Kobane e Sinjar: al confine della distruzione

febbraio 16th, 2016 | by Barbara Palla
Kobane e Sinjar: al confine della distruzione
Attualità

Foto di Bulent Kilic (AFP)

Lo Stato Islamico (cosiddetto) non ha ancora dei confini definiti, ma è alle prese con la loro creazione. Nel frattempo, il controllo di parte del territorio siriano e iracheno, di alcune zone finora considerate amene dai governi nazionali, gli garantisce comunque tutto ciò che un confine comporta in termini di problemi di identità e di definizione. L’ISIS ha infatti risvegliato tutta una serie di problemi di fluidità di frontiere che la Turchia aveva cercato di risolvere dopo il crollo dell’Impero Ottomano (e che le potenze europee avevano sopito con la definizione arbitraria dei proprio territori di influenza). Sotto questo profilo due città, per due motivi diversi, sono particolarmente rilevanti: Kobane e Sinjar. Due città distrutte, praticamente rase al suolo, ma fonte di orgoglio per i combattenti che le hanno liberate.

L’ISIS, come si evince dal nome, si estende sui territori di due Stati nazionali (nazionali finora): la Siria e l’Iraq. Non tutto il territorio statale ricade sotto il controllo del Califfo, solo alcune parti. Alcune città sono spesso state un po’ di qua un po’ di là dal confine, non ancora riconosciuto, che l’ISIS ha creato. Sia l’Iraq che la Siria si affacciano sul territorio turco, in quelle regioni in cui la geometria variabile dell’Impero poneva delle questioni di identità già ai tempi degli Ottomani. I Curdi, per esempio, abitano una regione che travalica i confini dell’ordine internazionale prestabilito e si estende in Turchia, Siria, Iraq e Iran; una regione che si identifica come Curdistan, di cui però non si ha una chiara definizione di dove inizi e dove finisca. I Curdi sono musulmani, in prevalenza sunniti, ma non sono arabi, hanno una lingua e una cultura autonoma ma non sempre omogenea. I Curdi hanno avuto un certo sincretismo con le culture locali dando vita ad un ventaglio abbastanza ampio di differenti minoranze (a volte piccolissime) culturali e/o religiose interne. Gli Yezidi sono quelli che hanno avuto una rilevanza più importante a causa del loro coinvolgimento nella lotta all’ISIS. Gli Yezidi non sono proprio Curdi, si definiscono in un modo diverso per la religione che praticano, lo Yezidismo appunto, un credo esoterico che mescola elementi di Gnosticismo, Zoroastrismo, religioni locali pre-islamiche e altri elementi mistici provenienti dalle sette musulmane sciite più estreme. Senza entrare nei dettagli, è importante rilevare che costituiscono un’eccezione regionale, non avevano dato problemi politici o nazionali finora e vivevano in una zona mediamente produttiva (dal punto di vista agricolo).

Gli Yezidi si trovano nel Curdistan iracheno, ma nessun governo aveva finora rivolto loro un’attenzione specifica, data la preponderante aggressività e le richieste di indipendenza dei Curdi. Le richieste di autonomia di questi ultimi, non erano proprie soltanto dell’Iraq, bensì di tutta la regione etnicamente curda e si rivolgevano contro tutti gli Stati nazionali sotto i quali erano ricaduti. La storica e principale opposizione era contro la Turchia, dove la proporzione di Curdi rispetto ai cittadini era (ed è) la più elevata. I Curdi in Turchia hanno sempre combattuto contro Stato e governo, avanzando delle istanze indipendentiste e separatiste spesso violente. Alcuni governi, per normalizzare la situazione di un’area relativamente estesa del paese, hanno negoziato dei cessate-il-fuoco e concesso dei privilegi politici, ad esempio l’HDP, Partito Democratico del Popolo, organo di rappresentanza politica etnica, autonomo e riconosciuto in Parlamento. Tuttavia, sopravvivono degli organi politici e militari, giudicati illegali dallo Stato, che hanno una certa rilevanza a livello regionale, come il PKK, il Partito dei Lavoratori del Curdistan.

