Recensione – Diaz – Don’t clean up this blood

aprile 20th, 2012 | by Stefano Sfondrini

 

di Stefano Sfondrini

 

Genova, sabato 21 luglio 2001. Alle 22 circa il VI reparto mobile della Polizia di Stato fa irruzione nella scuola Diaz di via Cesare Battisti al civico 6, centro del coordinamento del Genoa Social Forum, in un numero imprecisato di agenti stimato sulle 300 unità circa. L’obiettivo è quello di sgomberare l’edificio dai “black bloc” giunti da diverse parti d’Europa che nei giorni precedenti hanno messo a ferro e fuoco la città in occasione del G8. Due ore dopo, ai lampeggianti blu delle volanti si aggiungono quelli delle ambulanze, ci furono 93 attivisti fermati e furono portati in ospedale 61 feriti, dei quali 3 in prognosi riservata e uno in coma.
La pellicola, diretta da Daniele Vicari e prodotta da Domenico Procacci, ruota attorno al roteare di una bottiglia lanciata da un manifestante contro un’auto della polizia, bottiglia che torna in più momenti del film facendo da trait d’union fra le diverse storie che si intrecciano nei fatti avvenuti la notte del giorno dopo l’uccisione del manifestante violento Carlo Giuliani, del quale omicidio se ne hanno echi anche se l’episodio non viene affrontato direttamente. La narrazione ci mette subito davanti al clima rovente di quei giorni, non soltanto per il mese di luglio, quanto per la devastazione creata dai gruppi antagonisti, il numero elevatissimo di manifestanti, lo stress e l’impotenza delle Forze dell’ordine costrette dai superiori a mantenere la calma sotto il lancio di oggetti e pietre da parte dei violenti. E mentre la maggior parte della folla sciama verso le proprie case, con il vertice internazionale ormai finito, qualcuno si ferma ancora una notte per ripartire l’indomani, senza poter lontanamente immaginare ciò che sarebbe accaduto di lì a poche ore.
La riuscita colonna sonora di Teho Teardo si fonde con la fotografia fredda e dalle immagini cupe di Gherardo Gossi, in un lungometraggio che fonde, con la narrazione, filmati amatoriali di chi visse quei giorni, quella notte, quelle ore; scopo del regista, dichiarato in più interviste, non è tuttavia raccontare ma mostrare, nudo e crudo, ciò che avvenne in uno dei momenti più bui delle Forze dell’ordine e dello Stato Italiano in generale. Non ci sono intenti politici, solo quello di mostrare “la più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la Seconda Guerra Mondiale”, come ha affermato Amnesty International, solo quello di mostrare a che abissi può sprofondare la natura umana, ancora oggi, in un Paese “progredito”. Così la narrazione prosegue poi mostrando ciò che avvenne ai detenuti nel carcere di Bolzaneto, quasi un “secondo tempo” di violenze come se non fossero bastate nell’istituto scolastico.
Vicari si è basato su documenti, deposizioni e riprese amatoriali, per mostrare ciò che avvenne in realtà. Quello che ci si augura è che chi entra in sala non soltanto veda, ma osservi con attenzione le azioni che si svolgono davanti ai propri occhi, e sia incentivato a documentarsi a sua volta su ciò che accadde, con l’occhio critico di vuole conoscere e non con quello pigro di chi sa già e quindi giudica per partito preso, sia esso un estremo o quello opposto.
Nelle sale dallo scorso 13 aprile, premio del pubblico all’ultimo Festival di Berlino, “Diaz – Don’t clean up this blood” ha potuto esser girato solo in parte in Italia, con un minimo ma presente aiuto del Ministero dello spettacolo, e – come previsto dallo stesso Procacci – l’uscita non pareggerà le spese di produzione, come spessissimo avviene per pellicole di questo tipo; certamente, però, non è per una questione economica che il film è stato girato.
Su una cosa dovrebbero tutti essere d’accordo, indipendentemente dagli schieramenti politici o cinematografici: che quanto accaduto a Genova durante il G8 del 2001, e in particolare alla scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto, rappresenta ancora un ingombrante e vergognoso rimosso nella coscienza collettiva del nostro paese. Vicari ci aiuta a non dimenticare, anche se sperare che fatti simili non accadano di nuovo è un’utopia troppo grande.