#WildWest – 11 • La Nuova Hollywood: Sam Peckinpah

agosto 21st, 2018 | by Samuele Badino
#WildWest – 11 • La Nuova Hollywood: Sam Peckinpah
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#WildWest • Il Cinema Western passo passo, nella rubrica di Samuele Badino. 11° episodio. La Nuova Hollywood di Sam Peckinpah: tra la critica e il pulpClicca qui per scoprire tutti gli articoli.


Come anticipato la passata settimana (clicca qui per approfondire) il 1969 è un turning point  per l’industria del Cinema americana, che apre un decennio – la cui fine si fa coincidere con I Cancelli del Cielo di Michael Cimino (1980) – che sarà segnato da una produzione completamente rinnovata: durante l’Età dell’oro di Hollywood erano le case di produzione a scegliere i soggetti e le sceneggiature, ad affidarli ad un regista e poi a revisionare il montaggio, pratica che poco si combinava con l’estro artistico dei nuovi registi che si affacciavano agli anni settanta, convinti di poter dire la propria con una modalità nuova, più autoriale, che teneva conto della lezione appresa dal Cinema europeo – e in particolar modo per quel che ci concerne da quello italiano e da Sergio Leone (clicca qui per approfondire) – pretendendo di conseguenza di aver diritto di parola sulle sceneggiature e sul montaggio finale (quella che viene chiamata director’s cut). I nomi che hanno iniziato a fare Cinema in questi anni e che si imporranno nella Nuova Hollywood sono Martin Scorsese, Woody Allen, Michael Cimino, Francis Ford Coppola, Clint Eastwood (clicca qui per approfondire) e Sam Peckinpah, di cui parliamo oggi.11 - 7

Il suo itinerario di cineasta è del tutto originale. Dopo aver esordito nel ’61 con La morte cavalca a Rio Bravo  (The Deadly Companions) riesce nel suo film seguente, Sfida nell’Alta Sierra (Ride the High Country – 1962), a liberarsi da quei vincoli contrattuali e produttivi che avevano contraddistinto il suo esordio e che non poteva soffrire, iniziando il proprio percorso di rilettura del Western, che, come abbiamo detto, negli USA degli anni sessanta stava conoscendo un periodo di magra in cui le idee sembravano essere terminate, eccezion fatta per sporadici casi (Ford – clicca qui per approfondire, Hawks – clicca qui per approfondire).

Peckinpah riscrive la storia del West vestendola di un abito più scuro, crepuscolare – che sembra sancire il definitivo decadimento del glorioso mito dell’epopea americana della frontiera (clicca qui per approfondire) – e, indugiando sugli aspetti più beceri e crudi, affronta le psicologie dei personaggi e analizza, attraverso un lirismo febbrile, l’importanza che ebbe la violenza durante agli albori della civiltà americana.


Il mucchio selvaggio  (1969)


11 - 1Nel 1969 esce il film che la critica considera il suo capolavoro, Il mucchio selvaggio (The Wild Bunch), che racconta come, negli anni del tramonto del West (il film prende atto nel 1913), non vi fosse già una società civile ben definita, bensì un’accozzaglia malarrangiata di bari, ubriaconi, stupratori, disonesti. Il sogno di costruire una civiltà che potesse vivere in pace e serenità sfuma, mettendo l’America di fronte alla propria coscienza sporca, mentre gli uomini d’onore vedono i propri ideali di onestà e amicizia venir meno.11 - 8

