#underground: “Amer”, tra amaro e amore

ottobre 22nd, 2016 | by Birdmen-online
#underground: “Amer”, tra amaro e amore
Birdmen

di Claudio Lacirignola

#underground: la nuova rubrica di “Birdmen” dedicata al cinema di nicchia, quello bello, che ancora non conoscete.

Attenzione: l’articolo potrebbe contenere spoiler.

Che la coppia franco-belga Hélène Cattet e Bruno Forzani diriga film non convenzionali è un dato di fatto. Risulta difficile perfino chiamare “film” (nel senso stretto del termine) i due lungometraggi partoriti dalle menti allucinate del duo: in ordine di uscita, Amer (2009) – su cui mi concentrerò in questo articolo – e L’etrange coulleur des larmes de ton corps (2013), uscito in Italia col titolo decisamente coinciso Lacrime di Sangue.

Il loro Amer, ovvero “amaro”, che foneticamente parlando ci ricorda “amare”, si divide in tre parti, raccontando, attraverso emozioni scaturite dai cinque sensi, le fasi di crescita della protagonista – interpretata da tre diverse attrici – Ana: infanzia, adolescenza e maturità. Mettiamo subito in chiaro che il film non ha una trama precisa: i tre atti non seguono un filo conduttore, e non sono accomunati da eventi o da personaggi, fatta eccezione per uno, la madre, che compare in due di essi. Inoltre, le tecniche registiche, la fotografia e perfino il tono sembrano mutare con lo scorrere delle fasi: passiamo da una villa claustrofobica, dove i colori dominanti sono il nero e il verde, con una macchina da presa scattante; ad un paesaggio soleggiato, una fotografia colorata, definita ed un’ossessione per primi piani e dettagli del volto. In definitiva, Amer, con il suo voler essere deliziosamente sperimentale ed autoriale, ci trasporta in un mondo surreale a tratti oscuro e caleidoscopico, contenente sì e no una decina di linee di dialogo; ciò riporta alla mente i cari Lynch e Jodorowsky, maestri del genere.

– Infanzia (interpretata da Cassandra Foret): l’azione si svolge interamente nelle mura di una silenziosa ed enorme villa. Il silenzio è uno dei pilastri su cui si regge l’opera, donandogli un velo di inquietudine e mistero. Estraniati come la piccola Ana dal resto del mondo, sono racchiusi in questa lugubre magione – dove l’oscurità sembra essere padrona – il padre, la madre ed una parente non precisata che rimanda ad una strega, coperta di veli neri e con il volto offuscato, nascosto allo spettatore che può solo immaginarne le fattezze. Il nonno di Ana è deceduto, disteso sul letto; tiene tra le fredde mani cadaveriche un orologio da taschino, a cui la bambina sembra interessarsi morbosamente, che nasconde al suo interno un sinistro richiamo, che sembra apparentemente riportare in vita i morti.

– Adolescenza (interpretata da Charlotte Guibeaud): la protagonista vive lo sbocciare della sua maturità sessuale in un estivo paesaggio di campagna che abbaglia lo spettatore, reduce dall’oscurità della magione vista poco prima. Inseguendo un pallone, Ana si allontana dalla madre e si ritrova sola davanti ad una banda di motociclisti dove inscena una sensuale sfilata per attirare la loro attenzione, finendo poi per essere rimproverata dalla donna che, con uno schiaffo, sembra prender possesso della scena, chiudendo il brevissimo secondo atto.

Maturità (interpretata da Marie Bos): Ana torna nella villa che l’ha ospitata durante l’infanzia, accompagnata da un “autista-Caronte”. Con una fotografia tendente al blu ed uno squisito “citazionismo” registico, si conclude la vicenda con un sanguinoso omicidio, un omaggio a Profondo rosso (1975) del nostrano Dario Argento, con una sequenza finale che può risultare abbastanza forte per chi la violenza – cinematografica, s’intende- non riesce a sopportarla.

Ciò che si può dedurre, concluso il film, è che la coppia di registi è riuscita nell’impresa quasi impossibile di re-inventare un genere cardine degli anni ‘70 in Italia: il giallo, genere molto discusso che a quell’epoca andava spesso a braccetto con il trash. Il giallo all’italiana è entrato nella cultura pop internazionale grazie a registi come Dario Argento, Mario Bava e Bruno Nicolai. Fan del genere fin da ragazzi, Forzani e Cattet lo omaggiano in più modi: dal sonoro, inserendo spezzoni di musiche estrapolate da queste pellicole e trasportandole in un contesto diverso (peculiare la scena della “sfilata”, con il tema poliziesco in sottofondo); all’aspetto visivo e registico, basti pensare all’inserimento di rituali magici nella prima parte del film e al lavoro di luci e colori che compongono una fotografia plastica “al neon”, rimandando a titoli come I tre volti della paura (Mario Bava, 1963) o alle ultime scene di Suspira (Dario Argento, 1977). Un altro elemento “citazionistico” dell’opera, in particolare nell’epilogo, è il guanto in pelle, simbolo del giallo italiano così come il sangue e le budella tingono di rosso il genere splatter, che fa un occhiolino nel finale, creando un contesto quasi feticista. Il guanto tocca, si moltiplica, provoca piacere ma allo stesso tempo stringe, soffoca e taglia: si interpone tra la protagonista ed il presunto assassino assumendo vita propria, come se la dimensione dell’erotismo e quella dell’omicidio fossero il punto cardine della sessualità di Ana. Morbose le inquadrature finali, che trasportano lo spettatore nelle sensazioni di Ana; dal respiro affannato alle palpitazioni, fino allo sfregare della sua pelle. Unica pecca, se si può chiamar così, è la quasi assenza di dialoghi che potrebbe appesantire lo spettatore meno attento, specialmente nel secondo atto, a mio parere il più debole dei tre. Inutile dire che il sottoscritto non lo trova un difetto; al contrario, i lunghi silenzi alternati a rumori corporali e ambientali, come il respiro, la deglutizione o lo scricchiolare delle finestre, accentuano l’aspetto surreale e onirico che la coppia registica ha voluto dare all’opera.

Amare l’amaro; un cinema della mente e, soprattutto, dei sensi. Anti-commerciale e scioccante. Un viaggio nella psiche umana, dalla sessualità alla paura, che evoca nostalgia del passato e rasserena per il futuro del cinema, quello bello.