Racconto / C’è qualcuno alla porta

marzo 10th, 2012 | by Andrea Gobbato

di Andrea Gobbato

 

Piccola premessa: lo scopo di questo racconto è di indagare le profondità dell’ignoto e della psiche umana. L’uomo dall’altra parte della porta è reale o è solo frutto della mente sconvolta del protagonista? Nemmeno a me è dato saperlo. Buona lettura.

 

Non prendetemi per pazzo, vi prego. Vi scongiuro dal profondo della mia anima. Perché se lo farete, se penserete veramente che queste sono solo le parole prive di senno di un matto, potrei veramente lasciarmi sommergere dai flutti della follia e abbandonarmi al suo caldo abbraccio, sprofondando nell’oblio.

Io ho bisogno di qualcuno che mi creda. Di qualcuno che mi dica che quello che vedono i miei occhi non è solo un aborto partorito dalla mia mente malata.

Lo vedete? No?

Come fate a non vederlo? È proprio lì, fuori dalla porta del mio appartamento. Arriva tutte le sere, allo scoccare della mezzanotte, avvolto nel suo soprabito scuro, il cappello nero schiacciato sul viso. Gli occhi, sotto la tesa larga del cappello, sono freddi e inespressivi. Restano tutta la notte fissi sulla targhetta appesa sopra la porta di casa mia, quella con inciso il mio nome.

Resta lì, tutto il tempo, immobile. Tutta la notte a fissare il mio nome.

Alle prime luci dell’alba se ne va. Silenzioso come uno spettro nell’oscurità della notte che lentamente scompare al sorgere dei primi raggi del sole nascente.

Ve lo chiedo ancora una volta. Lo vedete? Come sarebbe a dire di no? Guardate qui. Avvicinate l’occhio allo spioncino. Ancora niente?

Ma almeno lo sentite? Rispondetemi di sì, se avete a cuore la mia salute mentale. Udite i suoi passi salire le scale e avvicinarsi al pianerottolo? È qui. Sta arrivando. Puntuale come tutte le notti.

Veglia sulla mia porta, sul mio nome, come un guardiano veglia su un’antica tomba dimenticata dal tempo. Immobile e silenzioso, gli occhi bui e incavati. Ogni notte.

La prima volta è apparso tre settimane fa. Ho sentito i suoi passi avanzare sui gradini. Ho guardato attraverso il foro dello spioncino. Era lì, impassibile, nei suoi vestiti scuri. Il sudore ha iniziato a scendermi lungo il collo e la schiena in piccoli rivoli gelidi.

Chi è? Cosa vuole da me?

Ho appoggiato la mano sulla maniglia. Mi tremava in modo incontrollabile. Volevo aprire e chiedergli di andarsene. Non ce l’ho fatta. I suoi occhi vuoti mi terrorizzavano, stringendomi il cuore come una tenaglia.

Dio, i suoi occhi! I suoi occhi fissi sulla mia porta!

Tre notti più tardi ho afferrato il ricevitore del telefono.

Volevo chiamare la polizia perché lo facessero andare via. Composto il numero, ho appoggiato la cornetta all’orecchio. Ho atteso. Il segnale di chiamata inoltrata era svanito. Dall’altra parte del filo regnava il silenzio totale. Il telefono della polizia non squillava.

Poi, una voce.

«Riaggancia».

Era lui! Non sono pazzo. Ne sono certo. Era la sua voce!

«Riaggancia».

Quella voce! Quella voce, Dio mio, quella voce…Una voce cupa, disumana, carica di malvagità. Una voce proveniente dall’Inferno!

Vi imploro, credete alle mie parole. Vi giuro che i miei non sono i vaneggiamenti di un povero pazzoide col cervello bacato.

Era la sua voce quella al telefono, potessero dannarmi l’anima se mento!

Riagganciai. Mi muovevo come nei sogni, al rallentatore. Ma sapevo di essere ben sveglio, come ora so di non essere pazzo come un cavallo.

Tornai a spiarlo. Era ancora lì. Un sorriso diabolico gli deformava il volto ossuto. Il suo sguardo mostruoso era fisso nel mio. Un lungo gemito mi sfuggì dalle labbra. Pregai Dio che facesse svanire quel demonio sotto sembianze umane da davanti casa mia.

Da quella volta è sempre tornato. Ogni notte. Con la pioggia o il bel tempo. Lui è lì. Arriva a mezzanotte e svanisce all’alba.

Ho perso il sonno. Passo le notti in piedi, davanti all’uscio. Mi chiedo che cosa vuole. Lui è dall’altra parte, sempre silenzioso e immobile. Solo una porta di legno ci separa.

Lui è lì, ogni maledetta notte.

Attende. Oh sì, questo lo so. Questo l’ho capito. Ho capito che sta attendendo, che sta aspettando qualcosa. Cosa sia, non sono in grado di dirvelo. Ma lui è lì che attende.

Eccolo. Sento il rumore dei suoi passi pesanti per la tromba delle scale. Le lancette dell’orologio appeso al muro del soggiorno si sono unite sul 12. È mezzanotte. Lui sta arrivando. Come ogni sera, viene a fissare il mio nome inciso sulla targhetta d’ottone. E attende.

Non posso più scappare. Lui è qui.

Ve lo ripeto per l’ultima volta. Queste non sono le parole di un folle.

Veramente continuate a non vederlo?! Non ci credo! Mentite!

E va bene. Tanto, per me non ha più nessuna importanza.

Ho capito cosa devo fare. Ho capito quello che lui vuole.

Vuole la mia sanità mentale.

Vuole la mia anima.

Lui è il Male.

Ma ogni male ha la sua cura. La sua medicina.

E io ho la mia medicina. È qui, a portata di mano. Una medicina per la mia testa. Già stringo il suo freddo calcio di noce nel pugno. Contiene sei pastiglie. Sei piccole pastiglie di piombo.

È ora di prendere la mia medicina.