#WildWest – 8 • Spaghetti Western: Sergio Corbucci

luglio 31st, 2018 | by Samuele Badino
#WildWest – 8 • Spaghetti Western: Sergio Corbucci
Birdmen

#WildWest • Il Cinema Western passo passo, nella rubrica di Samuele Badino. 8° episodio. Sergio Corbucci è uno dei registi più importanti dello Spaghetti Western: i suoi capolavori Django  e Il grande SilenzioClicca qui per scoprire tutti gli articoli.


Sergio Corbucci non è conosciuto quanto il suo omonimo Sergio Leone, non è annoverato tra i grandi registi del ventennio ‘60/’70 che hanno segnato il Cinema italiano, ma è stato uno dei più prolifici ed eclettici registi del Cinema della Penisola: in quarant’anni di carriera ha realizzato una settantina di film, cimentandosi in tutti i generi, dal peplum all’horror, dal comico al giallo, dal musical al Western. E proprio questo fu il suo genere preferito, di cui ribaltò la storia così profondamente da essere ricordato e amato da tanti cinefili, capitanati anche in questo caso da Quentin Tarantino, tanto che a Django (1966) ha addirittura tributato un film (Django unchained; 2012) e l’ambientazione e i primi minuti di The Hateful Eight (2015) sono pescati proprio da Il grande silenzio (1968). Per alcuni tra questi appassionati – forse per molti – quello di Corbucci è lo Spaghetti Western assoluto, anche più di quelli di Leone. Se non è il Western all’italiana perfetto è di certo il più estremo e sconvolgente, all’epoca, nonostante oggi appaia invecchiato male.


Django  (1966)


La Trilogia del dollaro si sta concludendo. E Corbucci le deve molto, a partire dal personaggio principale, che come lo Straniero senza nome di Per un pugno di dollari (clicca qui per approfondire) arriva dal nulla in un paese e finisce per annientare due bande rivali. Ma se Leone filma paesaggi e personaggi abbacinati dal sole e dalla troppa luce, Corbucci affonda qui il suo eroe nel fango, mentre intorno la pioggia non si vede mai e le nuvole tolgono ogni spiraglio di luce e ogni speranza. Django cammina trascinandosi dietro una bara e già questa è un’invenzione formidabile. Il silenzioso Franco Nero si aggira tra le case deserte, in un paese (Tombstone) che avevamo già trovato sotto tutt’altra luce (clicca qui per approfondire) che sembra già morire – piuttosto che sorgere – alla fine del western.

8 - 4

John Ford aveva John Wayne, Sergio Leone aveva Clint Eastwood, io ho Franco Nero diceva con una certa autoironia Sergio Corbucci, che proprio con l’attore parmense in questo film crea un personaggio che segnerà irrimediabilmente lo Spaghetti Western. Il volto di Franco Nero lo definisce perfettamente, con quegli occhi azzurri e la barba un poco incolta sotto il cappello tanto cari al Western all’italiana da caratterizzare prima Eastwood, ora Django e poi anche Terence Hill. Ma a dipingere il personaggio non è solo l’attore: la misteriosa bara che si trascina dietro, il confuso rapporto con il suo passato, la sgualcita divisa nordista che indossa, e – soprattutto – il modo infallibile di premere il grilletto. Corbucci insiste su queste informazioni a lungo, indugiando su campi lunghi, prima di mostrare un primo piano del suo eroe. La forma di Western di Corbucci è consapevole di essere Cinema, non vuole raccontare una storia, ma compiacersi e crogiolarsi nel genere e nei suoi stereotipi: il saloon è l’unico luogo chiuso della pellicola, e Django ve ne si allontana solo per provare l’ebbrezza dell’assalto ad un forte. Ogni parola è misurata in funzione del suo effetto, mentre la macchina da presa indugia sui corpi per poter mostrare come si muore. La violenza è tutta sullo schermo, non c’è più l’ellissi fordiana: frustate, sangue, pestaggi, orecchie mozzate e fatte mangiare al malcapitato. Nel 1966 sconvolse.  Il nemico, il maggiore Jackson (Eduardo Fajardo) è il capo di una sorta di banda razzista antimessicana, ma non manca la condanna anche verso la la parte avversa, identificata nei messicani rivoluzionari del generale Rodriguez (José Bòdalo). 8 - 3

Dal punto di vista tecnico poi la regia è eccellente. Visionaria la fotografia, mai banale né scontata la scelta delle inquadrature né tanto meno quella di atmosfere desertiche che non sono mai gli spettacolari paesaggi fordiani, ma una sorta di paludoso e lugubre putridume.

A differenziare Django dai personaggi leoniani è la rinuncia alla motivazione: non il denaro, non l’amore. L’oro va perduto, la donna è trattata con sufficienza: le sue azioni sono funzionali alla fantastica sparatoria finale nel cimitero. Eccessiva, esasperata nel mostrare la menomazione del protagonista, che spara sette colpi con un’arma che ne può tenere solo sei. Per questo indimenticabile.


Il grande Silenzio  (1968)


Il West di Corbucci come in Django non è fatto di ampi spazi polverosi e battuti dal sole, e questa volta si concentra sul gelo. Il grande Silenzio è girato nell’inverno del ‘67 sulle Dolomiti, che rappresentano lo Utah, ma l’ambientazione americana è ancora una volta – come in tutto lo Spaghetti Western – un pretesto per giocare col genere americano, rielaborarne, contaminarne e stravolgerne i temi, gli assunti, il linguaggio. Lo spazio aperto e immenso in questo caso riesce a raggiungere un effetto claustrofobico: l’incolmabilità delle distanze da parte di quei relitti umani costretti all’esilio, mentre le montagne innevate incombono da vicino, oppure chiudono l’orizzonte da lontano e, con esso, qualsiasi possibilità di fuga.

I padroni assoluti di questi luoghi, dell’immenso cristallo ghiacciato, sono i cacciatori di taglie capitanati dal crudele Tigrero (Klaus Kinski). Tra le nevi però si trova anche la figura temibile del pistolero Silenzio (Jean-Louis Trintignant). Silenzio è antieroe mutilato e fragile, vittima di un mondo spietato e senza regole, estremizzazione crepuscolare del pistolero solitario e solenne di Leone. Il paesaggio, oltre a tratteggiare l’atmosfera fredda e ostile che conferisce un preciso taglio e tono alla vicenda narrata, si configura come spazio mentale e allucinatorio, dove i personaggi si muovono lentamente, quasi intontiti, senza meta, in preda ai propri bisogni primari, privi di umanità.8 - 1

Un anno prima de Il mucchio selvaggio di Peckinpah (1969), Corbucci ribalta le regole di un genere. I protagonisti Fordiani e Leoniani sono sempre stati miniere di sentenze e detti memorabili, sempre appropriati per l’occasione – ogni battuta è e vuole essere memorabile, fino ad arrivare al personaggio di Lee Van Cleef de Il Buono, il Brutto, il Cattivo (1966 – clicca qui per approfondire) chiamato, appunto, Sentenza – mentre Silenzio risulta pressoché unico. Il senso della sua presenza scaturisce sempre dallo sguardo. In questo modo la parola sembra configurarsi come il mezzo principe della menzogna e della turpitudine. Ma il grande silenzio del titolo rappresenta non solo la voce mancante del protagonista, ma anche il senso di morte che pervade i luoghi della narrazione, soffocati da sangue e neve.

In un genere poi quasi sempre capace della catarsi conclusiva, qui Corbucci gira uno dei finali più amari, disperati e violenti della Storia del Western. Malinconica e sempre stupenda la colonna sonora di Ennio Morricone.8 - 2