Queste due questioni hanno guadagnato un nuovo respiro internazionale con il sorgere dello Stato Islamico (cosiddetto). Due fronti di guerra si sono aperti: nella città di Kobane, roccaforte curda al confine della compagine siriana dell’ISIS; e nella città di Sinjar, capoluogo yezidi nella regione settentrionale dell’Iraq. Il primo conflitto ha una matrice nazionalista e identitaria; nel secondo invece si hanno due possibili livelli di lettura, uno religioso e uno geo-strategico.

A Kobane, lo Stato Islamico (cosiddetto) è arrivato nel 2014, quando di fatto è entrato per la prima volta in Siria, dopo essersi legato al Fronte al-Nusra. L’ISIS, tuttavia, quando arriva non è che arriva e basta: si impone militarmente, socialmente e religiosamente. Uccide arbitrariamente, razzia, ruba e rapisce in un tentativo di islamizzazione e conversione forzata delle società. Gli abitanti non hanno che due opzioni, partire, scappare, emigrare, o rimanere e sottostare alle regole ferree, agli abusi politici e culturali dei seguaci del Califfo. Gli abitanti di Kobane sono fuggiti dunque verso la Turchia; alcuni hanno proceduto oltre, altri si sono fermati e hanno creato un fronte dal quale combattere per liberare la città.

Kobane è in realtà veramente vicina alla Turchia. La minaccia di un Califfo così vicino a uno Stato nazionale ancora integro, ha convinto la Coalizione internazionale a intervenire in sostegno dei Curdi, prevaricando le forti reticenze della Turchia. Mentre Kobane era bombardata dagli aerei americani, a terra il YPG, l’Unità di Protezione Popolare, combatteva senza quartiere nella città assediata. Il conflitto si è protratto per diversi mesi, l’iniziale vittoria curda è stata vanificata da una ripresa di potere dell’ISIS, per poi concludersi con la definitiva riconquista della città da parte dei curdi, sostenuti dall’esercito turco e dalla Coalizione internazionale. Una grave sconfitta per il Califfato e un’epocale vittoria per i Curdi.

La città di Kobane è praticamente distrutta, quasi il 50% è stato raso al suolo. Particolarmente espressiva è la foto di Bulent Kilic, fotografo dell’AFP vincitore del premio World Press Photo, che ritrae il soldato Moussa davanti alla devastazione della città.

La particolarità del conflitto di Kobane, al di là della questione curda, riguarda anche la partecipazione dei giovani, in quanto combattenti volontari, e l’impegno delle donne. L’YPG è stato infatti affiancato dall’YPJ, l’Unità di Protezione delle Donne, un ramo dell’”esercito” curdo costituito solo da giovani donne che hanno imbracciato le armi per difendere e liberare la loro città. Le donne, oltre sostenere il nazionalismo curdo, si oppongono all’ideale sociale del Califfato, quello che le pone in posizione secondaria all’interno della società, le sole attività permesse sarebbero la cura della casa e la “produzione” di nuovi combattenti. Spesso analfabete e prive di educazione [link Guardian delle donne], sono obbligate a portare il velo integrale nero come simbolo della loro emarginazione sociale. Se catturate o rapite, le donne sono ridotte in schiavitù, per questo vendute come spose dei combattenti del Califfo, in generale sottoposte a violenze ripetute. Tutti coloro, donne e uomini, che hanno provato a opporsi, non volendo sottostare alle regole così rigide (e in qualche modo retrograde) sono stati uccisi, per questo l’impegno delle donne stesse per dimostrare che esiste un’alternativa per la quale vale la pena combattere pur essendo musulmane.

Passiamo adesso a Sinjar. La città è passata sotto il controllo dello Stato Islamico (cosiddetto) nell’agosto del 2014; è stata liberata il 13 novembre grazie all’intervento dei Curdi iracheni, sostenuti dalle forze della Coalizione internazionale. Come già accennato, lo Stato Islamico aveva un duplice interesse nei confronti della città. Il primo, quello che serviva come giustificazione suprema, era di carattere religioso. L’ISIS nel suo intento di imporre in tutto il mondo il proprio Califfato sunnita, non può tollerare l’esistenza di altre religioni all’interno del territorio. La presenza dunque di minoranze, come quella yezidi (ma anche di maggioranze com’è il caso degli sciiti) giustifica le azioni di deportazione e eliminazione avvenute nella regione di Sinjar. Gli Yezidi sarebbero infatti dei kuffar (miscredenti) secondo i seguaci di al-Baghdadi, non solo degli eretici ma soprattutto degli apostati, coloro cioè che hanno volontariamente abbandonato la via dell’Islam. La necessità di mantenere un’uniformità religiosa all’interno dei territori controllati ha dunque portato al massacro (le cui dimensioni non sono ancora ben note) degli Yezidi. I figli piccoli sono stati rapiti e arruolati negli eserciti dei bambini e le donne sono state ridotte in schiavitù. Per evitare la morte tanti sono fuggiti verso la Turchia, lasciando la città vuota e distrutta.

