“Hereditary” – La carne, la morte e il diavolo

agosto 4th, 2018 | by Fabio Bazzano
“Hereditary” – La carne, la morte e il diavolo
Birdmen

Quando nell’Amleto di Shakespeare l’omonimo protagonista incontra il fantasma del padre, la sua prima reazione è di terrore misto a incredulità. E nonostante Amleto decida di fidarsi ciecamente delle parole dello spettro, egli porterà sempre con sé il dubbio sulla reale entità di quella misteriosa apparizione, di fatto non escludendo mai l’ipotesi che essa sia solo il frutto di un qualche inganno del Diavolo. Ancora nel Rinascimento infatti si credeva che Satana avesse il potere di assumere le sembianze di un caro defunto per spingerli a commettere atti orrendi e condannarli così alla dannazione eterna. In questo straordinario testo shakespeariano c’è già dunque tutto Hereditary, opera prima di Ari Aster (qui anche sceneggiatore): la morte di un congiunto ad innescare la tragedia, l’elaborazione del lutto, il passato che ritorna e il soprannaturale che può essere o non essere di natura demoniaca. In Hereditary quest’ultimo dubbio viene però sciolto nell’ultima parte del film, e lì forse risiede l’unico difetto di uno degli horror più riusciti degli ultimi anni.

hereditary-1517413961Hereditary è già il primo incasso di sempre della giovane casa di distribuzione e produzione americana A24, che negli ultimi anni ha sfornato titoli del calibro di Spring Breakers, The Lobster, Ex Machina, Room, Moonlight e Lady Bird. Particolare attenzione è stata da subito rivolta a horror indie firmati da autori (quasi sempre) emergenti, rigorosamente a basso budget ma capaci di dare nuova linfa al genere modellandolo e reinventandolo: basti pensare a Under the Skin, It Follows, The Witch e A Ghost Story. Forte di un controverso passaggio all’ultimo Sundance Film Festival, Hereditary ha goduto di un costante passaparola unito ad un’ottima campagna virale, tanto che si è parlato dell’opera come de L’esorcista di questa generazione”, scomodando anche paragoni con Rosemary’s Baby e Carrie – Lo sguardo di Satana (ma il regista ha dichiarato che considera il film il cugino spirituale di A Venezia…un dicembre rosso shocking di Nicolas Roeg). Una fama meritata? In gran parte sì. Il film è effettivamente spaventoso, capace di suscitare nello spettatore una sensazione di profondo disagio che fatica ad andare via anche dopo la visione. A colpire maggiormente è lo straziante racconto umano al centro della vicenda: nelle ore successive alla scomparsa della matriarca Ellen Graham (si scoprirà per una malattia mentale ereditaria), i membri della famiglia di Anne (Toni Colette) affrontano – ciascuno a suo modo – il lutto facendo i conti con il proprio passato e soprattutto con il proprio presente. Ma, come si può facilmente intuire, è il Male qui ad essere ereditario, e presto alla notizia della profanazione della tomba della nonna si aggiungeranno altre terribili tragedie che metteranno a nudo anni di paure, rancori, e segreti mai confessati. È questo il cuore pulsante del film, sostenuto in gran parte dall‘interpretazione ipnotica e perturbante della Colette (per lei in arrivo un’altra nomination all’Oscar dopo quella per Il sesto senso?) e il supporto di un cast in cui spicca l’inquietantissima bambina Charlie (Milly Saphiro), protagonista di una svolta scioccante a metà circa della storia. E se il buon padre di famiglia Steve (Gabriel Byrne) è una figura inconsistente – e per questo forse ancora più tragica in questo contesto –, a sorpresa è il figlio adolescente Peter (Alex Wolff) ad assumere un ruolo sempre più centrale man mano che la famiglia precipita nell’incubo.

HDY_PULL_7_rgbPur essendo un horror prettamente psicologico, quasi un Kammerspiel immerso in un’atmosfera da incubo, Hereditary non rinuncia comunque a convenzioni tipiche del genere: non mancano sedute spiritiche, possessioni e decapitazioni, unite a classici jump scares e ad un utilizzo straordinario del sonoro, in cui un rumore appena percettibile e banale come lo schiocco della lingua risulta essere l’elemento di gran lunga più disturbante del film. Paradossalmente, è la componente soprannaturale a non soddisfare in pieno: finché il confine tra realtà e allucinazione/malattia mentale resta indefinito il gioco funziona (le apparizioni dei fantasmi nell’ombra sono molto ben orchestrate), ma quando il film scopre le sue carte l’orrore finisce su binari già ampiamente noti al pubblico. Entrano così in gioco sette sataniche, rituali di magia nera e demoni dell’inferno, e Hereditary si sgonfia: una volta che si è dato un nome all’orrore, il suo fascino si disperde. Capire è un po’ abbruttire. Come The Witch, Hereditary funziona egregiamente quasi fino alla fine raccontando una storia in cui l’irrazionale sconvolge la vita di una famiglia come tante e il terrore più grande, per noi e per i personaggi, è non afferrarne l’origine eppure sentirsi continuamente minacciati; una volta venuta a galla la verità però, ha il sapore del già visto, e delude che essa sia meno interessante di quanto i sentieri labirintici della trama avevano lasciato presagire. L’attesa dell’orrore è essa stessa l’orrore?

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