La storia di Katie Stubblefield

ottobre 5th, 2018 | by Davide Spinelli
La storia di Katie Stubblefield
Attualità

Katie Stubblefield ha 18 anni. Con la sua famiglia si è già trasferita due volte: la prima dalla Florida al Kentucky, la seconda in Mississippi. Ambientarsi alle superiori è difficile, ma al terzo anno si innamora di un ragazzo. Il sentimento è travolgente e irrazionale; dopo due anni cominciano perfino a parlare di matrimonio. In quinta, però, le certezze di Katie si sgretolano. Il preside del piccolo istituto per cui lavoravano i genitori decide di rescindergli il contratto; sul telefono del fidanzato compaiono messaggi ad altre ragazze. Quando chiede spiegazioni, il ragazzo la lascia. Il mondo crolla, ma non sembra fare rumore. Silenzioso fino a quando Katie si chiude in bagno e preme il grilletto del fucile da caccia del fratello Robert. Lui poco dopo sfonda la porta e la trova in un’onda di sangue. Il suo viso non c’è più. Parte della fronte, il naso, i seni paranasali, la bocca, gran parte della mandibola e le ossa che compongono la faccia sono polvere.

Dopo essere stata operata d’urgenza, a causa delle condizioni gravissime, Katie viene trasferita alla Cleveland Clinic. Brian Gastman è il primo medico che la visita: il cervello è quasi completamente esposto, il rischio di infezioni, crisi convulsive e altre problematiche. Ma grazie all’aiuto di Papay – direttore dell’Istituto di dermatologia e chirurgia plastica della Cleveland Clinic – i due specialisti riescono a “rattoppare” il viso di Katie in più operazioni, diluite nei mesi successivi al tentato suicidio. Per creare una cavità nasale e proteggere il cervello hanno realizzato un naso e un labbro superiore rudimentali, arrotolando un po’ di tessuto preso dalla coscia; per il mento e il labbro inferiore hanno utilizzato il tendine d’Achille; la mandibola è stata ricreata con pezzi di perone e titanio; gli occhi sono stati riavvicinati con un dispositivo di distrazione osteogenetica (visibile sul volto di Katie nell’immagine in basso).

Per Katie il giorno in cui ha tentato di togliersi la vita è come se non esistesse. Quel 25 marzo 2014 non è neanche un ricordo. A qualche mese dagli interventi dell’equipe medica, il viso della ragazza è il migliore che la chirurgia ricostruttiva possa dare a un paziente in gravi condizioni. Il 22 agosto 2014 la ragazza è trasferita nel reparto di riabilitazione, mentre i genitori vanno a vivere nella Ronald McDonald House. Nel dicembre dello stesso anno, dopo oltre duecentocinquanta giorni di ricovero, Katie può raggiungere i genitori nella nuova abitazione. Parallelamente inizia un lungo percorso di terapie fisiche, occupazionali e logopedistiche, fino al 2016, quando incorre una possibile svolta nella vita di Katie: entra nella lista d’attesa per il trapianto facciale. Invero, la dottoressa americana Maria Siemionow ha da poco iniziato a intraprendere la ricerca nel campo del trapianto facciale alla Cleveland Clinic, seguendo le orme di un gruppo di medici francesi che l’aveva recentemente eseguito per la prima volta. Inizialmente l’ambiente scientifico è estremamente scettico, ma la sperimentazione prosegue spedita, testando soprattutto modelli di sutura in anastomosi e strategie immumnodepressive innovative, con risultati incredibili – grazie a questo progetto di ricerca l’istituto ha ricevuto 4,8 milioni di dollari di investimento, di cui 2 sono stati destinanti esclusivamente alla sperimentazione dei trapianti facciali.

