Recensione – Kiki consegne a domicilio

aprile 29th, 2013 | by Inchiostro
Recensione – Kiki consegne a domicilio
Cinema

di Silvia Piccone

Esce nelle sale italiane solo quest’anno e lo sente tutto il quasi quarto di secolo che Kiki consegne a domicilio cela dietro al suo aspetto all’apparenza fresco e sbarazzino – in realtà ad oggi un po’ datato e fuori tempo. A fronte del nuovo (e discutibile) doppiaggio italiano che non ci è dato di sapere se abbia attutito o meno qualche aspetto della trama – ché solitamente l’animazione che ci perviene dall’oriente, pur non essendo spesso per bambini, in Italia viene considerata tale e quindi censurata – la storia è ingenuamente simpatica, semplice e letteralmente fantastica.

Kiki è una piccola strega e per tradizione, compiuto il tredicesimo anno d’età, deve allontanarsi da casa e svolgere il noviziato che le donerà pieni poteri. Da questo incipit parte la sua avventura alla volta di una città nuova e sconosciuta insieme a un gatto nero, ovvio compagno di viaggio e amico fedele. Ed è proprio il gattino Jiji uno dei migliori personaggi del film, doppiato da Ilaria Stagni, leggendaria prima voce di Bart Simpson: contagia pubblico adulto e non con la sua simpatia stilizzata ed espressiva. Un personaggio su cui si sarebbe potuto contare per il divertimento generale dell’opera, senonché a metà film venga praticamente abbandonato per essere reintrodotto frettolosamente solo in fase d’epilogo durante i titoli di coda.

Prodotto dallo Studio Ghibli, Kiki consegne a domicilio è la nona regia d’animazione di Hayao Miyazaki e, ad osservarlo a posteriori, si può certamente constatare una certa immaturità stilistica che solo più tardi il geniale regista avrebbe affinato con capolavori indiscussi quali La principessa Mononoke o i più recenti La città incantata e Il castello errante di Howl. Mancano la finezza dei disegni dettagliati e dei particolari perfetti, la poesia dei personaggi e dei loro dialoghi mai scontati e profondi, nonché le nobili tematiche di Miyazaki che hanno contraddistinto un’intera carriera cinematografica dedita all’ecologia, al rispetto per la natura e al conflittuale e misterioso rapporto tra uomo e terra.
La misteriosa città in cui si trasferisce Kiki, non meglio geograficamente collocata, è un’altra mancanza del film: a detta del regista stesso, per disegnarla, si è fatto riferimento a diverse città (per lo più europee quali Lisbona, Parigi, Milano) che nonostante la loro singolare magia non sono riuscite a conferire il giusto carattere alla nuova location,  facendole perdere dunque l’occasione di diventare la vera co-protagonista d’eccezione.
Ammirevole, per contro, il tema di fondo del film che in qualche modo strizza l’occhio alla tanto e sempre attuale questione calda riguardante l’emancipazione femminile. Vestita di fantasia si tocca infatti una tematica effettivamente poco trattata dall’animazione in generale e perfettamente aderente alla poetica del regista stesso, sempre attento a trattare argomenti delicati o non frequentati con un’incommensurabile sensibilità. Protagoniste assolute dunque sono le donne: fuori casa, indipendenti e autosufficienti, pronte a cavarsela in un mondo che sembra quasi solo dedicato a esse, con pochissimi uomini per di più relegati in secondo piano. Fosse anche l’unico, è un buonissimo motivo per andarlo a vedere.