#echoes: Fela Kuti

ottobre 10th, 2016 | by Antony Bidzogo
#echoes: Fela Kuti
Musica

L’unicità della musica sta nel fatto che con essa si possono veicolare un numero infinito di messaggi. E se, in particolare, i messaggi espressi sono di rivendicazione di diritti umani, di lotta alle disuguaglianze, di unità fra i popoli, allora la musica può unire milioni di persone intorno ad un ideale comune, ad un obiettivo.
In Africa vi è universalmente un nome che ha saputo fare tutto questo, e che è ancora oggi ricordato come uno dei più grandi attivisti africani per i diritti umani della storia. Il suo nome è Fela Kuti.
Nigeriano, figlio di una delle più influenti famiglie che lottarono per l’indipendenza della Nigeria dall’Impero britannico, Fela alla fine degli anni ’50 andò in Inghilterra per studiare medicina, ma ben presto capì che non era la sua strada, perché folgorato dalla bellezza del jazz.Si diplomò al Trinity College of Music con la tromba. L’incontro di Kuti con il jazz sarà fondamentale per la creazione del genere che ha caratterizzato la sua carriera musicale.

La musica nigeriana negli anni ’60 era dominata dal genere highlife. Nato in Ghana,  poi diffuso velocemente in tutta l’Africa occidentale, il genere è caratterizzato da chitarre arpeggiate, e da una sessione ritmica in cui la batteria è poco presente a vantaggio dei bonghi e di altri strumenti più rudimentali di percussione.
In sostanza è quella che universalmente consideriamo musica africana.

Fela Kuti fuse l’highlife con il jazz e il funk americano, creando un genere completamente nuovo, che è oggi famoso con il nome di afrobeat. Un genere che riesce ad inglobare in sé, sia la spontaneità e la spensieratezza del highlife, l’eclettismo e l’eleganza del jazz ed il ritmo incalzante tipico del funk. Kuti ha rivoluzionato il panorama musicale africano (oggi difficilmente trovate un africano che non sappia dirvi chi fosse) e ha avuto un incredibile successo internazionale. Sia per la sua lotta politica, ma anche per il suo grandissimo talento musicale, Kuti negli anni Ottanta divenne uno dei più celebri volti africani nel mondo, quasi al pari di Nelson Mandela.

Attraverso l’afrobeat, Fela è riuscito a portare avanti una strenua lotta contro il regime militare di  Olusegun Obasanjo, il quale governava la Nigeria in modo autoritario, violando i diritti umani fondamentali, ostacolando tutti gli oppositori politici e creando le premesse per la turbolenta situazione politico-sociale che ancora oggi caratterizza la Nigeria.
La sua musica fu uno shock, una rivelazione per milioni di africani stanchi di essere sfruttati e di essere subordinati a regimi che non garantivano loro i diritti fondamentali, la sua musica raccolse quei cittadini particolarmente critici nei confronti dei propri governi.
Sono sempre stato affascinato dalla figura di Fela Kuti, il suo essere stato quasi un capo spirituale per tanti africani, che hanno visto in lui la possibilità di cambiare il contesto in cui abitavano, cosa che ha dimostrato loro che con coraggio le ingiustizie si possono combattere. Se dovessi scegliere un disco di Kuti nel quale si condensano tutte queste cose, non avrei dubbi nello scegliere Zombie.

Il disco del 1977 consacrò Kuti, e più di tutti contiene una feroce critica al corpo principale del regime di Obasanjo, ovvero l’esercito considerato come un branco di zombie, incapaci di pensare ed agire autonomamente.
Un messaggio che è incredibilmente chiaro già nella prima canzone, che è la title track (in assoluto la mia canzone preferita di Kuti) con la sua energica e incalzante sessione ritmica grazie all’apporto incredibile di Tony Allen, uno dei migliori batteristi degli anni ’70, e ai continui giochi tra i molteplici strumentisti che seguivano Kuti, ovvero gli “Africa ‘70”  e poi gli “Egypt ‘80”. In questo disco si sente la bravura di Fela, nel riuscire a costruire una armonioso equilibrio fra tutti gli strumenti, nel quale si inseriva con i suoi meravigliosi assoli con il sassofono o la tromba.Le altre tracce Mr. Follow Follow, Observation No Crime e Mistake sono un saggio di come dev’essere l’afrobeat.

Eccitante ma riflessivo, spontaneo ma allo stesso tempo equilibrato e ragionato. Un disco che è la perfetta riflessione del flusso creativo di Kuti, tant’è che tutte le tracce non durano meno di dieci minuti.

Un disco che consiglio vivamente agli estimatori del jazz, che vogliono capire quali orizzonti questo genere ha raggiunto in altri contesti al di fuori di quello europeo o anglosassone.

Spero di avervi invogliati a provare ad ascoltare Fela. Un artista che  ho avuto la fortuna di conoscere fin da piccolo, che mi ha permesso di comprendere ancora di più le mie radici e l’unicità dell’Africa. Un continente che spero possa essere menzionato sia per la bellezza dei suoi paesi che per la bellezza della sua musica.

Buono ascolto, alla prossima!