Speciale 25 anni Erasmus / Severgnini: «Erasmus, i soldi meglio spesi dall’UE»

ottobre 4th, 2012 | by Inchiostro
Speciale 25 anni Erasmus / Severgnini: «Erasmus, i soldi meglio spesi dall’UE»
Erasmus

di Francesco Iacona

INTERVISTA ESCLUSIVA A BEPPE SEVERGNINI

In occasione dell’Erasmus Day che si è tenuto venerdì 28 settembre, abbiamo intercettato Beppe Severgnini – l’ospite d’onore dell’evento – che si è dimostrato molto disponibile a un’intervista sul tema.

Giornalista ed editorialista del Corriere della Sera, Severgnini è un illustre ex studente che si è laureato all’Università di Pavia. Egli è stato chiamato in causa – oltre che per presentare il libro “L’esprit cosmopolite” di Vincenzo Cicchelli, dedicato ai viaggi di formazione dei giovani in Europa – per testimoniare la sua esperienza come uomo di mondo, viaggiatore e giornalista internazionale.

Severgnini può essere considerato uno dei maggiori portavoce degli italiani all’estero. Infatti, tiene un blog chiamato Italians (http://italians.corriere.it/), il quale permette loro di comunicare, di tenersi in contatto e di esprimere opinioni. Inoltre, nei suoi numerosi viaggi per il Mondo, ha spesso riunito per delle cene molti connazionali sparsi per il globo, incontri dai quali è nato il libro “Italians, il giro del mondo in 80 pizze”.

 

Inchiostro – Come giudica il traguardo dei 25 anni del progetto Erasmus?

Severgnini – «Io penso che quelli destinati al progetto Erasmus siano i soldi meglio spesi in assoluto dall’Unione Europea. E che questa generazione debba saper rispondere a una sfida epocale, perché l’Europa si trova in un momento cruciale e, da sempre, procede per spaventi (come ho già scritto in passato): dallo spavento della seconda guerra mondiale è nata la Comunità europea; dallo spavento della crisi degli anni Settanta è nato il mercato unico; dallo spavento della crisi del comunismo è nato l’allargamento a est e dallo spavento dell’Euro potrebbe nascere un’Europa più forte e più coesa anche su politiche fiscali e debito pubblico (che è l’argomento di cui parliamo in questi giorni). Quindi, sono convinto che questa sia la grande sfida di questa generazione.

Ormai qui vediamo gli ultimi arrivati, ma ci sono gli Erasmus che adesso hanno più di quarant’anni e tocca a loro rispondere alla sfida. Adesso bisogna capire se all’Europa ci tengono oppure se andare in Erasmus gli è servito solo per trovare la ragazza svedese o belga; se la risposta è così, bene, per carità! Ma io credo che ci sia molto di più e i ragazzi europei per me sono all’altezza».

 

Sembra che il progetto Erasmus nei prossimi anni si estenderà non più solo all’Europa ma anche al resto del Mondo. Può essere un’opportunità ancora maggiore?

«Si, ne ho sentito parlare. Può essere un’opportunità, certo; anche se bisogna stare attenti a non annacquare i progetti. Io penso che l’Erasmus sia un programma europeo e l’allargamento rischia, appunto, di annacquarlo. Quindi, vorrei capire bene cosa vogliano fare… Anche perché in Europa c’è ancora molto da fare e molto da conoscere».

 

Quanto è importante per un giovane effettuare un’esperienza all’estero?

«Per un giovane effettuare un’esperienza all’estero è cruciale. Io negli anni Novanta ero alla Bocconi e facevo parte di un gruppo di advisers – di consiglieri, come li chiamavano – . La mia unica proposta è stata: “Uno non dovrebbe laurearsi alla Bocconi senza aver fatto un’esperienza all’estero”. Io sono radicale in questo. Dovrebbe essere addirittura obbligatorio: perché ti apre la mente; perché rimani te stesso, rimani italiano, se sei di Pavia rimani pavese, rimani quel che sei, ma in più diventi qualcos’altro. Non è un’alternativa, ma è imparare a fare confronti. È imparare a migliorare le relazioni e i modelli culturali.

I razzisti sono soltanto degli ignoranti che non si sono mai mossi da casa; questa è la sostanza. Un ragazzo che fa sei mesi di Erasmus ha imparato una lezione che gli servirà per tutta la vita nei rapporti con gli altri, nell’accettazione della diversità e per tutto questo non c’è aula universitaria che te lo insegni; lo insegnano le strade d’Europa, le piazze, i dormitori, le mense, ecc, ecc… ».

 

Qual è secondo lei l’importanza del confronto culturale. E tale confronto serve a unire o a dividere? Cioè può avere anche degli aspetti negativi?

«No, io non vedo aspetti negativi. Nel libro che ho presentato poco fa alla conferenza di inaugurazione dell’Erasmus Day  [“L’esprit cosmopolite”, di Vincenzo Cicchelli, dedicato ai viaggi di formazione dei giovani in Europa. N.d.R.] c’è una frase molto significativa: “Provare a superare le appartenenze nazionali pur restando fortemente attaccati al proprio paese. Ecco quello che fonda e che crea l’individuo cosmopolita”. Questa è una definizione molto sintetica ma molto bella. Dobbiamo smettere di ritenere che ciò che c’è fuori dal nostro Paese sia un’alternativa; io mi arrabbiavo coi leghisti perché sembrava che tutto fosse in alternativa. Io sono lombardo, anzi sono cremasco, ho studiato a Pavia, sono italiano, ma adoro l’Europa dove ho studiato e lavorato e credo di essere uno che nel mondo si muova facilmente. Perché dobbiamo crearci delle barriere quando non ci sono? Questa è la lezione più importante secondo me».

 

Beppe Severgnini, lei è un giornalista di mondo: ha viaggiato tanto e ha un blog (“Italians”) nel quale riunisce parecchi italiani che vivono all’estero; ha inoltre scritto un libro (“Italians, il giro del mondo in 80 pizze”) in cui racconta gli incontri con molti di questi italiani.

Ci può dire, in due battute, quella che per lei è la definizione di viaggio? Cioè, che cosa significa per lei viaggiare?

«Viaggiare è muovere la testa. Le gambe seguono».

 

Quale valore e quali contributi possono dare i nostri connazionali che vanno a lavorare all’estero ai paesi ospitanti?

«Ho scritto molte volte che ci sono alcune caratteristiche che cominciano per “G”, che sono: la genialità, il gusto, la grinta, la generosità e la gentilezza che sono dei tratti italiani. Purtroppo ce ne sono altri che cominciano per “I”, come: l’ideologia o l’inaffidabilità, su cui dovremmo lavorare per cancellarle. Però, quelle in “G” che dicevo sono un po’ il nostro marchio di fabbrica ed è una cosa che ci riconoscono dappertutto nel mondo».