Il gran giorno arriva il 4 maggio 2017. Katie ha 21 anni.
I trapianti facciali, rispetto agli altri, sono più complessi perché riguardano tessuti diversi come muscoli, nervi, vasi sanguigni, ossa e pelle. Il rischio di rigetto è una possibilità che diventerà quotidiana nella vita di Katie. Ma i chirurghi, dopo aver trascorso ore e ore a esercitarsi nei mesi precedenti, e aver spiegato ai genitori di Katie il significato dell’intervento, sono pronti. Tecnicamente alla ragazza non serve alcun trapianto facciale per continuare a vivere, ma Katie non la pensa così.
Alle 8.17 Gastman fa la prima incisione sul corpo della donatrice. Nelle successive sedici ore, un totale di quattordici chirurghi rimane fermo e concentrato a rimuovere il volto da innestare a Katie. Prima di tutto estraggono gli occhi per prelevare le cornee, poi isolano e dissezionano il settimo nervo cranico. Poi Papay reseca tutta la mascella, parte della mandibola, gran parte degli zigomi fino all’osso frontale sopra i seni nasali. Infine i chirurghi dissezionano vene e arterie affinché combacino con quelle di Katie, che verso mezzogiorno è trasferita in sala operatoria. Intorno alla mezzanotte il volto della donatrice è posto su quello della ricevente. I vasi sono collegati e il sangue inizia subito a fluire, irradiando di colore il nuovo viso di Katie. Gli specialisti di microchirurgia cuciono le estremità delle guaine con fili sottilissimi. I chirurghi suturarono i nervi motori. Ma c’è un problema: il volto della donatrice non si adatta perfettamente a quello di Katie. I medici si fermano. È il momento di una nuova ulteriore decisione: procedere a un trapianto facciale parziale, oppure completo? Gastman e Papay espongono entrambe le possibilità e le rispettive complicanze a Robb e Alesia. Dopo una lunga riflessione, il padre della ragazza risponde che Katie avrebbe voluto un trapianto completo. La decisone è presa. 31 Ore dopo l’inizio dell’intervento, i chirurghi suturano lo strato superiore della pelle, attaccando l’intero volto (qui è possibile vedere tutti singoli passaggi della lunga operazione di trapianto).

Robb, Alesia e Robert entrano nella sala di terapia intensiva. Il viso di Katie è diverso (sorretto da una specializzanda nella foto in alto). È ancora lei? Per la terza volta, Katie ha un viso diverso.
Trascorse due settimane dall’intervento, una fisioterapista fa alzare la ragazza. Katie tocca il suo nuovo volto per la prima volta. È gonfio. Rotondo. E si chiede se ancora la gente continuerà a fissarla in modo strano. Seguiranno giorni difficili, e altri ancora più difficili; altri interventi di rifinitura e correzione che aiuteranno Katie a credere in quello che ripete molto spesso sua madre: bambina mia, andrà sempre meglio, la tua storia non è ancora finita. Lo stesso vale per quella di tutte le altre persone, nel resto del mondo, in attesa dello stesso trapianto (è notizia di qualche giorno fa che nella notte tra il 22 e il 23 settembre anche in Italia è stato eseguito il primo trapianto facciale all’ospedale Sant’Andrea di Roma).

La nostra storia, i nostri ricordi, sono segnati e impressi nella tela del nostro volto. D’altronde facciamo parte di quel gruppo esclusivo di “animali” che sono in grado di riconoscere il proprio viso in uno specchio, qualcosa che, oltre noi, solo gli elefanti asiatici, le gazze e i tursiopi sanno fare. Il viso è la scelta più sincera che presentiamo al mondo e il modo più diretto attraverso cui lo
intendiamo. Mordiamo un’arancia,
cantiamo, baciamo. I nostri 43 muscoli mimici sono fenomenali: lì dentro è custodita ogni rappresentazione delle nostre emozioni. Perdere tutto questo, e provare a rialzarsi, è la storia di Katie. I progressi della medicina, poi, hanno dato un senso alla sua dedizione e resilienza e a quella dei suoi genitori
(nella foto a lato, con Katie dopo
l’intervento), perché «Il mondo vuole vedere la speranza sul viso» (Sorrisi, W. Szymborska).