Al motivo religioso si lega, come spesso avviene, un motivo più strategico. Le due capitali dello Stato Islamico (cosiddetto), Raqqa e Mossul, sono unite da una strada che passa proprio nei pressi della città di Sinjar. Il controllo della regione, dunque, permetteva di garantire un sistema di rifornimenti e di scambi sicuro e duraturo. La strada era però più nota come “rotta del petrolio”. Vi circolava infatti il greggio rubato in Iraq dai combattenti, che veniva portato nel resto del “Califfato” come fonte di energia o come merce di scambio attraverso la quale finanziarsi. I Curdi hanno lottato tanto più strenuamente in quella regione, perché riconquistarla significava infliggere un duro colpo alle risorse, e alla produzione delle stesse, di cui traeva vantaggio l’ISIS. Per lo stesso motivo sono intervenuti gli aerei della Coalizione Internazionale. La liberazione di Sinjar ha effettivamente indebolito il Califfato, che si trova oggi nella difficoltà di mantenere dei contatti fisici tra le sue due capitali mediorientali.

Anche Sinjar è praticamente distrutta, abbandonata, svuotata della sua popolazione rifugiata in Turchia, nei campi che sembrano per ora proteggerli dagli attacchi improvvisi, arbitrari e crudeli del Califfato. I combattenti hanno ancora numerosi ostaggi tra gli Yezidi, per i quali chiedono un riscatto altissimo. Le somme pagate per la loro liberazione, fonte di finanziamento alternativa al petrolio, sono investite nella creazione di strutture statali in quelle stesse regioni amene dove, a differenza dei governi nazionali, per l’ISIS ogni centimetro quadrato conta. Nell’attesa di essere liberati, i giovani sono forzatamente arruolati e costretti a una formazione militare estrema, le loro menti vengono plagiate e l’attività di recupero da parte degli assistenti sociali internazionali si dimostra sempre più difficile. Questo, però, avviene solo se sono fortunati, tanti infatti vengono uccisi e massacrati. Dalla liberazione in poi, gli operatori internazionali presenti sul luogo hanno scoperto circa 6 fosse comuni piene di corpi di Yezidi assassinati. Si è recentemente iniziato a sentir parlare di genocidio per definire l’azione dell’ISIS a Sinjar e contro gli Yezidi. Il numero delle displaced person ancora non è definito, le conseguenze sociali della devastazione di Sinjar sono difficili da prevedere ed è recentemente stato condiviso il timore di trovare ulteriori fosse comuni nella regione. Quello che però preoccupa più di tutto riguarda la possibilità che gli Yezidi non siano l’unica minoranza presa di mira dall’ISIS. In un territorio difficile e dalla composizione etnico-religiosa molto complessa, è possibile che altri popoli rischino di scomparire o di attirare l’attenzione internazionale sulla loro condizione quando però sarà ormai troppo tardi.

Se dunque è difficile pensare di mantenere le realtà statali come le abbiamo conosciute finora, a cominciare proprio dalla Siria, la questione curda aumenta l’imprevedibilità dell’esito finale del conflitto. Il valore negoziale dell’indipendenza curda aumenta notevolmente in due contesti come Siria e Iraq che sembrano aver perso i propri confini. Una forza rinnovata che però non piace alla Turchia, molto (troppo?) vicina all’occhio del ciclone. Per questo motivo, esaurite le ragioni geografiche del conflitto, sarà interessante osservare le caratteristiche degli attori regionali, della loro partecipazione attiva, implicita o esplicita, e degli interessi incrociati che si giocano in un conflitto che assume sempre più livelli di lettura.