Inchiostro a volontà VIII edizione – 3° posto: UNA COMMEDIA GIÀ VISTA

dicembre 11th, 2013 | by Inchiostro
Inchiostro a volontà VIII edizione – 3° posto: UNA COMMEDIA GIÀ VISTA
Cultura

di Marco Oliverio

«La banalità della nuova farsa che bisogna recitare vi annienta e vi occorre tutto sommato
ancora più vigliaccheria che coraggio per ricominciare».
Louis-Ferdinand Céline, Viaggio al termine della notte

La mamma era morta da tre giorni quando Ciccio mi ha chiamato al telefono, diceva che secondo lui dovevo uscire di casa e svagarmi un po’. Io la pensavo uguale. «Ti va bene il cinema?» mi ha chiesto lui, io gli ho risposto di sì. «Primo spettacolo o secondo?» ha continuato Ciccio, io gli ho detto che per me era davvero indifferente. Ha detto poi che quella sera avrebbero dato la commedia di Checco Zalone e che non potevamo assolutamente perdercela, insomma cascava proprio a fagiolo secondo lui. Ha aggiunto che, vedendo la locandina, aveva pensato subito a me per via di quello che era successo. Gli ho detto che andava bene e l’ho ringraziato perché secondo me gli amici servivano a questo, lui era della stessa opinione. Per farla breve, ci siamo trovati davanti al cinema, abbiamo fatto i biglietti e preso posto nelle file centrali. La sala era piena.
Mentre eravamo seduti ad aspettare l’inizio del film siamo rimasti in silenzio, allora Ciccio ha detto che mi vedeva giù ed era comprensibile ma che mi capiva e mi era vicino. Io pensavo che non capiva un bel niente e che le sue erano frasi di circostanza, ma l’ho ringraziato comunque per essersi interessato. Mancavano ancora cinque minuti alla proiezione e avevamo finito gli argomenti, allora lui ha preso in mano una sigaretta e mi ha chiesto di andare fuori con lui a fargli compagnia anche se non fumavo. Fuori faceva fresco perché eravamo abituati al caldo della sala, Ciccio ha acceso la sigaretta e mi ha parlato un
po’ di questo Checco Zalone. Io non lo conoscevo, ma a quanto pare questo qui era il “numero uno” nel suo genere e poi, a detta sua, ti faceva sbellicare dalle risate. Finita la sigaretta, siamo entrati che stava già per iniziare e tutti erano seduti al loro posto.
Parte il film sul maxi-schermo, silenzio, poi suoni che escono da tutti i lati.

