Fune di sicurezza: “Rudens” di Kerkís

giugno 5th, 2018 | by Davide Cioffrese
Fune di sicurezza: “Rudens” di Kerkís
Birdmen

R eti piscator de mari extraxit vidulum,

U bi erant erilis filiae crepundia,

D ominum ad lenonem quae subrepta venerat.

E a in clientelam suipte inprudens patris

N aufragio eiecta devenit: cognoscitur

S uoque amico Plesidippo iungitur.

 

Un pescatore con la sua rete tirò su dal mare un bauletto

in cui erano contenuti i giocattoli della figlia del padrone.

Questa era stata rapita ed era andata a finire in mano a un lenone ma,

sbalzata fuori dalla nave in seguito a un naufragio,

fu gettata a terra e capitò senza saperlo proprio sotto la protezione di suo padre.

Viene riconosciuta e può sposare il suo amico Plesidippo.

Recita così il prologo della Rudens (“La gómena“), commedia del latino Tito Maccio Plauto redatta tra la fine del III secolo ac e l’inizio del II. E sulle orme di tale acrostico si muove l’intero testo.

Tutto quanto.

La Rudens comincia letteralmente con uno spoiler. Un unico, irriverente macro-spoiler in cui si trovano convogliati, in fulminea sintesi, tutto il suo senso e la totalità dei suoi colpi di scena.

Ragazzi, che ci vogliamo fare. Tra i romani usava così.

Rudens-1

Il teatro latino, modellato sulle forme di quello greco, era prima di tutto sociale: teso al mantenimento e al rafforzamento di una morale che era patrimonio della comunità. E a tale esigenza anche l’autore comico «dalle lunghe orecchie»[1] doveva piegare i suoi lazzi e la marea di equivoci che sostengono i suoi testi. Nella premessa si dileguano la sorpresa e l’ignoto: nella conoscenza confortante che, per quanto le vicende possano complicarsi, andranno a confluire armonicamente in una risolutiva agnizione, nella riunione tra padri e figli/e a lungo perduti. Un deus ex machina garantito sotto la cui egida la commedia può avviarsi al suo lieto fine.

Tale sistema di cognizioni teatrali è andato a confluire in questa Rudens: una ripresa filologica dell’opera di riferimento affidata alla regia di Christian Poggioni e a 23 allievi del Corso di Alta Formazione “Teatro Antico in Scena” dell’Università Cattolica di Milano.[2] Una rappresentazione che costituisce la prima, sperimentale palestra[3] di una produzione destinata a diventare spettacolo canonico da ottobre 2018.

La Rudens di Teatro Antico, frutto d’accademia, dimostra una mimesi pressoché perfetta con le modalità che in origine avevano accolto la trasposizione del testo latino. Nel rispetto di quelle che ancora dovevano divenire regole aristoteliche, essa si svolge tutta nello spazio claustrofobico ma funzionale di una spiaggia. Un angolo ricoperto di salsedine, rannicchiato sugli scogli e sormontato da giunchi, su cui si affacciano luoghi densi di significato ma limitati al fuoriscena: il tempio della dea Venere, amica dei naufraghi e delle supplici, e l’umile baracca del vecchio Demòne, fonte illimitata di servitù più o meno significativa per lo svolgimento della trama – e più o meno belligerante.

Rudens-4Su tale background si muovono i personaggi: figure stereotipiche della latinità, funzionali alla morale dello spettacolo ma animate dal carattere dei singoli interpreti.[4] Amanti manovrati dalle macchinazioni altrui, un vecchio temprato dagli anni e dall’esilio, il lenone[5] che della vicenda costituisce il farsesco cattivo. E, davanti a tutti costoro, una schiera dei più variegati servitori. Schiavi scaltri e pieni di iniziativa, misti di bonaria irriverenza e lealtà padronale, alle buffe trovate dei quali lo spettacolo deve la sua risoluzione: affrancandoli, in cambio, dalla loro condizione di subalterni. Sono figure prototipiche di tutta la comicità teatrale di là da venire; dagli Zanni dell’Arte ai fools shakespeariani.[6] E, delle loro sembianze come di quelle degli altri personaggi, i virgulti teatrali della Cattolica[7] forniscono una rappresentazione efficace e divertente: forse solo leggermente inficiata dalle verbose pastoie del testo di riferimento, peraltro inevitabili in una resa fedele.

Meritevolissimo, poi, il comparto sonoro. Invero, la musica costituisce il contraltare ideale allo slancio vocale degli interpreti: sardonica commentatrice priva di parole, fornita dal maestro Paolo Tortiglione, nel cui accompagnamento si può scorgere una contemporaneità delicatamente accostata ai loquaci precetti romani. Impressionante anche il rumore della tempesta e del cigolio della nave persa tra i suoi flutti: colonna sonora sul cui sordo scorrere gli spettatori attendono l’inizio della messinscena.

Meno integrati nelle maglie della rappresentazione, forse, i versi latini cantati: sprazzi della lingua originale del testo che, palesandosi saltuariamente tra spudorate gag, allitterazioni buffe e movimentati battibecchi (strumenti scenici ben più familiari al nostro contemporaneo sentire), concorrono comunque a ricordarci di un’epoca in cui il teatro di importanza civile poteva quasi vantare le forme di un proto-musical.

Dando inizio al suo De rerum naturae, il poeta romano Lucrezio parlava del sollievo di chi osserva un naufragio da lontano, dalla sicurezza della costa. Del naufragio che apre questa Rudens, d’altra parte, possiamo consigliarvi una visione ravvicinata.

Restiamo curiosi di gustarne la versione definitiva.[8]

Rudens-2

[1] Una delle possibili interpretazioni del cognomen fittizio “Plauto”. Tra le altre, “Dai piedi piatti” e “Dal governo instabile”.

[2] Andata in scena dal 23 al 26 maggio presso il milanese Teatro San Lorenzo alle Colonne (Corso di Porta Ticinese 45, fermata S. Ambrogio della Metro verde).

[3] L’omonimia con la protagonista femminile della stessa Rudens (Palestra, con una più perentoria “P” maiuscola) è totalmente involontaria.

[4] I quali, del resto, si scambiano di sera in sera in ruoli: per mettere alla prova le loro abilità in continua crescita e non fossilizzarsi in un’unica, comoda parte.

[5] I.e. sfruttatore e “protettore” di prostitute; in altra sede ruffiano, pappone, magnaccia, prosseneta (!).

[6] Sempre shakespeariana risulta essere l’unica modifica all’apparato originale: arricchito all’inizio e alla fine, come a costituirne dei risguardi di copertina, da brani della Tempesta di Shakespeare; peraltro adeguati al contesto della Rudens.

[7] Che spero non se la prenderanno per una definizione di tale esibita e pomposa ignoranza.

[8] E, nel suo piccolo, l’autore di questo articolo rimpiange la mancata esistenza di una grande città chiamata “Gripo” (ha senso, nel contesto).