#WildWest – 13 • Gli Indiani – Parte I

settembre 4th, 2018 | by Samuele Badino
#WildWest – 13 • Gli Indiani – Parte I
Birdmen

#WildWest • Il Cinema Western passo passo, nella rubrica di Samuele Badino. 13° episodio. Gli Indiani, prima selvaggi senza volto, iniziano nel 1970 ad avere una voce nel Cinema Western. Clicca qui per scoprire tutti gli articoli.


Una caratteristica dello Spaghetti Western (clicca qui per approfondire) è l’assenza degli Indiani. Il Western all’italiana – fatto di sparatorie, pistoleri e banditi, immersi in un mondo lontano e senza tempo – non si è mai preoccupato, né dovuto preoccupare, di raccontare la Conquista del West, l’avanzata dei pionieri, la lotta tra europei e nativi per la terra.

Abbiamo visto in due classici come Ombre rosse  (clicca qui per approfondire) e Sentieri selvaggi  (clicca qui per approfondire) che i pellerossa erano dipinti sommariamente, come dei sadici selvaggi, che amavano assaltare le povere carovane di pionieri, uccidendo, stuprando e depredando. Il mito però che vuole il Cinema Western come rappresentante i nativi esclusivamente in veste di cattivi senza volto da massacrare – ad uso e consumo dell’eroe di turno – fino al cosiddetto Western revisionista degli anni settanta non corrisponde del tutto al vero. Già dagli anni cinquanta e sessanta in alcune pellicole seminali come L’ultimo Apache  (Robert Aldrich; 1954) la fisionomia stereotipata dei selvaggi  si andava modificando. John Ford stesso, parlando del suo ultimo Western, Il grande sentiero  (1964), in cui gli indiani sono protagonisti di una rivolta più che giustificata, disse:

«Lo volevo fare da molto tempo. Ho ucciso sullo schermo più Indiani di Custer, Beecher e Chivington messi assieme. Tutti vogliono sapere degli Indiani, ci sono due facce di ogni medaglia e volevo raccontare questa, perché ammettiamolo: li abbiamo trattati male, è una macchia sul nostro passato.»13 - 10

Però fu proprio a partire dal periodo successivo al fermento culturale del ’68 che molti registi cavalcarono i nuovi ideali progressisti lanciandosi in una sorta di revisione del genere, in cui finalmente veniva dato spazio alle ombre dell‘epopea, iniziando a mostrare l’altro punto di vista. Il Cinema infine si interrogava sulla violenza che aveva condotto gli europei ad appropriarsi di terre altrui, con ben tre film nel solo 1970: Un uomo chiamato cavallo  (A man called horse; Elliot Silverstein), Soldato blu  (Soldier Blue; Ralph Nelson) e Il piccolo grande uomo  (Little Big Man; Arthur Penn). Del 1972 è invece Corvo rosso non avrai il mio scalpo  (Jeremiah Johnson; Sydney Pollack).


Un uomo chiamato “Cavallo”


13 - 4Le sorti della memoria dei pellerossa iniziano a ribaltarsi con la storia di un nobile inglese catturato dai Sioux, il quale – invece di odiare i suoi rapitori – pian piano inizia a conoscere la loro cultura, guadagnandosi il loro rispetto, passando dall’essere trattato come una bestia da soma e chiamato – appunto – “Cavallo” all’affermazione come guerriero. Rivoluzionario il rispetto che il protagonista ha per le tradizioni dei Sioux, che segue per riscattarsi dalla propria situazione di servitù, e che sono descritte con accuratezza e riguardo dal film, in una ricostruzione quasi antologica e visivamente portentosa. Richard Harris è semplicemente magnifico, nella riconquista della dignità esplicitata dalla celebre citazione «Sono un uomo come voi!», che dà agli Indiani quell’umanità di cui il racconto e il Cinema li avevano privati, dipingendoli finalmente come soggetti umani e non come oggetti narrativi. Il film di Silverstein non cade mai nella trappola del manicheismo e nel buonismo, riuscendo a presentarsi come una pellicola ricca ed equilibrata, in cui non manca una costante e sommessa vena umoristica a stemperare una certa durezza – e talvolta crudezza.13 - 3


Soldato blu


13 - 1Si potrebbe prenderne a prologo – in qualche modo – la vicenda di Sentieri selvaggi  (clicca qui per approfondire), ovvero quella della ragazza bianca rapita dagli Indiani e poi riportata in società. La pellicola si apre in nero, con le parole che scorrono bianche sullo schermo: «In 5000 anni di civilizzazione documentata il genere umano ha scritto la Storia col sangue. […] Il climax  di Soldato blu  mostra nello specifico e graficamente gli orrori della battaglia quando la sete di sangue supera la ragione. Brutali atrocità colpiscono non solo i guerrieri, ma anche gli innocenti… le donne e i bambini. Il più grande orrore di tutti è che è vero».

