Recensione – A.C.A.B.: il celerino, servitore dello Stato odiato da tutti

febbraio 4th, 2012 | by Francesco Iacona

di Francesco Iacona

Quello del celerino è un mestiere infame. Ma qualcuno dovrà pur farlo. Quello che fa parte del reparto dell’Antisommossa non è un semplice poliziotto. Ha il compito di manganellare la gente. E forte anche. Non certo una bella cosa.

Perciò, per fare questo lavoro bisogna avere i peli sullo stomaco, non farsi cogliere da compassione e soprattutto essere dei grandissimi bastardi, o quantomeno riuscire a diventarlo.

Però, dietro a tutto questo, ci sono persone normali con i loro problemi personali (come ce li abbiamo tutti noi): una famiglia da mantenere, un figlio con cui non vai d’accordo, un’ex moglie che ti vieta di farti vedere la bambina piccola, un Comune che ti sfratta di casa lasciandoti un’abitazione popolare impropriamente occupata da una famiglia di extracomunitari irregolari…

È questo che A.C.A.B. – il film che vede come protagonisti Pierfrancesco Favino, Marco Giallini, Filippo Nigro e Domenico Diele – vuole cercare di comunicare.

Questo acronimo significa: All Cops Are Bastards (cioè “gli sbirri sono tutti bastardi”) ed è una sorta di motto che unisce schieramenti dalle ideologie differenti: manifestanti, comunisti, anarchici, no global, ultras di tutte le squadre, fascisti… Si anche i fascisti. Molti accusano i celerini di essere fascisti. Ma i fascisti, quelli veri, ce l’hanno a morte con i poliziotti. Perché? Perché credono che lo Stato non faccia niente per tutelare i cittadini, cercando così di farsi giustizia da soli e quando fanno delle cazzate c’è sempre (o almeno dovrebbe esserci) la polizia a fermarli.

Il film non è una celebrazione della Celere (il reparto Antisommossa) e il regista, Stefano Sollima (al debutto sul grande schermo) è stato bravissimo a non far trasparire favoritismi verso una parte piuttosto che un’altra.

Lo scopo del film è semplicemente quello di mostrare, per la prima volta, chi siano questi tizi vestiti di blu scuro e dotati di casco e sfollagente che vediamo spesso in televisione, alle manifestazioni o negli stadi. Sollima ha voluto raccontare le storie di quattro celerini – “Cobra”, “Negro”, “Mazinga” e il novellino Adriano – mescolando finzione e realtà. La trama, infatti, ripercorre avvenimenti reali che hanno fatto parte della storia italiana degli ultimi anni e che hanno visto protagoniste, nel bene e nel male, le forze di polizia: la morte dell’ispettore capo Filippo Raciti, l’omicidio di Gabriele Sandri, ma anche la morte di Giovanna Reggiani (la donna aggredita e uccisa da un romeno nell’ottobre 2007).

I media parlano spesso degli scontri tra forze dell’ordine e ultras o manifestanti facinorosi. Si vedono spesso immagini brutali, violente. E in televisione vengono mostrate solo interviste a chi è stato pestato o ha assistito agli scontri. Ma nessuno si è mai posto il problema di fare delle domande a uno di quei celerini, per chiedergli cosa prova in quei momenti e cosa ne pensa di queste vicende e di tali scontri.

Quello del celerino è un mestiere infame. È bene ribadirlo. Ma bisogna ricordare anche che ogni poliziotto è un lavoratore (spesso con famiglia a carico) che per 1400 € al mese rischia vita e salute per difendere i cittadini e i manifestanti pacifici a favore di una vera legalità. E quali sono, invece, le conseguenze? Insulti e odio per la divisa. A riguardo, una frase di Cobra (alias Pierfrancesco Favino) è molto significativa: «Chi insulta la Polizia insulta lo Stato e per questo andrebbe arrestato. E invece noi non possiamo fare niente. Ci insultano, ci sputano addosso e non possiamo reagire. Quando quegli altri si incazzano, noi dobbiamo restare fermi. Solo quando si incazzano ancora di più e cominciano a tirarci le pietre allora noi possiamo cominciare a difenderci, con gli scudi che abbiamo in dotazione».

Sia chiaro, la polizia non è composta solo da santi e da eroi. Gli errori sono tanti (vedi la scuola Diaz nel 2001, giusto per fare un tragico esempio), ma è anche vero che il compito del poliziotto è quello di eseguire gli ordini dei superiori. Giusti o sbagliati che siano.

Le parole di Cobra sopra citate sono una sacrosanta verità. Tutti dovrebbero portare più rispetto per chi lavora per difenderci. Bisognerebbe portare più rispetto per chi rappresenta lo Stato. E per chi serve lo Stato.

Certo, servitore dello Stato non è soltanto il poliziotto. Servitore dello Stato lo è  qualsiasi lavoratore e qualsiasi cittadino onesto, indipendentemente dalla professione e dalla classe sociale a cui appartiene. Ma qui il discorso si allargherebbe a dismisura. Restando coerenti al tema, invece, risulta difficile considerare servitori dello Stato coloro che alle forze dell’ordine ci vanno contro: persone che vanno in giro a spaccare vetrine e automobili, persone con il passamontagna in testa che tirano estintori alla camionetta dei carabinieri, ultras che vanno allo stadio solo per pestarsi o persone che organizzano spedizioni punitive contro gente con la pelle di un colore diverso. Molti di questi personaggi, al contrario, sono stati trasformati i martiri o in modelli da imitare.

Invece, forse, ci vorrebbe un po’ più di rispetto per Stato e Istituzioni. Ma anche un po’ di razionalità per ragionare con la propria testa (e non con quella del gruppo) e riconsiderare chi realmente sta dalla parte della legalità e chi no.