Il sermone del profeta somaro

febbraio 16th, 2012 | by Giovanni Cervi Ciboldi

 

di Giovanni Cervi Ciboldi

 

Nell’Italia televisiva vigono due sostanziali regole. La prima è che, per parlare di attualità, non è necessaria alcuna competenza. La seconda è che l’artista importante non è quello che ha qualcosa da dire, ma quello che si fa sentire.
Aldo Grasso, insultato in diretta da Celentano, sul Corriere della Sera si chiede se “questo baraccone è la misura dello stato di salute della nazione”. La domanda è un’altra: in questo baraccone, qualcuno è disposto a prendere sul serio Celentano? La risposta è si: ed il baraccone diviene anche simbolo della propensione italiana a preferire la pancia che la testa. Ma capiteci: è molto meno impegnativo.
Purtroppo per noi, non siamo affatto dispensati dal pensare. Ma ci stiamo abituando al fatto che qualcuno lo faccia per noi. E questa delega spiana la strada ai capipopolo, complice il deserto che ci circonda e l’assenza di alternative accessibili.
Il poeta è sempre stato coscienza civile: se Celentano è la nostra, siamo davvero messi male. Malissimo. L’artista suole rimanere artista e lasciare l’onniscienza ad Aristotele. E invece si improvvisa filologo biblico, politologo, sociologo, linguista e costituzionalista: e lo fa perché, nel totale vuoto, gli è permesso farlo.
Ma visto che a contestare nel merito il delirio si entra nel delirio, meglio evitare. Basta dire che non c’è nulla di coraggioso o iconoclasta nelle parole di Celentano, visto che sono duemila anni che ognuno critica e attacca la chiesa e i suoi organi.
Così come è meglio evitare ogni valutazione artistica che, in presenza d’artistes, sarebbe normale. Ma non sovviene alcuna parola: nessuna qualità artistica è necessaria nel dare del deficiente a qualcuno, e nessuna viene impiegata nei successivi e imbarazzanti siparietti.
Come il sermone farneticante del Re degli Ignoranti. In sostanza, un compianto civile. Un tormento indefinito. Che è riuscito nella sola impresa di far schierare i laici con i cattolici. Manco fosse Don Sturzo. Molto peggio del predicozzo del più moralista dei preti.