Il film poi, però, sembra tradire quest’inizale dichiarazione tragica, con una canzonetta pop a scandire i titoli di testa, e poi, dopo una breve sparatoria, col racconto caricaturale dell‘ingenua storia d’amore sui generis  tra un devoto e incorruttibile soldato (Peter Strauss) e una sboccata e pratica bionda (Candice Bergen). Lo sviluppo sanguinoso del finale giunge quindi del tutto inaspettato e coglie lo spettatore impreparato, scaraventandolo nel massacro di Sand Creek, descritto con una crudezza visiva che fu uno choc  per l‘epoca. La Guerra in Vietnam aveva aperto gli occhi agli Americani. Amare le parole conclusive fuoricampo: «Il 29 novembre del 1864 un reparto del Colorado Cavalleria attaccò un pacifico villaggio Cheyenne a Sand Creek. Gli indiani sventolarono la bandiera americana e la bandiera bianca in segno di resa. Nonostante questo, il reparto attaccò […]. Il generale Nelson Miles così definì questo tremendo episodio: “È forse l’atto più vile ed ingiusto di tutta la storia americana“.»13 - 7


Il piccolo grande uomo


13 - 11Dustin Hoffman è un ultracentenario che racconta la storia della propria vita ad un antropologo, con una modalità di racconto orale ed episodica – la cui vena fantasiosa e picaresca lascia costantemente lo spettatore in un simpatico stato di scetticismo – che sarà poi propria di altre pellicole, come Forrest Gump  (Robert Zemeckis; 1994) e Big Fish  (Tim Burton; 2003). Il piccolo grande uomo  è un pavido abitante della Frontiera, sballottato continuamente nel conflitto senza fine tra bianchi e Cheyenne. Le sue vicende personali sono l’occasione per descrivere le due culture e ad uscire male dal confronto è la civiltà dei visi pallidi  smascherata nei suoi connotati di ipocrisia, avidità e violenza. Anche qui vengono rievocati due massacri e un episodio storico – la battaglia di Little Big Horn – ma non sono che momenti narrativi necessari alla saggezza del capo indiano, Cotenna di Bisonte interpretato da Chief Dan George. «Il Popolo degli Uomini, figlio mio, è convinto che ogni cosa sia viva. […] L’uomo bianco, invece, crede che tutto sia mortale […]. E più una cosa è viva, più i bianchi  fanno di tutto per distruggerla».13 - 6


Corvo rosso non avrai il mio scalpo


13 - 2Jeremiah Johnson è uno di quei personaggi storici divenuti leggenda. Trappolatore, ubriacone, cacciatore di indiani, l’iperbolismo delle sue imprese è tale da ritenerlo responsabile per l’uccisione di un numero indefinito tra i 300 e i 1000 Indiani Corvi, di cui avrebbe anche mangiato il fegato. Il film fu inizialmente affidato a Peckinpah (clicca qui per approfondire) con Clint Eastwood come protagonista – e ben possiamo immaginare su quali risvolti della vicenda del pioniere si sarebbe indugiato –, ma i due ebbero un alterco. La coppia Sidney Pollack – Robert Redford invece porta sullo schermo un personaggio romantico, un trapper  solitario nello sfondo – meravigliosamente esaltato dalla fotografia – delle Montagne Rocciose Nordoccidentali, distantissime quindi dal classico e stepposo panorama Western del Sudovest e che porta ancor di più ad indugiare sul protagonista, su quegli imperscrutabili silenzi che sono una caratteristica affascinante di Redford (che avevamo trovato qui). Ciò che riesce alla pellicola è di raccontare la convivenza tra gli indigeni e i pionieri, una coabitazione sì movimentata, spesso violenta, ma che nel corso di due secoli aveva visto anche scambi, connivenze, alleanze e lunghi periodi di pace, interrotti a causa di banali incomprensioni date dall’incomunicabilità linguistica e soprattutto culturale. Un film molto maturo, senza la pretesa di una morale.13 - 8