La morte non è uguale per tutti

ottobre 27th, 2011 | by Chiara Vassena

di Chiara Vassena

 

G. era un ragazzo tranquillo: i suoi genitori erano separati e viveva con il padre, che di lavoro faceva il camionista e spesso non era a casa. Usciva con gli amici, lavorava part time, aveva sogni e speranze come qualsiasi ventitrenne.

A. ora è morto. Domenica se ne è andato in maniera silenziosa, senza disturbare, esattamente come ha vissuto, quasi in punta di piedi, per non far pesare agli altri la sua malattia. Perchè è vero, A era un ragazzo come tanti, ma solo dal fuori: fin da piccolo aveva dovuto convivere con una grave malformazione cardiaca che l’aveva costretto a sostenere una serie interminabile di interventi. Il primo pochi giorni dopo essere nato, e poi dentro e fuori dagli ospedali per tutta l’infanzia, fino che a dodici anni aveva affrontato il primo trapianto di cuore. Sembrava funzionare, all’inizio, ma poi le complicazioni alle coronarie, il pacemaker e l’arresto cardiaco avevano reso evidente che il vecchio cuore non andava più bene: ne serviva uno nuovo, subito. Così G., dopo che per tanti anni si era impegnato a rendere invisibile la sua diversità, se non attraverso una radiografia, settimana scorsa ha affrontato con il solito coraggio l’ennesimo intervento, ma non lo ha superato.

Ora in questi giorni si fa un gran parlare della morte di Simoncelli, di quanto sia triste e sbagliato andarsene così giovani, di come questo pilota avesse ispirato orde di giovani più o meno appassionati alle moto. Le bacheche dei vari social network sono state intasate da post commemorativi, tutti i giornali dedicano articoli ad ogni aspetto della vicenda, esasperando il dettaglio più macabro, e basta accendere la televisione per vedere il filmato dello scontro, immagini mandate in onda in un servizio strappalacrime dopo l’altro.

Il silenzio che ha circondato la morte di G. è per me diventato assordante specialmente se comparato al clamore che ha caratterizzato quella del giovane motociclista e il confronto è stato inevitabile: entrambi se ne sono andati lo stesso giorno ed erano pressapoco coetanei. Io per prima, profana nel mondo delle gare di moto GP, sono rimasta colpita dall’incidente: mi dispiace per i suoi genitori, per la sua fidanzata, capisco, anche se non condivido, l’accanimento mediatico intorno alla morte di un personaggio pubblico e cerco di convincermi che sia di qualche sostegno per la famiglia sentire, attraverso l’interessamento dei media, il cordoglio nazionale. Però poi penso che la morte, e la vita, di G. sono state registrate solo da un brevissimo trafiletto su un giornale locale, penso al suo funerale dove non c’erano sportivi, cantanti, maxischermi, penso a suo padre che torna nella casa vuota, e rimane solo con il suo dolore.

Simoncelli non era un eroe, era un ragazzo simpatico e talentuoso, ma è morto facendo quello che desiderava fare: seguendo una passione che gli dava soldi e fama, consapevole che sull’altro piatto della bilancia c’erano dei rischi, anche grossi. Mentre lo piangiamo cerchiamo di non dimenticarci che c’è chi non è così fortunato.