The OA – Tra flop e stallo

aprile 28th, 2017 | by Edoardo Furlani
The OA – Tra flop e stallo
Birdmen

Vorrei parlavi in tutta sincerità : io non so dirvi di cosa tratti esattamente The OA. Non so dirvelo non perché non l’abbia vista , ci mancherebbe, ma per la stranezza con cui è costruita e per la trama insolita. Prima però facciamo un passo indietro.

The Oa, serie Tv di otto episodi, debutta su Netflix il 16 Dicembre: si sapeva della sua lavorazione dal 2015, ma poche erano le informazioni che circolavano a riguardo. Scritta e creata da Brit Marling (che ne è anche la protagonista) e Zal Batmanglij – regista degli otto episodi – fin da subito ha manifestato la sua stranezza. Prima di tutto la durata degli stessi, non omogenea, oscillante tra i 30 e 70 minuti dell’episodio pilota, che in modo abbastanza inconsueto presenta i titoli di testa a 20 minuti dalla fine, con una sigla non sigla. La presentazione sembra collocare The Oa nel genere thriller-psicologico, perché al centro della vicenda troviamo Prairie, tornata dopo 7 anni di rapimento, nel paese in cui è cresciuta. Prima di sparire Prairie era cieca, ma ora sembra aver recuperato miracolosamente la vista. Nessuno sa cosa sia successo in questi anni e la ragazza non ha intenzione di rivelare nulla. Le risposte accennate sono strane e prive di senso. La vicenda si sviluppa aumentando notevolmente di puntata in puntata il grado di stranezza, e tocca diversi generi, così troviamo un po’ di tutto: c’è la fantascienza, nei suoi temi pseudo-scientifici “alla Fringe“, c’è il dramma adolescenziale dovuto alla mancanza di comunicazione fra la ragazza e una famiglia sempre sull’orlo di una crisi di nervi, c’è l’ambientazione di Stranger Things, l’inquietudine, i toni freddi, bui e grigi di alcune puntate di Black Mirror, ma non siamo nemmeno lontani da The Leftovers per il tema quasi religioso, che qui non è solo sfiorato come si pensa, ma anzi è nucleo centrale, e forse è questo che porta fuoristrada la nostra definizione. I temi sono infatti inconsueti e difficilmente trattabili in una serie Tv, ma la costruzione della storia non regge ed è difficile “sospendere l’incredulità” completamente. Anche gli episodi non danno una mano, sono infatti concatenati l’uno all’altro, serve attenzione, perché quella che ci viene mostrata è la storia in una storia, e se la storia collocata nel presente di Prairie è senza ombra di dubbio vera, qualche dubbio su quella raccontata dalla protagonista ci viene. I flashback con cui ci viene mostrato a blocchi il passato della ragazza – a volte i flashback occupano quasi interamente un episodio – sono infatti filtrati dai suoi occhi e dai suoi ricordi.

Chi è Prairie? Che cosa è successo davvero? Ci sta prendendo in giro o è tutto vero? Queste sono le domande che ci si fa quando si guarda The Oa.

Ma perché The Oa non è un flop totale e la mettiamo in stallo? Questo lo si capisce dall’episodio finale, che, tra le altre cose, non dura nemmeno 60 minuti ma 50. Siamo alla fine, tutta la vicenda sembra una grande presa in giro, una strana follia, ma la rottura dell’equilibrio sembra ribaltare tutto, siamo vicini alla verità, tutto quello che abbiamo visto ha una sua funzione, il cerchio si può chiudere, se solo non fosse per una ricomposizione deludente, un “balletto” assurdo (chi vedrà, capirà) e francamente impossibile in una situazione difficile e drammatica. Certo la sua funzione all’interno della storia ce l’ha, forse la cosa positiva è che non siamo stati presi in giro fino in fondo, ma questo non basta per convincerci (convincermi).

Sicuramente un plauso va fatto a Netflix, che dopo produzioni perfette ed infallibili (basti ricordare Narcos, Stranger Things, The Crown ecc.), sceglie di acquistare e produrre The Oa, scritta da due ragazzi giovani poco più che trentenni, proponendo al pubblico una trama insolita. Sicuramente una serie Tv di nicchia che saprà ricavarsi un seguito tutto suo, esattamente come Una serie di sfortunati eventi, altro prodotto di difficile classificazione, un ibrido tra Wes Anderson e Tim Burton. La difficoltà anche qui sta nella completa “sospensione dell’incredulità” con l’attenzione spesso interrotta ed ostacolata.

Bisogna quindi chiedersi se Netflix abbia proposto questi ultimi lavori volutamente, e se la difficoltà della visone non sia semplicemente una mossa commerciale, perché comunque The Oa chiude le prima stagione con un furbissimo cliffhanger. Quindi sì: trame particolari, messe in scena buone ma non buonissime, difficoltà di visione, ma, conoscendo la genialità di Netflix, forse c’è da aspettarsi altro, ecco perché mi sento di mettere The OA nella zona buia della “classifica” ma non di lasciarla sul fondo. Meglio aspettare e vedere…