#WildWest – 7 • Spaghetti Western: Sergio Leone – Parte II

luglio 24th, 2018 | by Samuele Badino
#WildWest – 7 • Spaghetti Western: Sergio Leone – Parte II
Birdmen

#WildWest • Il Cinema Western passo passo, nella rubrica di Samuele Badino. 7° episodio. La “Trilogia del dollaro” di Sergio Leone ribalta le sorti del Western: Per qualche dollaro in più  e Il Buono, il Brutto e il CattivoClicca qui per scoprire tutti gli articoli.


Continuiamo con il secondo e il terzo atto della Trilogia del dollaro, che a metà degli anni sessanta ha iniziato il genere dello Spaghetti Western e insieme ha stravolto il Cinema mondiale, dopo esserci dedicati al primo capolavoro di Leone, Per un pugno di dollari (clicca qui per approfondire).


Per qualche dollaro in più  (1965)


7 - 2La parola violenza attraversa tutto il film, dalla trama all’estetica, dal soggetto alla tecnica ed è ciò che più lo caratterizza. Il manierismo di Leone che già si era potuto apprezzare in Per un pugno di dollari qui matura, sviluppandosi in tutti i suoi elementi: l’estensione esasperata del tempo; le composizioni di Ennio Morricone, cucite «seguendo il protagonista e non il film» – grazie all’attenzione al suono cui Leone si dedica continuamente – si inseriscono alla perfezione e creano una trama di ricordi, richiami e memorie interne (i fischi del cappello volante richiamano direttamente i titoli iniziali) dando alla musica una temporalità più marcata che mai; la caratterizzazione di tipi anziché di personaggi; gli stacchi violenti dagli ampissimi campi lunghi agli strettissimi primi piani, che spesso non includono tutto il viso ma solo gli occhi e poco altro (e da qui in poi molti registi chiameranno proprio Leone questa inquadratura sul volto); il violento inserimento di flash, quasi subliminali. Una violenza che è cruda e ineluttabile, tremendamente reale, ma che si trasforma in una sorta di giostra quando gli uomini cadono in terra come mosche, una violenza che Jacques Lourcelles nel suo Dictionnaire du Cinema definì «spesso pervertita sadicamente».

7 - 1

Ma a differenziarlo dal primo capitolo della Trilogia è l’attenzione dedicata ai protagonisti. In tutti i suoi film Leone si è dimostrato capace di tratteggiare in pochissimi, semplici, ma decisi momenti i suoi personaggi che, pur avendo caratteristiche negative, sono protagonisti ed eroi. Dei tre protagonisti di Per qualche dollaro in più, è l’ex colonnello Mortimer (Lee Van Cleef, che avevamo trovato in Mezzogiorno di fuoco – clicca qui per approfondire) – più del Monco (Clint Eastwood – clicca qui per approfondire) e dell’Indio (Gian Maria Volonté) – a conquistare a poco a poco lo spettatore arrivando addirittura a mostrare, con il rifiuto dei dollari e mosso da un alto sentimento come la vendetta, una moralità rara per gli eroi leoniani. Un bell’omaggio al Western classico – e a Ford in particolare – è l’arrivo della ferrovia come arrivo della modernità, che richiama L’uomo che uccise Liberty Valance (clicca qui per approfondire).

Vecchio e ragazzo sono i soprannomi con cui usano chiamarsi vicendevolmente i due cacciatori di taglie – sebbene i due attori non abbiano che cinque anni di differenza -, dopo che sono protagonisti di una indimenticabile sequenza di tiro al cappello che omaggia lo slapstick del cinema muto e che è l’occasione per Leone di favorire la definizione dei personaggi, permettendo al Monco – e alla platea – di conoscere oltre all’abilità anche la tattica del colonnello, dilatando la scena temporalmente come solo il buon Sergio poteva permettersi di fare. L’estensione del tempo trova teorizzazione anche in un momento successivo – nel duello tra Mortimer e l’Indio nel finale – dove diventa consapevole ed esclusivo espediente per la costruzione della tensione. Gian Maria Volonté supera l’interpretazione del precedente capitolo, straordinariamente intenso nei panni del tormentato Indio, travagliato dal senso di colpa di cui non potrà mai liberarsi.

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La pellicola riflette malinconicamente sullo scorrere del tempo, sul passato e sul presente – che sono gli unici tempi del West – e sulla loro relazione: il passato è necessario per dare un senso al proprio presente ed è rappresentato dall’angosciato ricordo dell’Indio che coincide con la necessità di vendetta per il Colonnello, con i due carillon che scandiscono il duello finale a simboleggiarlo. Duello indimenticabile, insuperabile e insuperato se non – forse – dal Triello de Il Buono, il Brutto e il Cattivo.


Il Buono, il Brutto e il Cattivo  (1966)


Non importa chi tu sia, quando ti dicono «Western» pensi subito a Il Buono, il Brutto e il Cattivo e alla sua musica. Il valore iconico che ha raggiunto è fuori dall’ordinario e del tutto meritato.

Leone per questa pellicola richiama più i personaggi di Chaplin che il Western classico, così come il soggetto gli era stato ispirato «dal celebre discorso di Charlie Chaplin che concludeva Monsieur Verdoux. L’autodifesa di un assassino: Verdoux che, ammettendo di avere ucciso, si dichiara un dilettante di fronte agli eccidi. E la stessa cosa fa Tuco di fronte al massacro del forte di Legstone». 7 - 6

Con questi porta a chiusura il ragionamento iniziato nei precedenti episodi, difendendone gli stili di vita così da terminare quello che lo stesso cineasta romano definì come un «discorso cinematografico vero». Eli Wallach (che avevamo già trovato ne I magnifici sette clicca qui per approfondire) veste i panni del beffardo e grottesco Tuco, interpretando l’elemento di novità più riuscito del film – subentrando a Volonté nel cast del precedente capitolo per sostituire al nevrotico il comico. Il Sentenza di Lee Van Cleef riesce a creare un interessante contrasto con Per qualche dollaro in più, mantenendo lo stesso sorriso del buon militare – con cui lo spettatore aveva empatizzato – nel compiere azioni più criminali e immorali. Ma come aveva detto Eastwood in un’intervista: «fino a un quarto d’ora dalla fine non sai chi è l’eroe, e neanche allora ne sei sicuro: pensi che lo sia solo perché è il protagonista ed è meno schifoso di tutti gli altri». 7 - 5A dispetto del titolo, secondo cui dovrebbe esserci stavolta un buono, rimangono quindi le azioni più turpi, i tradimenti, le sevizie e le vendette, denaro e avidità, il realismo della violenza. Se prendessimo per valide le categorie morali di Buono e Cattivo dovremmo credere che Sentenza, Biondo (Clint Eastwood) e Tuco siano in opposizione fra loro secondo un criterio squisitamente etico. In realtà il confine è labile e sfumato: cattivo è chi uccide senza riguardo e buono è chi uccide in modo un po’ meno spregevole. Resta il brutto, che potremmo definire cattivo per necessità (si tenga presente l’intenso dialogo con il fratello francescano). In qualche modo è una risposta all’ipocrisia di quanti attaccavano i film di Leone e il comportamento dei suoi personaggi: «un certo tipo di violenza purtroppo lo apprendiamo dalla vita, è la vita che ce lo insegna, non il contrario». Il Triello finale e le sequenze conclusive sono l’apice della Trilogia, dove Ennio Morricone riesce a dare il meglio di sé, donando vita al cimitero. Le sue musiche non sono più solo una colonna sonora, ma un elemento recitante, un attore, un arbitro dello scontro a fuoco.7 - 4