Io, devo dire, erano tre giorni che non dormivo e mi sentivo mica tanto bene. Tanto per cominciare, avevo gli occhi stanchissimi da non riuscire neanche a concentrare lo sguardo per più di un secondo, poi mi sentivo la testa pulsare all’altezza delle tempie. Nonostante gli sforzi che facevo per mantenere l’attenzione, niente, non ci riuscivo. Quando è partita la prima battuta di Checco, l’apoteosi, tutti giù a ridere! Anche Ciccio si sbellicava e mi dava colpi di gomito per tirarmi in mezzo. Io mi sforzavo di sorridere, insomma gli tenevo il gioco, ma non ci capivo niente. «Vado a prendere una birra» gli ho detto, lui ha fatto segno di sì con la testa senza staccare gli occhi dal maxi-schermo. La birra era annacquata, ma almeno mi offriva una scusa per non ridere. In mezzo a tutte quelle risate sguaiate, io solo in una campana di dolore, più che mai braccato dalla morte. Trovavo assurda la morte, ma trovavo ancora più assurdo il confronto tra il mio stato d’animo e il loro. L’avevo capito, una buona volta, che non si condivide un bel niente, tantomeno la morte; c’è sempre stata come una crosta tra me e gli altri impossibile da rompere. Non mi ero mai sentito così solo, per dirla tutta. Il bicchiere era vuoto e sono andato a riempirlo. Sono tornato dal bar e ho trovato la sala come l’avevo lasciata, speravo di non vederla più e invece era lì, più reale che mai. Dunque non era un incubo, tutta quella gente che rideva era reale, come lo era la morte della mamma. In un raro momento di lucidità mi appariva finalmente tutto chiaro; come un miope avevo trovato i miei occhiali a tentoni e ora vedevo, nitidamente, dall’esterno delle cose. “Noi non lo condividiamo mica il tuo dolore, tienilo per te, barbone! Vogliamo soltanto ridere! Il mondo è una merda, si capisce, a ciascuno il suo… Oggi a te domani a me! Viva Checco Zalone!”. Non lo dicevano espressamente ma lo pensavano, Ciccio compreso. Poiché tutto era teatro, bisognava recitare, prendere la parte e lanciarsi nella mischia. “La scena impone che tu devi ridere”, mi dicevo, “anche se non ne hai voglia, bisogna essere professionali”. Allora mi sono messo a ridere come un matto, più forte di Ciccio e tutti gli altri, sopra le frequenze del dolore. Ridevo da non riuscire più a smettere, totalmente calato nella parte, una performance da professionista.
È arrivata la maschera di sala, un gigante con la torcia; ha detto che dovevo smetterla di ridere, che la gente si era lamentata e che alla prossima ero fuori. Mi sono scusato con lui e con tutta la sala: «Scusate… È che Checco fa troppo ridere! Il numero uno!». La sala sembrava divertita dalla cosa, Ciccio un po’ meno a dire il vero. Era preoccupato e si vergognava allo stesso tempo, ho dovuto fargli capire che non ero impazzito. Ero arrivato alla conclusione che non bastava ridere a casaccio, bisognava avere il sostegno di un motivo e della situazione, era ovvio. Io, da parte mia, avevo i miei buoni motivi per
ridere…il dolore se lo sai prendere dal lato giusto è davvero comicissimo, bisogna proprio dirlo. Il ridicolo nasce proprio dall’assurda indifferenza del mondo di fronte al nostro dolore, una risata che esclude e ti dice: “Grazie di non farmi partecipe”.
Ma la ridarola non voleva saperne di finirla, avevo aperto una valvola e ora mi svuotavo, ecco tutto. La maschera di sala si è avvicinata di nuovo e mi ha accompagnato fuori, giustamente, senza violenza. Ero stato avvisato, mi stava bene. Avevo esagerato, di fronte alla morte uno le prova tutte, no? Se solo non si fosse sempre così soli.

Ciccio è uscito poco dopo e mi ha chiesto se poteva fare qualcosa per me. Proprio un amico, il Ciccio… Ma io non volevo condividere più un bel niente, gli ho detto di andarsi pure a vedere la commedia che per me era uguale e che sarei tornato a casa da solo. Ha fatto un po’ di resistenza, ma poi è andato dal suo Checco.

Quando non si ha niente di buono da dare bisogna essere onesti e sopportare la propria pena individualmente.

Marco Oliverio

Tornavo a casa, al buio, come un cane che si è perduto. Ridere mi ha fatto bene, una tregua momentanea, la testa era molto più leggera. Per tutto il tragitto non avevo smesso di ridere e ora mi trovavo in Via della Libertà, dove abito. Il tempo della recita era finito, lo sapevo, valicata la soglia di casa avrei trovato soltanto Lei ad aspettarmi. Quando i sipari si chiudono e ognuno torna alla propria esistenza, ti assale un senso di vuoto da annientarti completamente: capisci finalmente di essere fuori dal mondo. Ho girato le chiavi che nascondevo sotto lo zerbino, come al solito. Come faceva mia mamma, e come avrà fatto sua mamma ai tempi. Il silenzio opprimente e il freddo pungente di una camera buia.
La Morte era a casa mia.