#WildWest – 14 • Clint Eastwood

settembre 11th, 2018 | by Samuele Badino
#WildWest – 14 • Clint Eastwood
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#WildWest • Il Cinema Western passo passo, nella rubrica di Samuele Badino. 14° episodio. Clint Eastwood: da attore icona del West diventa regista e ripensa il Western con quattro pietre miliari. Clicca qui per scoprire tutti gli articoli.


Clint Eastwood l’abbiamo già incontrato come attore nella Trilogia del dollaro  di Sergio Leone (clicca qui per approfondire), ma la sua parabola nel genere non si era di certo conclusa con il Triello, e dobbiamo senza dubbio annoverarlo tra i maestri del Western moderno, insieme a Leone e Peckinpah (clicca qui per approfondire), capace di trarre ispirazione da entrambi ma giungere a soluzioni personalissime e del tutto nuove. In quasi cinquant’anni da regista ha toccato moltissimi generi, reinterpretando ciascuno alla luce del proprio definito o e spietato  individualismo. La sua rilettura del Western attraversa un ventennio, in quattro tappe: Lo straniero senza nome  (1973), Il Texano dagli occhi di ghiaccio  (1976), Il cavaliere pallido  (1985) e Gli spietati  (1992).


Lo straniero senza nome  (1973)


14 - 3 Nel 1971 Eastwood, quarantunenne, dirige il suo primo film – in cui recita anche in una parte che però poco lo calza –, il thriller erotico Brivido nella notte  (Play misty for me), e poi fa doppietta nel 1973 con Lo straniero senza nome  (High plains drifter) e con la commedia romantica Breezy, in cui inserisce perfino la locandina di High plains drifter  in un’inquadratura, una sorta di via di mezzo tra una citazione e un easter egg.

Tornando sul genere che ha fatto la sua fortuna di attore, Eastwood dimostra di aver appreso al meglio la lezione di Leone: i profondi silenzi, la vendetta, l’impietosità della vita, il protagonista che a cavallo arriva dal nulla e torna nel nulla alla fine del film, la maturità e coscienza nei movimenti di macchina, nella direzione degli attori, nella costruzione della tensione. Ma sa citare anche altri grandi maestri: Fred Zinnemann e il suo Mezzogiorno di fuoco  (clicca qui per approfondire) nell’attesa pressante dell’arrivo dei banditi, I Magnifici Sette  di John Sturges (clicca qui per approfondire) nei paesani che assoldano un pistolero per difenderli e prepararli allo scontro. Ma entrambe queste fonti sono capovolte, rivoltate, snaturate: i banditi non sono la vera minaccia, i paesani sono avidi e ipocriti, e al momento dello scontro il protagonista si allontana lasciando il paese al suo destino. Il pilastro su cui poggia la pellicola è Clint Eastwood, individuo, solo, in un Western che sintetizza una nuova versione del genere – criticata aspramente da Wayne che vi vide una certa mancanza di rispetto – capace di tener conto del discorso Spaghetti Western  e di riportarlo alla realtà americana, confrontandolo con i suoi ideali e modelli, con le sue profonde contraddizioni, la violenza, avarizia e misoginia nascoste. Se il Western all’Italiana  era un gioco, qui il gioco non conta, conta solo il suo messaggio. La pellicola non si riduce ad imitare e citare: la visionarie sequenze oniriche dei flashback  e le stupende inquadrature sulla città interamente dipinta di rosso sangue e in fiamme sono il culmine di un’amara riflessione in cui tutti sono peccatori, perché colpevoli o perché impotenti, e il loro posto è in Hell.14 - 4


Il Texano dagli occhi di ghiaccio  (1976)


