Il giorno prima: intervista a Marisa Zanzotto

ottobre 28th, 2011 | by Inchiostro

 

di Laura Di Corcia

 

NdR. Questa intervista a Marisa Zanzotto è stata effettuata il giorno antecedente la morte di Andrea Zanzotto, in occasione dei festeggiamenti per i 90 anni dell’Università Cattolica, contestualmente alla presentazione del sencondo numero di “Autografo” – rivista di letteratura italiana fondata da Maria Corti – interamente dedicato alla figura di Zanzotto, grazie al generoso lascito di documenti che il poeta stesso fece a Maria Corti e che sono ora conservati nel Fondo manoscritti dell’Università di Pavia.

 

Dieci giorni fa moriva Andrea Zanzotto, una settimana dopo aver compiuto i novant’anni, una delle più importanti voci poetiche del secondo Novecento italiano. Il lunedì, un giorno prima della sua scomparsa, l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano gli aveva dedicato una giornata di studi in cui, oltre a festeggiare il compleanno, si erano susseguiti interventi di studiosi e professori che avevano messo in luce la portata morale della sua produzione e il suo ruolo protagonista per i futuri sviluppi della poesia italiana. Alla mattinata il poeta di Pieve di Soligo (Treviso), che già versava in condizioni di salute allarmanti, non ha potuto presenziare; c’era invece sua moglie, Marisa Zanzotto, sua compagna da cinquant’anni. Abbiamo quindi colto l’occasione per porgerle alcune domande su questo grandissimo, illustre poeta.

 

Signora Zanzotto, ci può spiegare come ha conosciuto suo marito?

Andrea viveva in ristrettezze economiche da giovane. Il padre era antifascista e non trovava lavoro in patria, motivo per cui aveva deciso di trasferirsi a Bengasi. Il bambino ha vissuto non con la madre, che soffriva di depressione, ma con la mamma di suo padre, che viveva nella casa di fronte. Non era una situazione semplice, ma c’è da dire che la nonna lo ha cresciuto bene, dandogli tutto l’affetto possibile. Insomma, una volta laureatosi, dava lezioni ai figli del farmacista per pagare le medicine di tutta la famiglia, di cui si doveva occupare lui in prima persona, essendo venuta a mancare la figura paterna. E la figlia del farmacista era mia compagna di classe; gli mostrò una foto di gruppo e lui si invaghì di me. Io all’inizio non volevo. Ma mi fece una corte bella lunga, e, appena ebbi finito l’Università, mi propose di sposarlo. Lui aveva 15 anni più di me. Mi disse che ero la sua ultima possibilità.

 

Zanzotto è rimasto sempre a Pieve di Soligo, se si eccettuano gli anni del dopoguerra in Francia e Svizzera; come mai questa scelta defilata?

Aveva ricevuto delle proposte da alcune sedi universitarie, a dire il vero. Fu Giuseppe Toniolo (economista e sociologo, fra i principali artefici dell’inserimento dei cattolici nella vita sociale e politica del Paese, ndr) a scoraggiarlo. Allora lui aveva la cattedra a Pisa e conosceva Andrea perché aveva sposato una delle figlie del famoso farmacista di Pieve di Soligo. Gli disse: “Vieni pure nell’Ateneo, ma non pensare di continuare a scribacchiare quelle cose orribili”. Per questo decise di lasciar perdere quella via e di continuare a rimanere fedele al suo istinto.

 

E poi suo marito diventò uno dei poeti più importanti di Italia, stringendo amicizie con personaggi di spicco. Come Fellini. Che rapporto aveva col maestro?

È stata una frequentazione straordinaria. Lui e la moglie Giulietta venivano spesso a casa nostra. Mio marito ha studiato molto la psicologia e si è sottoposto a tre percorsi di terapia, mentre Fellini ne era completamente a digiuno. Quindi lo consultava spesso per avere dei pareri. Era stato Nico Naldini a suggerire a Federico il nome di mio marito per il suo Casanova, per il quale serviva una persona che sapesse parlare bene il dialetto veneto. Ho tanti ricordi legati alla famiglia Fellini; spesso d’estate andavo a Roma, da loro. Lui era spendaccione, mentre Giulietta era parsimoniosa.

 

Nella poesia di suo marito emerge spesso il tema dell’infanzia, con tanto di recupero della lingua usata dalle madri e dalle balie con i neonati, il petel; immagino che anche nella sua vita privata quest’attenzione sia emersa, in qualche modo.

Sì. Andrea credeva nel valore della pedagogia e questo emerge dalle sue opere, ma non solo. Per esempio ha tenuto diversi corsi in cui spiegava agli insegnanti come avvicinare i bambini alla poesia.