#WildWest – 6 • Spaghetti Western: Sergio Leone – Parte I

luglio 17th, 2018 | by Samuele Badino
#WildWest – 6 • Spaghetti Western: Sergio Leone – Parte I
Birdmen

#WildWest • Il Cinema Western passo passo, nella rubrica di Samuele Badino. 6° episodio. Nasce lo Spaghetti Western, ed è subito storia con Per un pugno di dollari, di Sergio Leone. Clicca qui per scoprire tutti gli articoli.


Abbiamo parlato del Western come “mitologia americana” (clicca qui per approfondire), e, partendo da questi presupposti, sembra alquanto strano che un genere squisitamente americano possa aver attecchito e anzi aver dato floridi frutti proprio qui, in Italia. Non per nulla ci volle molto tempo al West per essere spogliato della sua sacralità affinché si potesse prestare ad essere riarrangiato e colonizzato. E agli americani, sempre pronti a colonizzare ma poco a lasciare che del proprio immaginario mitico si potessero appropriare altri, questa fortuna del genere oltreoceano non andò per niente giù, tanto che Burt Kennedy su «Films in Review» del 1969 liquidò malamente e con invidia il Western all’Italiana: «No story, no scenes. Just killings.» (“Né storia, né scene. Solo uccisioni”).

6 - 4Nella nostra rubrica abbiamo parlato solo dei migliori esempi di pellicole #WildWest, ma la produzione era ampissima, e non solo in ambito cinematografico. Anche la televisione e le serie TV, come Rawhide (palestra del giovane Clint Eastwood) o Bonanza, avevano largamente inflazionato il Western americano, e contribuito alla crisi generale di tutta l’industria hollywoodiana.  L’eroe vecchio stile, la netta distinzione fra il bene e il male, la violenza stilizzata e senza sangue, i dialoghi moraleggianti avevano stancato il pubblico. I nuovi temi che cominciavano ad affacciarsi nel Cinema yankee cominciarono ad interessare i cineasti europei – da sempre più autoriali – come la claustrofobia in Un dollaro d’onore (1959), di Howard Hawks (clicca qui per approfondire); l’ispirazione da altri generi, come I Magnifici Sette (1960), di John Sturges (clicca qui per approfondire), dove si affaccia lo spirito di corpo che unisce perfino i banditi. Il moralismo di fondo sussiste ancora ma già qualcosa è cambiato. Nel giro di quattro anni, l’inaspettato ciclone di Per un pugno di dollari scompiglierà tutte le carte del mazzo. Sergio Leone, figlio d’Arte (con lo pseudonimo di Roberto Roberti suo padre era stato un regista del muto), era nel Cinema da quando, giovanissimo, aveva fatto un’apparizione in Ladri di biciclette (Vittorio de Sica, 1948) come comparsa. Collaborò a vario titolo, nel corso del decennio successivo, a grandi produzioni storico-mitologiche realizzate a Cinecittà, come Quo vadis? (Mervyn Le Roy, 1951), Ben Hur (William Wyler, 1959), Sodoma e Gomorra (Robert Aldrich, 1962) e Gli ultimi giorni di Pompei (Mario Bonnard e Sergio Leone, 1959), per firmare ufficialmente la sua prima regia con Il Colosso di Rodi (1961). Completamente sua è l’invenzione dello “Spaghetti Western” o “Western all’Italiana”. Definizioni riduttive, parodistiche, che non fu lui a coniare e che anzi rigettò, anche perché – di carattere piuttosto fiero e quasi megalomane – non riconobbe mai l’esistenza di un filone e tantomeno un rapporto paritario che potesse intercorrere tra i sui capolavori e i lavori degli altri venuti dopo.6 - 3


Per un pugno di dollari  (1964)


Quasi a sottolineare quanto la prima pellicola della trilogia di Leone sia stata significativa per la Storia del Cinema, quasi nessuno ricorda la sua torbida vicenda di origine. Sergio Leone prende ispirazione per la trama da un film nipponico di Akira Kurosawa, La sfida del samurai  (1961), ma, a differenza di come era stato per I Magnifici Sette, lo fa di nascosto. Il sotterfugio venne presto scoperto e il cineasta giapponese vinse la diatriba legale per plagio, accedendo così alla riscossione esclusiva dei diritti della pellicola italiana per Giappone, Taiwan e Corea del Sud. Questo risvolto poco nobile però non scalfisce minimamente l’universale riconoscimento della genialità del regista italiano nella messinscena del presente film.

