Recensione – L’utilità dell’inutile

novembre 20th, 2013 | by Erica Gazzoldi
Recensione – L’utilità dell’inutile
Letteratura

di Erica Gazzoldi

Il titolo ossimorico di questo manifesto rimanda alla taccia di “inutilità” gravante sui saperi che non producono un profitto economico immediato. Nuccio Ordine, professore ordinario di Letteratura Italiana presso l’Università della Calabria, la confuta delineando un’altra concezione di “utile”: è tale tutto quel che permette all’uomo di pensare al di fuori d’uno schema preconfezionato, difendersi dalle retoriche, fare scoperte impensabili o anche solo godere di ciò che ha intorno. “Inutili” sarebbero le cosiddette “discipline umanistiche” ma anche la “ricerca pura”.

L’utilità dell’inutile. Manifesto (Bompiani, 2013) è la traduzione de L’utilité de l’inutile pubblicato a Parigi per i tipi di Les Belles Lettres. L’edizione italiana è una versione accresciuta e rivista di quella francese: in appendice riporta il saggio di Abraham Flexner L’utilità del sapere inutile (1939). Parte delle riflessioni e delle citazioni comprese nell’opera sono state anticipate dal corso tenuto dal detto prof. Ordine presso la Scuola Superiore IUSS di Pavia nel II semestre dell’A.A. 2011/2012 Intrecci tra i saperi nel Rinascimento: da Brunelleschi a Giordano Bruno. Chi ha seguito le sue lezioni, per esempio, ricorda bene la storiella dei pesci raccontata dallo scrittore David Foster Wallace ai laureandi di Kenyon College (U.S.A., 21 maggio 2005):

Ci sono due giovani pesci che nuotano e a un certo punto incontrano un pesce anziano che va nella direzione opposta, fa un cenno di saluto e dice:
– Salve, ragazzi. Com’è l’acqua?
I due pesci giovani nuotano un altro po’, poi uno guarda l’altro e fa:
– … Che cavolo è l’acqua?
(p. 40).

La favoletta mostra come le realtà considerate più ovvie e onnipresenti siano quelle più difficili da conoscere consapevolmente. Il compito dei “saperi inutili” sarebbe proprio quello di indurre noi “pesci” a conoscere l’“acqua”: il linguaggio, gli atteggiamenti, le abitudini, i luoghi comuni di cui è fatta la nostra vita. Ordine spazia fra le parole di vari autori – da Dante Alighieri a Italo Calvino, da Gabriel García Márquez a Robert Louis Stevenson, insieme a Charles Dickens, Platone, Kant, Ovidio, Théophile Gautier, Charles Baudelaire, John Locke, Miguel de Cervantes, Zhuang-zi, Kakuzo Okakura, Eugène Ionesco, Emile Cioran – tutti uniti da un filo conduttore: il contrasto tra logica del profitto e humanitas, tra la concezione dell’uomo quale essere amante, liberamente pensante, e una sua riduzione a “libbra di carne”, merce di scambio, come pretendeva l’usuraio Shylock dello shakespeariano Mercante di Venezia. L’opera prosegue con una critica a un modello di “università-azienda” in cui gli “studenti-clienti” entrerebbero per “consumare” corsi di laurea a scarso livello d’impegno e di ristretti orizzonti. Suddetto modello è americano, ma è soprattutto all’Italia che guarda Ordine: «Le riforme e i continui tagli di risorse finanziarie hanno funestato […] la scuola e l’università. In maniera progressiva, ma molto preoccupante, lo Stato ha avviato un processo di disimpegno economico dal mondo dell’istruzione e della ricerca di base. Un processo che ha determinato, in parallelo, anche la licealizzazione delle università. […] Per far laureare gli studenti nei tempi stabiliti dalla legge e per rendere più gradevole l’apprendimento […] si cerca di allettarli con la perversa riduzione progressiva dei programmi e con la trasformazione delle lezioni in un gioco interattivo superficiale» (pp. 111-112). Contro questa concezione dell’istruzione, Ordine ripropone l’incontro vivo coi classici: quelle opere che mostrano come il “possesso della verità” uccida la verità stessa impedendo di apprendere gli uni dagli altri. Lontano sia dai nichilisti che dai dogmatici, l’humanus trova il valore dell’uomo non in una “verità assoluta”, ma nello sforzo costante fatto per raggiungerla.

@EricaGazzoldi