14 - 5L’individualismo di Clint Eastwood si fa ancora più profondo nella storia di The Outlaw Josey Wales  (non mi dilungherò sull’improbabilità del titolo italiano: il protagonista è del Missouri), un semplice contadino e padre di famiglia, i cui cari vengono uccisi da un gruppo di soldati nordisti sbandati. A Josey – che si era tenuto lontano dalla Guerra Civile e che non aveva alcuna affiliazione politica né ideologica – non resta altra altra scelta che unirsi agli ultimi gruppi di sudisti inseguendo quel tema ricorrente che è la vendetta. Ad essa sacrifica tutto, i commilitoni e la morale; una vendetta che non ha più il connotato – seppur vago – della giustizia come in Lo straniero senza nome  o Per qualche dollaro in più  (clicca qui per approfondire), ma è ferina, rabbiosa, quasi un folle gioco di morte per gli altri e se stesso, che si trasforma in una fuga verso Ovest (il teatro perfetto per il direttore della fotografia Bruce Surtees per una lezione su come valorizzare i paesaggi) dove a Wales si aggrega una scalcinata combriccola, attraverso cui il regista dà voce a personaggi reietti e anticonformisti (tra cui Chief Dan George che avevamo trovato ne Il piccolo grande uomo  – clicca qui per approfondire). Dopo aver preso da Leone, Eastwood torna al classico per raccontare l’America, a Ford (clicca qui per approfondire) e Hawks (clicca qui per approfondire); l’America però qui dipinta è mutila ma colpevole – la guerra è quella di secessione ma ammicca al Vietnam –, la sua società diffida delle istituzioni così come il protagonista – il nuovo ordine  imposto dai nordisti richiama di nuovo l’attualità del Watergate –, e il film si domanda se sia possibile trovare quanto mento un po‘ di pace.
14 - 6


Il cavaliere pallido  (1985)


14 - 7Spesso accusato di essere il meno originale dei quattro Western siglati Clint Eastwood o bollato di essere un mero remake  non dichiarato di Il cavaliere della valle solitaria  (Shane, George Stevens – 1953), la realtà di Pale Rider  è ben diversa, soprattutto se si tiene in conto che il genere negli anni ottanta soffriva il suo peggior periodo di magra dopo I cancelli del Cielo  di Michael Cimino. La trama – in effetti – non è originalissima e vede un predicatore misterioso e svelto con la pistola giungere in provvidenziale aiuto ad una piccola comunità oppressa dalle angherie del potente di turno. Ma non è la storia al centro della pellicola, bensì Clint Eastwood (e come poteva essere altrimenti) e il suo personaggio, non un soggetto in cui lo spettatore possa identificarsi, bensì l’oggetto di diversi sguardi e prospettive, ognuno dei quali lo interpreta variamente con ammirazione, paura, sfida, attrazione. Il protagonista è insieme Cavaliere della Morte e sembra tornato dai morti – con le cicatrici che porta sulla schiena – angelo custode e di vendetta, predicatore e oggetto di contesa seduzione. Eastwood ripensa di nuovo il genere, creando un western di poche parole e molte preghiere, colorato di una sfumatura biblica che decostruisce la morale americana, mescolando bene, male, peccati e peccatori. Qui il cineasta non cita più Leone, e nemmeno Hawks o Ford, ma torna indietro fino a Birth of a Nation  (David W. Griffith – 1915) con il montaggio alternato della sequenza di apertura.14 - 8


Gli spietati  (1992)


14 - 1Il pluripremiato (quattro gli Oscar) e più noto tra i Western di Eastwood, considerato capostipite di quella seguente era di successi segnata da I ponti di Madison County  (1995), Mystic River  (2003) e Gran Torino  (2008) – solo per citarne alcuni –, The Unforgiven  è un’opera intrisa di pessimismo e decadentismo, un definitivo sguardo malinconico e crepuscolare su un genere di cui sembra essere il risolutivo canto del cigno, professandosi come tale nella sequenza iniziale in cui William medita sulla tomba della moglie col tramonto alle spalle. Il Western riflette, sa di aver raccontato proprio tutto quel che poteva raccontare – non dimentichiamo che l’epopea degli indiani si è conclusa nel 1990 con Balla coi lupi –, rilegge i propri miti, eroi e antieroi immersi in un mondo virile ormai perduto, invecchiato. Eastwood – invecchiato lui bene ma pur sempre invecchiato – si circonda di altri uomini veri, della sua epoca: l’uomo chiamato cavallo  Richard Harris (clicca qui per approfondire), Gene Hackman (coetanei del 1930) e Morgan Freeman (quest’ultimo classe ’37), che sono però smarriti, quasi fantasmi – la sequenza finale in cui Clint scompare ne è segno; i fantasmi inseguono i suoi film: da quello del fratello ne Lo straniero senza nome  fino alle lettere alla figlia in Million Dollar Baby  (2004) e a Lettere da Iwo Jima  (2006). L’ordine estetico che ha sempre contraddistinto le pellicole di Eastwood si fa qui molto maturo così come la linearità delle sue storie – che richiama da vicino lo storytelling  fordiano – in cui Clint riesce ad aprire inaspettati momenti di delicatezza nella violenza spietata  che domina il reale.14 - 2