“Sguardi puri 2.0” / La sposa promessa

marzo 8th, 2013 | by Erica Gazzoldi
“Sguardi puri 2.0” / La sposa promessa
Cinema

di Erica Gazzoldi

Poco tempo fa, su questo blog, abbiamo parlato di Anna Karenina e del conflitto tra cuore e dovere. Il Politeama è tornato a proporre questo tema il 5-6 marzo 2013, per Sguardi Puri 2.0 – Cinema Femminile Plurale; ma, stavolta, si tratta di cuori chassidici.
La prima opera di fiction girata da Rama Burshtein è valsa la Coppa Volpi (Biennale di Venezia, 2012) a Hadas Yaron come miglior interprete femminile. Ha comportato il viaggio da New York a Tel Aviv per la regista, ebrea statunitense tornata verso le proprie radici. S’intitola La sposa promessa, in inglese Fill the Void (Israele, 2012): “Riempi il vuoto”. In natura, quando un vuoto si crea, viene subito riempito, insegnava Aristotele. Ciò vale anche nelle famiglie chassidiche. Le comunità ebree ortodosse sono circoscritte e compatte; vivono nel bel mezzo d’un Israele occidentalizzato, venendone lambite come isole. Il rabbino provvede ai bisogni economici, durante le festività; viene consultato per ogni sorta di faccenda, dal fidanzamento all’acquisto di un forno. Il clima comunitario è quello d’una famiglia allargata. Sempre forte è il senso dell’identità cultural-religiosa, come s’addice al ḥăsīd (“pio”): epiteto di chi si oppose all’ellenizzazione imposta da Antioco IV, poi (nel ‘900) di chi ricercò il fervore nel servizio a Dio. Le nenie liturgiche e gli auguri religiosi scandiscono la vita comune. Le sofferenze personali non dimenticano “coloro che sono in lutto in Sion e Gerusalemme”. La comunità è rappresentata durante la festa dei Pûrîm, in cui si ricorda come il popolo ebraico fosse sfuggito alle “Sorti” che ne avrebbero decretato lo sterminio (Libro di Ester, 9, 20-32). Quella chassidica è un’identità di “scampati”, di chi è rimasto fedele alle proprie tradizioni a dispetto di tutto.
Per le donne, il matrimonio è il massimo riconoscimento sociale. Le ragazze si accostano a questo momento con discrezione ed entusiasmo, festeggiandosi reciprocamente per l’ingresso nel mondo adulto. Il fidanzamento, proposto dalle famiglie, viene sancito dopo ponderazioni e consultazioni, soprattutto circa il sentire dei promessi sposi. L’amore non manca, ma, più che allo slancio romantico, somiglia alla pacatezza delle radici. Il buon assortimento di un’unione è avvertito “a pelle”, con precisione quasi divinatoria, o “senso del destino”. Però, anche il dubbio esiste. Si genera quando Esther (Renana Raz) muore, lasciando un neonato e un giovane vedovo (Yibtach Klein). Questo vuoto minaccia di sfaldare la famiglia: l’uomo riceve una proposta di seconde nozze dal Belgio e potrebbe partire col figlioletto, abbandonando la suocera (Irit Sheleg). Questa si rivolge alla figlia più giovane, Shira (Hadas Yaron). Lei sta per sposare un coetaneo ed è felice. Ora, però, le si propone di riempire il vuoto lasciato dalla sorella maggiore. Shira oscilla tra il timore di rinunciare alla giovinezza, il senso di responsabilità e il legame indecifrabile col cognato. Ha spazio per scelte e ripensamenti, ma ciò significa anche che il dubbio pesa interamente su di lei. La cinepresa la segue in dettaglio, fino a sfuocarne anche i capelli e le ciglia. Lo spettatore entra nel travaglio della ragazza, vicino come un pensiero.
“Beato chi, in tutta la propria vita, dice una parola di verità al Signore” la avverte il rabbino (Chayim Sharir). E Shira la dirà, a suo modo.

@EricaGazzoldi