Murakami e il vetro #2

ottobre 19th, 2017 | by Davide Spinelli
Murakami e il vetro #2
Cultura

E’ mattina. L’acqua scorre sotto il rubinetto. Le mani, insieme, la raccolgono. L’acqua scorre sul viso.
La schiena s’inarca, le mani stropicciano gli occhi sbilenchi. Il riflesso sullo specchio è nitido. Poi all’improvviso si rompe. Hajime e Shimamato l’hanno colpito. Ma i pezzi di vetro sul pavimento continuano a suggerire la stessa figura. E poi evaporano, come bolle di sapone. Mi ritrovo seduto in metropolitana; leggo. La ragazza al mio fianco ha il volume della musica molto alto e riesco a distingue Cuore di cane di Cesare Cremonini.

Di A sud del Confine, a ovest del sole (1992).

A dodici anni, per la prima volta, Hajime e Shimamoto si prendono per mano. Murakami permette che siano loro a frantumare e ricomporre i pezzi della loro vita. Osserva quello che accade e lo racconta con naturalezza, quasi lo sentisse distante. Si apre una intima voragine fra narrazione e narratore. Ed in questo spazio lo scrittore giapponese inserisce una potentissima colonna sonora. Da Rossini a Nat king Cole, da Schubert a Duke Ellington. E c’è anche quella canzone, che sicuramente Murakami non conosce. Che però un giorno potrebbe sentire nel mondo scritto da qualcun altro. Dice: «c’è una strada, che ci porta io e te, a stare insieme. Non importa dove porta, so che c’è. È una mano, che sa cos’è meglio per l’altra.» Ed è come se Murakami chiedesse ad ognuno di noi di cercare la canzone giusta ed ascoltarla accanto alle immagini di questa storia. Io la trovo nella ragazza accanto. Perché «tutte le canzoni, anche quelle brutte, servono a conservare la memoria del passato» (Marcel Proust)che Murakami scopre assieme al lettore, pagina dopo pagina.

Hajime, esaminando il suo corpo allo specchio, prova riordinare una esistenza incompleta, tra le tre donne della sua vita: Shimamoto, Izumi e Yukiko. Tre donne per tre età del tempo. Yukiko conserva in Hajime la consapevolezza della maturità, racchiudendo nelle sue debolezze la lealtà dell’amore coniugale, che risulterà l’ancora di salvezza del marito. Che su Izumi invece è molto chiaro: «C’era nei suoi occhi un silenzio così profondo da assorbire qualsiasi suono e impedirgli di riemergere. Solo silenzio. Gelido silenzio». Silenzio che s’inerpica nell’assordante rumore del jazz bar di Hajime, proprio nei minuti in cui la musica è muta. Spesso sostituisce i dialoghi fra i quattro personaggi, regalando le risposte che nelle parole non hanno soluzione.

«In quelle cinque dita e in quel palmo era racchiuso, come in una minuscola vetrinetta, tutto quello che c’era da sapere sulla vita». Come se una mano sapesse cos’è meglio per l’altra, Hajime trova in Shimamoto l’amore magnetico e passionale, che per la prima volta lo fa sentire vivo. Vitalità che è rappresentata da Murakami come il principale motore di tutti i possibili intrecci di questo romanzo. Legami che sconfinano la dimensione narrativa ed emotiva del libro, assumendo i caratteri di una semplice verità. Joyce diceva che la vita è come un’eco, e che se non ti piace è perché il messaggio che mandi è sbagliato; Murakami è d’accordo, ma raggiunge forse una consapevolezza superiore: Non vivremo nessun altra vita oltre la nostra.

È abbastanza? Murakami offre possibilità, vie d’uscita e di ritorno. E nel frattempo rielaboro il famoso aforisma di Kierkegaard: «la vita può essere capita solo all’indietro, ma essere vissuta solo in avanti». E la strada, quella che non importa dove porta, c’è. Murakami sfreccia a tutta velocità lungo i rettilinei più lunghi e le curve più strette. Qualche volta fora le gomme, proprio sopra quei pezzi di vetro. In A sud del Confine, a ovest del sole, i cocci restano sparpagliati sull’asfalto, senza forma; e sono soltanto quattro: Hajime, Shimamoto, Izumi, Yukiko. Quattro personaggi e una vita sola – alla ricerca «non di qualcosa con cui fare […], ma piuttosto di qualcosa per essere» (Henry David Thoreau, Walden).

Sul palcoscenico cala il sipario, ma fra il pubblico aleggia il sospetto che nessuno degli interpreti stesse recitando. Ecco il perché della la musica, ecco il perché il del sesso, ecco il perché di una storia del genere. Dalle tinte estremamente realistiche – così vera da spaventare e coinvolgere.

L’uomo comune che è Hajime si fa portavoce di una rivoluzione intima e leggera dell’anima del lettore. Sposta i pezzi di quest’ultima capitolo dopo capitolo. C’è chi li rimette in ordine, c’è chi trova un’altra combinazione. Perché i personaggi di Murakami hanno due possibilità: chiusa la copertina, evaporano o crescono. Figure intense, i primi, che riscaldano le nostre fragilità. Mostrano come fare e poi spariscono. I secondi nascono adulti e tornano bambini stringendoci la mano.
Ricordo che Philip Pullman dona ad ogni umano un daimon, come incarnazione dell’anima di ciascuno. Credo che Murakami trasponga inconsapevolmente l’intuizione dello scrittore inglese: accanto all’uomo ripone un altro uomo. L’unica cosa che potrà mai essere davvero abbastanza. – Oltre a tutto il resto – potrebbe rispondermi Murakami.

Perché se c’è una strada che porta Hajime e Shimamoto a stare insieme, c’è n’è anche un’altra fra Murakami e i suoi personaggi. E noi.

E’ sera. Scendo alla mia fermata. La luce dei lampioni è fioca. Mi siedo su una panchina e penso – Ok. Ci sono. A sud del confine, a ovest del sole; ho capito-.

Silenzio.

– Però, precisamente, dove? –

Davanti c’è un jazz bar.