La canzone d’autore italiana

dicembre 1st, 2010 | by Inchiostro

di Francesco Iacona

 

Intervista a Paolo Jachia.

Inchiostro – Nel 1998 lei ha pubblicato “La canzone d’autore italiana 1958-1997. Avventure della parola cantata”. Gaber, De André, Guccini, Vecchioni, Battiato, De Gregori, Fossati sono cantautori italiani che lei ha avuto modo di approfondire anche monograficamente.
C’è un filo che unisce le loro poetiche?
Prof. Jachia – Il rinnovamento di un’arte considerata minore e la sua evoluzione ad arte in grado di rappresentare e comprendere il nostro tempo. È la traduzione del fenomeno Bob Dylan (arte più industria culturale) in una situazione diversa, appunto quella italiana, che stava uscendo dal cono d’ombra del crocianesimo e dell’idealismo che, pure dopo il crollo del regime fascista, mantenevano ancora una loro forte egemonia.

Nel 1958 esce “Nel blu dipinto di blu” di Domenico Modugno. Dopo aver trionfato al Festival di Sanremo di quell’anno fu esportata all’estero come emblema del made in Italy in campo musicale.
Lei che ruolo attribuisce a Modugno? É il padre dei cantautori italiani?
In un certo senso sì ma al suo fianco vorrei mettere Dario Fo, autore di splendide canzoni con Jannacci ed altri. Ma il ragionamento è più complesso, non si chiude a due persone, come d’altronde mai nella storia. Negli anni Cinquanta, Sessanta, Settanta la canzone passa da canzonetta a canzone d’arte, cioè alcune canzoni sono arte, altre sono mere espressioni culturali ma tutte hanno un valore e un’importanza se pure, talvolta, modesti; come cioè in tutte le altre espressioni artistiche. É una svolta epocale.

Nel 1965 fu scritta da Francesco Guccini la canzone “Dio è morto” per poi essere incisa due anni dopo dai Nomadi. Fece scalpore per il suo titolo e il suo testo. Venne censurata dalla Rai perché ritenuta blasfema, ma fu mandata in onda da Radio Vaticana (e si dice che sia stata apprezzata anche da Papa Paolo VI).
La canzone è libera all’interno della censura?
Credo che Francesco sia una delle colonne di questo rinnovamento della canzone. Il suo denso e affascinante lavoro artistico è, inoltre, di un enorme valore etico-politico; è stato, ed è, infatti una delle coscienze morali della contemporaneità (ascoltate, ad esempio, la canzone da lui dedicata a Piazza Alimonda). Ma, appunto, della contemporaneità.
Michail Bachtin, uno dei più grandi teorici della semiotica e della letteratura novecentesca, ci ha insegnato, a questo proposito, che ci sono opere che servono a capire il presente e opere che invece spezzano la gabbia del proprio tempo. In Italia, se dovessi scommettere su cosa resterà della canzone d’arte secondo novecentesca scommetterei su Conte, Battiato, De André.

Passando alle interpreti femminili, eccone alcune: Fiorella Mannoia, Mia Martini, Mina, Patty Pravo, Ornella Vanoni.
Che apporto hanno dato all’evoluzione della nostra canzone?
Ecco questo è uno dei punti a conferma del nostro ragionamento. Se voi vedete queste prime “signore della canzone d’arte italiana” sono solo interpreti. Poi, nel rinnovamento sociale che è partito dal Sessantotto, è cresciuto enormemente il ruolo della donna, anche nell’arte. Io e Francesco Paracchini, direttore della rivista “L’Isola della musica italiana”, in un nostro libro dal titolo “Nonostante Sanremo”, abbiamo scritto che se esiste un futuro della canzone d’arte in Italia, è donna. D’accodo su questo poi abbiamo iniziato a litigare, io scommetto su Cristina Donà, lui su Carmen Consoli.

Nel 2009 lei ha pubblicato con Francesco Paracchini “Nonostante Sanremo 1958-2008: arte e canzone al festival”. Che cosa ha rappresentato per la nostra storia musicale? Che cosa rappresenta oggi, alla luce anche del moltiplicarsi di talent show, quali “Amici” e “X-Factor”?
Non sono un buon giudice della televisione contemporanea, a casa non ho né tv né internet. Nel libro sostenevo che Sanremo è una vetrina della canzone italiana usata talvolta bene talvolta male. Insomma Morandi, Vecchioni, Battiato, Patty Bravo, Anna Oxa, Davide Van de Sfroos, Luca Madonia, presenti in questa edizione, sono una bella fetta della canzone italiana e dunque va bene così.

Dopo la stagione d’autore, la tematica sociale ha trovato sempre meno spazio nella nostra canzone. Le nuove generazioni di cantautori si occupano sempre più di ballate amorose e amenità commerciali. Ma c’è qualche cantautore associabile alla “vecchia guardia”? C’è qualcuno che si è fatto strada negli ultimi anni?
In primo luogo vorrei dire che invecchiando si tende a mitizzare il passato. Invece, secondo me, bisogna cercare di tenere gli occhi aperti sul nuovo. Magari facendosi aiutare da qualcuno più giovane. L’ultimo mio libro si intitola “I Baustelle, Mistici dell’Occidente” e l’ho scritto con un mio bravissimo allievo di Pavia, Davide Pilla. Ecco, I Baustelle o Davide Van de Sfroos sono nomi, oltre quelli femminili prima ricordati, da tener presente in un discorso sulla canzone d’arte contemporanea.