Il genio degli scacchi: Stanley Kubrick

luglio 26th, 2018 | by Gabriele Citro
Il genio degli scacchi: Stanley Kubrick
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Oggi ricorre il novantesimo anniversario dalla nascita di uno dei massimi geni della cinematografia e dell’Arte tutta.


Stanley Kubrick nacque a New York il 26 luglio del 1928 da padre medico e madre casalinga; le sue origini sono austriache, polacche e romene, e fin da bambino si ritrovò, come da lui stesso più volte dichiarato, “Solo con i miei miti dell’Antica Grecia, e le mie fiabe nordiche”. Fin da piccolo mostrò grandissime doti di abilità nel gioco degli scacchi, tant’è che prima di cominciare a occuparsi di fotografia  e poi di Cinema, ci si guadagnò, in giovane età, da vivere. Lui stesso ebbe a dire “Persino i massimi maestri internazionali di scacchi, per quanto a fondo analizzino una mossa, raramente possono prevedere come andrà a finire una partita. Così le loro decisioni si basano in parte sull’intuito. Tra le tante cose che gli scacchi vi insegnano c’è il fatto di controllare quell’emozione iniziale, che provate quando vi accorgete che una mossa sembra buona. Questo vi esercita a riflettere prima di assumere qualsiasi decisione, anche quando vi trovate nei guai. Per ciò che riguarda il Cinema, gli scacchi sono utili a prevenire che si commettano degli errori, più che a fornirvi idee. Esse vengono spontaneamente e la disciplina per valutarle tende ad essere essa stessa il lavoro.”. Non per altro molti sostengono che spesso, prima di girare scene delle quali non era del tutto convinto, scene complesse e ancora per lui poco chiare, Kubrick si fermasse per giocare una partita in solitaria, bloccando tutto il set  anche per ore. Vi sono diversi aneddoti, tra cui quello per cui sul set  de Il Dottor Stranamore, o “Come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la bomba”  bloccò la produzione per tutta la giornata, così da poter giocare a scacchi contro chiunque ne avesse avuto voglia, battendo ogni avversario.

Su di lui sono state nel tempo gettate luci e ombre, risultando, dalla bocca di non pochi, una persona che in certe situazioni sapeva diventare a dir poco sgradevole. Spesso aveva liti furiose con gli attori delle sue pellicole, frutto anche di quello stacanovismo, al limite del maniacale, che poi l’ha contraddistinto e consacrato al Gotha della Settima Arte. Nel 1941 il padre gli regalò una macchina fotografica, e così fu che si avvicinò a quella forma d’arte che funge da fondamenta al Cinema tutto; era così naturalmente portato per questo tipo di Arte visiva che nel 1945, ancora sedicenne, scattò una delle fotografie più celebri del tempo, apprezzata negli Stati Uniti e nel Vecchio Continente, venduta alla rivista «Look», per la quale lavorò per i successivi quattro anni come giornalista.

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Fu così che si pagò gli studi – durati, per l’appunto, quattro anni – all’accademia di Arte cinematografica, fino a che girò nel 1949 il suo primo cortometraggio, Day of the fight, della durata di 16 minuti, basato su un servizio fotografico fatto per «Look» che ritraeva il pugile peso medio Walter Cartier.

Dal ’53 Kubrick comincia la salita verso l’olimpo dei geni del Cinema, firmando 13 lungometraggi, assoluti capolavori a volte così lungimiranti da risultare troppo in anticipo sui tempi. Per intenderci, Quentin Tarantino, prima di cominciare le riprese per Le Iene  (fu Tim Roth a rendercene dotti), obbligò tutto il cast  a guardare più volte Rapina a mano armata  (The killing, 1956), chiedendogli di memorizzare con attenzione quel cinismo, con un pizzico di grottesco, proprio dei personaggi del capolavoro. Barry Lyndon (1975) è un chiaro esempio dell’idea di Cinema di Kubrick: fu girato tra Inghilterra, Irlanda e Germania, tutta la scenografia fu riprodotta basandosi sui dipinti e l’Arte del diciottesimo secolo; addirittura, i costumi degli attori, protagonisti e non, pretese fossero cuciti a mano da sarti professionisti, basandosi sui dipinti contenuti nelle tenute e nei castelli che ne ospitarono le riprese. La luce presente nella pellicola è del tutto naturale, mentre per le riprese notturne furono utilizzate candele e lampade ad olio, tanto che la Panavision dovette creare ad hoc  nuove macchine da presa, sulle quali vennero montate lenti rivoluzionarie progettate dalla Zeiss per i telescopi della Nasa.

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Insomma, tutto per dire che, come per il gioco degli scacchi, dietro ogni scelta v’era una ponderazione maniacale del particolare, frutto però di un intuito fuori dal comune, più unico che raro, capace alla fine di creare dei capolavori di infinita grandezza. Potrei andare avanti per ore ad elencare le “assurdità” di questo genio, come quando per riprodurre la neve all’esterno dell Overlook Hotel (Shining, 1980) fece scaricare 900 tonnellate di sale; oppure quando, per girare la madre della fantascienza moderna, 2001: Odissea nello Spazio, dispose che la sabbia fosse colorata interamente di bianco per rappresentare meglio la sabbia lunare; e ancora, l’intero girato di quest’ultimo film, che corrisponde a 200 volte la durata della pellicola; per finire col cast  di Full metal Jacket costretto a partecipare a due settimane di camping  di insulti, 8 ore al giorno, tra le grinfie di un “istruttore” estremamente severo, il compianto Ronald Lee Hermey (non a caso vero veterano, eroe di guerra e, precedentemente alla carriera di attore, sergente capo istruttore in una base di addestramento Marines).

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Molto del Cinema contemporaneo si basa sulle innovazioni di Stanley Kubrick, artefice di nuove concezioni per Cinema e fotografia. Il regista statunitense naturalizzato britannico è stato capace di creare qualcosa di irresistibile, andando oltre ogni schema, rivisitando a modo suo, facendo propri addirittura capolavori conclamati, donando loro quel quid  che fa la differenza tra ciò che è grande e ciò che è immenso.