio quando stavano per chiedermi il contrario. Torno a casa, ho detto. Dai: come posso farlo? Tra le mille facce che si incontrano nel pezzo di mondo che si sceglie di vivere. Vorrei solo fosse così: Poiché non so dove fuggi, tu non sai dove vado. Quante ne sapeva Baudelaire, direbbe mia sorella.

Ho pensato a Pavia dal fiume, e l’ho vista sbilenca. Le case come una scala e i tetti una lunga passeggiata. Ho cercato di credere al suo modo di conoscermi, ma era ancora presto. E io sono diffidente, perché non parlo, o parlo troppo di quello che non sono. Ma in quel momento andava bene così; ci stavamo stringendo la mano per la prima volta. Il gesso della panchina era ruvido. Mi sono alzato, e ho percorso a ritroso Strada Nuova, come le dita la linea sinuosa della schiena.

Alla fine della salita, la strada si è piegata a destra, come le ragazze quando nascondono i capelli sopra l’orecchio. Guardandomi indietro, ho ritrovato lo sguardo degli alberi nell’acqua. Allora mi è venuta in mente L’isola che non c’è di Bennato. Stavo credendo a qualcosa che non c’era. E ho pensato che fosse un bel modo per iniziare qualcosa di nuovo – ingannando il tempo, con il cuore un po’ scoperto. È solo fantasia.