Leone fonda quella che poi verrà ricordata come la “Trilogia del dollaro”, affidando il personaggio laconico e taciturno che domina le tre pellicole ad un semisconosciuto attore americano di telefilm, Clint Eastwood, il quale diverrà un’icona del West, interpretando e poi dirigendo grandi successi. Attore con cui Leone collaborò in grande amicizia e che descrisse così: «Clint Eastwood è un attore che mi piace perché ha due espressioni: con e senza cappello.».

La rivoluzione del Western classico viene qui perpetrata fino in fondo: niente eroismo, niente onore, nessun valore saldo dell’amicizia virile. Violenza, tradimento, cupidigia li sostituiscono. Lo straniero senza nome che si intromette nel duello senza quartiere tra le due famiglie è un cinico cacciatore di taglie e agisce per puro interesse. Dinamica morale – o amorale – rappresentata da uno stile che sembrerebbe contraddire tutte le regole grammaticali e sintattiche del Cinema. Dilatazione esasperata dei tempi, insistenza ossessiva sui dettagli, enfasi su gesti e azioni sottolineati da una musica ridondante nella sua epica e innovativa memorabilità, la quale, con un tema composto per questo come per tutti i successivi film da Ennio Morricone, è a pieno titolo coautrice di quello che sarebbe da subito diventato un fenomeno di portata planetaria, fonte di mille imitazioni lungo gli anni sessanta, fonte di decine di parodie, fonte di ispirazione – se non di vero e proprio culto – per i registi delle successive generazioni, con Tarantino in prima linea.6 - 2

Ciononostante, timorosa che il pubblico – e in particolare quello oltreoceano – non avrebbe facilmente digerito una così spavalda contraffazione del genere cinematografico forse più caro alle platee in quegli anni, e ancor meno facilmente gli avrebbe tributato quei massicci – quanto imprevisti – consensi che gli sarebbero da subito stati riconosciuti, la produzione pretese che tutti gli artefici – a partire dal regista stesso – assumessero nomi d’arte americaneggianti. Sergio Leone divenne “Bob Robertson” (in omaggio al padre), Ennio Morricone “Dan Savio”, Gian Maria Volonté – l’implacabile Ramon Rojo – “Johnny Wells” e così via.

Ogni sequenza, ogni dettaglio del film è rimasto celebre e indimenticabile: il poncho indossato da Eastwood e il mezzo sigaro spento che stringe sempre tra i denti; il pestaggio che subisce quando viene catturato dai Rojo dopo aver smascherato il suo doppiogioco; su tutto lo stratagemma che escogita per affrontare Ramon, mentre lo provoca beffardamente: «Al cuore Ramon, se vuoi uccidere un uomo devi colpirlo al cuore. Sono parole tue no? Al cuore Ramon, al cuore, altrimenti non riuscirai a fermarmi. Quando un uomo con la pistola incontra un uomo con il fucile, quello con la pistola è un uomo morto. Avevi detto così. Vediamo se è vero. Raccogli il fucile, carica e spara.».

Tutto così celebre e indimenticabile che quando in Ritorno al Futuro – Parte III (Robert Zemeckis, 1990) Michael J. Fox nei panni di Marty McFly indossa il poncho lo si riconosce ben prima che si faccia chiamare Clint Eastwood e che usi il coperchio di una stufa per sconfiggere Biff.

Leone con questo film ha ribaltato la storia del Western, quando oramai nella sua patria sembrava irrimediabilmente in declino, portando il genere qui e nelle due pellicole successive ai suoi massimi risultati.6 - 1