Il film fu un vero shock, criticato aspramente in Patria, specialmente in relazione al prologo e al finale (una vera e propria esplosione di violenza senza precedenti nella storia del Cinema americano). Ma Peckinpah intendeva presentare all’America il proprio volto violento come non l’aveva mai riconosciuto e di cui cominciava a rendersi conto nei caldi anni dopo l’attentato a Kennedy; quel volto che stava presentando al Mondo intero, con la Guerra in Vietnam che giungeva all’apice della barbarie. E lo fa sconfinando in un iperrealismo che ha del grottesco, che annichilisce l’estetica ormai convenzionale di Ford (clicca qui per approfondire), ricorrendo a tutti gli espedienti tecnici possibili per portare la violenza e la concitazione sullo schermo – in particolare con l’ausilio di un montaggio frenetico: alcune scene durano 1/10 di secondo, il numero di inquadrature è un record  per l’epoca (più di 3600 nella director’s cut), arricchite da rallenty  e tagli d’inquadratura a dir poco azzardati. Ma la tecnica non fa che sottolineare il soggetto: donne calpestate dai cavalli, ponti che saltano in aria, treni che tornano indietro, bambini assassini, fiumi di alcool, crudeltà e sadismo, sesso e potere intrecciati in un perverso e inscindibile connubio. All’ordine geometrico di certo cinema classico americano, si contrappone il disordine e una confusione nei ruoli, cui non possono sfuggire nemmeno i bambini, alla cui innocenza si sostituisce una crudeltà che mima il mondo adulto. Un inno al politically incorrect  che fa di Peckinpah – insieme a Corbucci (clicca qui per approfondire) – un precursore del genere pulp  nel Cinema, nato negli anni trenta in letteratura, con un’espansione cinematografica a partire dagli anni novanta, con Tarantino, Takashi Mike e Robert Rodriguez.11 - 2


La Ballata di Cable Hogue  (1970)


L’anno successivo Peckinpah stupisce tutti dando alla luce La ballata di Cable Hogue  (The Ballad of Cable Hogue), una delle pochissime commedie Western riuscite della Storia del Cinema (insieme a Butch Cassidy – clicca qui per approfondire). Tuttavia, sotto la faccia della commedia, si nasconde un’ennesima riflessione – in stile Leone dell’ultimo periodo (clicca qui per approfondire) – sul crepuscolo del West, in cui gli uomini di un tempo  dell’Ovest sono costretti a lasciare il posto agli uomini nuovi  dell’Est, i cavalli a cedere il passo alle automobili. Il regista sembra qui armonizzare le proprie etica ed estetica piuttosto concitate, giungendo ad una soluzione personalissima, anche se estrema: un montaggio sincopato che mostra ogni azione da tutti i punti di vista possibili, in modo da garantire la totale comprensione di ciò che viene narrato, in particolar modo la violenza inaudita. L’ironia, che non pareva appartenere proprio alle corde del regista, riesce a destrutturare e quasi a vivisezionare il genere: non c’è più eroismo, amicizia o lealtà in grado di tenere insieme l’immagine della leggenda del West e quando si muore lo si fa quasi per sbaglio, per un incidente ai limiti del parossistico, non più mentre la macchina vi indugia in slow motion. La componente satirica mette in risalto tutto l’assurdo alla base della società costruita intorno alla figura del self-made man. Scompare il lirismo de Il mucchio selvaggio, che lascia posto all’amara riflessione sull’avvento di una nuova era (quella dell’esplosiva espansione economica capitalista) probabilmente non migliore della vecchia: non è un caso che lo strumento di morte sia un’automobile senza freni, come in una gag  comica). Il destino del pistolero solitario si scopre così non molto diverso da quello del vagabondo di Chaplin in Tempi moderni  (clicca qui per approfondire).11 - 5


Pat Garrett e Billy the Kid  (1973)


Dopo tre film di ambientazione moderna – ma coerenti con la sua poetica Western (Cane di paglia, L’ultimo buscadero, Getaway!), nel 1973 Peckinpah torna con Pat Garrett e Billy the Kid, in cui ancora una volta riflette sulla frontiera e sulla natura “animalesca” dell’uomo, attraverso la persona realmente vissuta più rappresentata al Cinema – Billy The Kid – con apparizioni in almeno 46 pellicole. La pellicola, raccontando la fine di un’amicizia, racconta parallelamente il tramonto di tutta l’epopea che ha riguardato il grande West; un’epoca che, andando incontro al progresso tecnologico e ad un nuovo modo di concepire il pensiero economico alla luce delle teorie liberali del capitalismo, vede smarrirsi all’orizzonte i suoi eroi deputati, mandriani e fuorilegge, cavalieri solitari e bande di rinnegati. Pat Garrett è colui che sa leggere e interpretare il cinico movimento della Storia, cui tenta di adeguarsi, mentre Billy the Kid è la parte integerrima di questo West sul viale del tramonto, che afferma sulla scorta dell’anarchismo di frontiera che sta lasciando il posto alla nuova società: «I tempi stanno cambiando, ma io no».11 - 6