#ijf16- Day Two: la Turchia e i media

aprile 8th, 2016 | by Claudia Agrestino
#ijf16- Day Two: la Turchia e i media
IJF

Turchia: crisi dei media e crisi della democrazia

La Sala del Dottorato si trova all’interno di un bel palazzo antico nel centro di Perugia, di fronte alla Sala dei Notari e circondata da altri edifici, tutti perfettamente in pendant con lo stile della piazza. Un luogo suggestivo dove in questi giorni si tengono diverse conferenze nell’ambito del Festival Internazionale del Giornalismo. Proprio oggi, 7 aprile 2016, alle ore 18, la Sala ha ospitato un incontro durante il quale hanno partecipato diversi giornalisti turchi che hanno testimoniato, con la propria esperienza diretta, quale sia oggi, nella loro terra, il livello di libertà di stampa e, all’altro polo, la censura che soprattutto da quando ha avuto inizio il governo di Erdogan ha raggiunto livelli terrificanti. Il sito web di Reporters senza Frontiere colloca la Turchia al 149esimo posto per quanto riguarda la libertà di stampa: è praticamente nulla.

Recentemente, infatti, soprattutto su siti come Change.org o Index, dove vengono messe in moto petizioni internazionali, sono stati sottolineati i casi di giornalisti arrestati e testate giornalistiche chiuse definitivamente perché accusati di diffondere notizie false e infamanti nei confronti del governo. Anzi, come sostiene senza alcun timore Kadri Gursel (licenziato dal giornale per il quale lavorava da anni dopo essere stato accusato di aver insultato il premier per il suo atteggiamento adottato in Siria e costretto ora a lavorare online per Al-Monitor.com) si tratta di un vero e proprio regime, incostituzionale e autoritario che soffoca la voce di chi vorrebbe denunciarne la violenza e oppressione. Qualsiasi tentativo di prendere parola, esprimere un pensiero indipendente, diffondere un’opinione, in Turchia, oggi (paradossalmente, vista quella che è stata la difficile e tesa situazione precedente, altrettanto restrittiva in merito all’accordo delle libertà) è praticamente impossibile e chi prova a farlo, in nome di quell’amore per la verità e per la giustizia che caratterizza i reporter di buon cuore e buon senso, ne paga le conseguenze.

Come Canan Costun, giornalista di Cumhurriyet che porta la sua terribile e incredibile testimonianza. È attualmente in attesa di un processo, che si terrà il 26 di maggio, da cui dipenderanno la sua carriera giornalistica e la sua stessa vita: potrebbe infatti essere giudicata colpevole di aver insultato un pubblico funzionario dovendo così scontare ben 23 anni di carcere. Si spera nel buon senso e nella professionalità dei giudici; nella loro capacità di non farsi influenzare dalle imposizioni del governo che cerca di “mettere un bavaglio all’informazione”. Da quando questo fenomeno di simil-censura si è lentamente imposto, infatti, circa 500 giornalisti sono stati licenziati e numerosi giornali sequestrati, confiscati. Per questa ragione, molti reporter hanno deciso di ricercare mezzi di informazione alternativi, quali Internet e i social networks. Le maggiori testate liberali e “anti-Erdogan” si sono perciò trasferite online…la storia ancora una volta, però, non si conclude con un lieto fine. Come afferma per esperienza Murat Coban, vicedirettore di P24, riuscire a vincere la battaglia, infatti non è così semplice: i siti dei giornali vengono chiusi con rapidità impressionante così che i direttori si vedono obbligati a riaprirne altri all’infinito e ogni volta invano. La macchina governativa fa di tutto per evitare la fuoriuscita di notizie “inappropriate” e “pericolose” e nel frattempo sfrutta i mezzi di comunicazione di massa dei quali ha assunto il monopolio (i cosiddetti “altoparlanti del governo”) per farsi propaganda politica. L’esempio riportato da Rachel Jolley, editrice di Index, è in questo senso molto esplicativo. In Turchia non si fanno sconti a nessuno: non raramente è accaduto che anche dei bambini fossero portati in tribunale perché accusati di avere “calunniato” il Presidente attraverso i loro innocenti disegni. Erdogan, non volendo attirarsi l’ostilità della popolazione, ha preferito sfruttare la situazione a proprio vantaggio “risparmiando” i piccoli e passando per il modello di Presidente clemente e amante dei bambini. Il caso mediatico che ne derivò fu totalmente diverso da quello che sarebbe dovuto derivarne se davvero i media avessero posto l’accento sul “nocciolo della questione”: ciò che si dovrebbe mettere in rilievo non sono le gesta “eroiche” del Presidente, ma la sua spietatezza, il suo completo monopolio del potere e di qualsiasi veicolo della comunicazione. Tanto più che ad aver assunto negli ultimi tempi la proprietà delle maggiori testate giornalistiche turche sono stati dei privati, soprattutto business men perfettamente inseriti nel mercato del petrolio e del gas. Facile dedurre quali siano le ragioni di questa collusione tra vertici del governo e la classe economica potente e quali gli interessi protetti. Inutile negarlo, la questione, oltre che essere di tipo politico, riprende Kadri, riguarda sempre e comunque il profitto economico.

Molti sono gli esempi e le testimonianze che gli ospiti della conferenza hanno portato e tutti evidenziano lo stesso punto: in Turchia, in questo momento storico e politico, la certezza è una sola, e cioè i giornalisti non vivono, ma cercano di sopravvivere. La morte dalla quale cercano di scappare non è solo quella fisica, forse la più sopportabile, sottolinea Kadri con amarezza, ma quella “civile” che deriva dall’emarginazione e dall’allontanamento del giornalista dal proprio habitat, dalla società e quindi dal proprio popolo e, cosa ancor più ingiusta, dalla propria professione, il vero problema, ciò che gli si vorrebbe impedire di continuare a fare.

Ma chi, come Kadri, Murat, Canan (e tutti gli altri colleghi che come loro hanno sofferto, soffrono e soffriranno dellaDSC_0160 mancanza della libertà) prova una passione infinita per il mestiere di verità e giustizia che è il giornalismo …beh loro non si fermeranno mai, qualunque sia il prezzo da pagare.

Canan Coskun, rischia 23 anni di carcereper aver “insultato” un funzionario pubblico