Pontremoli risponde II | Counseling: a chi si rivolge?

settembre 18th, 2018 | by Antonio Emmanuello
Pontremoli risponde II | Counseling: a chi si rivolge?
Cultura

Convegno SCFA 1 bnLaureato in filosofia all’Università di Pavia, Pietro E. Pontremoli è oggi un counselor conosciuto nel suo ambiente. Con ormai varie pubblicazioni alle spalle, lunga esperienza in diverse discipline e un’infinita pazienza, Pontremoli ha gentilmente accettato di rispondere alle domande di Inchiostro su un tema che lascia i più perplessi: il counseling. Nel migliore dei casi l’avrete sentito per sbaglio o avrete visto una locandina appesa in una bacheca di via Mascheroni, lungo le vetrine di Limoni. Se invece avete già dei rudimenti, sappiate che c’è da sapere molto più di quanto pensiate.  Questa piccola rubrica, “Pontremoli risponde”, è divisa in 4 episodi e 5 argomenti:

1) Cos’è il counseling?

2) A chi si rivolge?

3) Caratteristiche, metodo, tecniche e filosofia.

4) Counseling, psicologia e situazione italiana.


Il campo entro il quale il counseling opera è quello delle difficoltà specifiche ed attuali. Per chiarire cosa si intenda riporto un elenco (sparso) di esempi: un lavoratore che perde il posto di lavoro; un lavoratore in cassa integrazione; un amante che litiga con l’amata; una coppia che affronta una separazione; un atleta insoddisfatto del suo rendimento che ha smarrito il senso della sua attività; un cittadino che si sia rotto una gamba e che sia in un momento di stasi; un insegnante che abbia una momentanea difficoltà a gestire una classe; un credente che sente di perdere la fede; un lavoratore precario che non riesce a programmare il proprio futuro; un comune cittadino che sia preoccupato dai continui proclami terroristici; una persona che debba affrontare una diagnosi e/o prognosi infausta; una persona che senta di avere difficoltà nella sua tranquillità dopo aver subito un furto…

Vanno precisate alcune questioni prima di passare alla descrizione della prassi del counseling. Qui non intendo un approccio esclusivo del counseling alle difficoltà specifiche, ma un possibile approccio fra i vari che il ‘mercato’ propone e che devono soggiacere alla scelta della persona che porta il problema. Tale scelta è veicolata e vincolata anche da un altro fatto: non il cosa, ma il come. Mi spiego. Io – ad esempio – un lavoratore che ha perso il posto di lavoro, e porto questo come problema specifico, dovrò essere informato del fatto che lo stato d’animo che sto provando e la situazione interiore che sto vivendo sono causati da contingenze, ma potrebbero essere determinati da altro che col contingente non ha nulla a che vedere se non per contiguità temporale. Dunque, devo essere informato sul fatto che ci sono percorsi d’aiuto – e dunque professionisti che li agiscono – che possono aiutare in termini di conoscenza, tamponamento, risoluzione e perciò essere informato sui vari ‘livelli’ di aiuto e soprattutto su un’importantissima distinzione: risolvere il problema specifico non significa risolvere le fondamenta che hanno retto lo stato d’animo sfavorevole legato temporalmente al problema specifico. Solo attraverso un’ottima informazione la persona disporrà delle conoscenze che gli permetteranno di scegliere per quello che in quel momento reputa per se stesso meglio; infatti, come si recita in Teoria dei Giochi: “nessun giocatore, nessun agente razionale (per quanto l’uomo non sia solo e soprattutto  razionale), sceglie un’azione se ne ha a disposizione un’altra che gli permette di ottenere risultati migliori”. Come è evidente la soggettività è fondamentale perché c’è qualcosa che può essere conosciuto soltanto in prima persona: la propria sofferenza in primis.

Ritornando al campo entro il quale il counseling può operare, aggiungo che è alla portata di tutti constatare che nel corso della vita accadono fatti, come quelli sopra citati, che soggettivamente considerarti possono nuocere a noi esseri umani. Si tratta di eventi svantaggiosi, non utili e che recano perdite. In breve: eventi specifici che ci danneggiano. Vi sono, fra questi danni, quelli che anche la giurisprudenza recentemente ha definito ‘esistenziali’. Ora, possiamo definire ‘danno esistenziale’ ciò che comporta un peggioramento – soggettivamente inteso e congruentemente alla Legge ed al decoro – della qualità della vita, pur non essendo un danno alla salute. Lo si può definire come causa di impedimenti alle attività (auto)realizzatrici della persona umana che quindi provoca un perturbamento della quotidianità e la rinuncia forzata ad occasioni felici o serene. In generale si tratta di tutti quei danni che non possono essere considerati danni alla salute, perché non si traducono in una lesione psicofisica e tuttavia incidono su valori fondamentali dell’esistenza di un individuo. Essendo la vita umana – come detto – costituita da una normale sofferenza, ne deriva che il danno è un corollario di questa dinamica.