Gli incubi e le angosce di Bergman: “L’ora del lupo”

maggio 25th, 2018 | by Manuel Capra
Gli incubi e le angosce di Bergman: “L’ora del lupo”
Birdmen

La porta di una vecchia casa si schiude, una donna esce e si siede al tavolo davanti a noi. Rivolge il suo sguardo un po’ in camera e un po’ altrove verso ciò che la circonda, racconta del marito, dei motivi che li hanno spinti a trasferirsi in quella casa su un’isola fredda e sperduta, della nascita imminente del loro figlio, ma anche delle ansie e paure del compagno. Così si apre, con quella che è un po’ una confessione e un po’ una confidenza fatta parlando rigorosamente al passato, quello che è probabilmente il film più personale del genio svedese: un’isola disabitata e sferzata di giorno da un vento perpetuo che copre il silenzio, su di essa si sono rifugiati un artista tormentato e sua moglie, incinta del loro figlio. Basterebbero questi pochi elementi a stabilire un forte legame tra quello che viene mostrato nel film e la vita reale di Ingmar Bergman: al tempo della realizzazione dell’opera, poco oltre la metà degli anni sessanta, il regista aveva appena tentato di rifugiarsi dal mondo sull’isola di Fårö, ed era in attesa di un figlio dalla compagna di vita e musa Liv Ullmann. Proprio lei e l’altro fedelissimo, Max Von Sydow, interpretano i due protagonisti dell’opera.

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Johan Borg è un uomo in mancanza di sintonia con la vita che non si riconosce nel mondo che lo circonda, un artista che cerca rifugio nella solitudine e nel silenzio per poter compiere un’autoanalisi: i traumi d’infanzia, l’alienazione dalla società, l’incomunicabilità con se stesso e gli altri lo costringono a un isolamento inevitabile e doloroso ma comunque necessario. Alma è il nome di sua moglie, che per amore l’ha seguito in questo auto-esilio. Possiede una personalità agli antipodi rispetto a quella del marito: integra, pura e devota nonostante le difficoltà. Il ritrovamento del diario personale dell’artista è l’evento che genera un’insanabile crepa nel loro rapporto, ed è attraverso questa crepa che alla moglie e a noi spettatori si apre uno scorcio sul dramma interiore e su quello che si muove nel subconscio di Johan. La trama non ha uno sviluppo lineare, momenti e situazioni di vita di coppia e quotidiana si mischiano a flashback che riesumano ricordi dal passato, lasciando lo spettatore come in uno stato sospeso di attesa fino a quando, pur nell’isolamento sul loro eremo, i due coniugi ricevono un invito a cena da un barone nel suo castello, qui assistiamo a scene tra il grottesco e il surreale in cui strani personaggi, quasi delle maschere teatrali, interagiscono con Johan e Alma tramite dialoghi stranianti, una messa in scena teatrale delle Nozze di Figaro di Mozart e quelle che appaiono come inconsuete cerimonie. È come se il castello del barone Von Merkens rappresentasse il subconscio del protagonista, o meglio, il luogo dove esso si manifesta liberamente. Questi angoscianti personaggi non sono altro che la personificazione degli incubi del protagonista, che lui aveva già provato a trasfigurare nei suoi disegni: traumi d’infanzia, spettri di un passato mai dimenticato, pulsioni sessuali represse, una donna oggetto di un desiderio mai appagato.

Tutto questo viene reso in maniera tale da generare incertezza nello spettatore sulla dimensione reale o onirica di quello che sta vedendo: il dialogo è surreale ma al contempo legato alla realtà che vediamo, un sonoro a tratti straniante si mischia al silenzio e alla fotografia quasi ipersatura di Sven Nykvist, dove il nero prevale sul bianco e le immagini sembrano emergere da una soffocante oscurità. Personalmente ritengo che risieda proprio in questa incertezza che viene generata nello spettatore il merito per l’inquietudine che il film suscita. Non è forse questa la stessa condizione in cui cadiamo quando ci troviamo all’interno di un sogno o un incubo generato dalla nostra mente? La vaga percezione di irrealtà viene soffocata dalla paura o dalla bellezza di ciò che stiamo vivendo, impedendoci di discernere la realtà dalla dimensione onirica.

vlcsnap-2018-04-09-00h11m52s050Il film si chiude su un primo piano di Alma, il suo volto emerge dal buio e il suo sguardo è rivolto direttamente in camera, a noi. Pone delle domande, cerca risposte su di lei e Johan, sul loro amore, la gelosia e l’assenza di contatto dovuta all’incomunicabilità. Il loro legame era talmente forte e il tempo speso insieme così tanto che il loro pensiero seguiva ormai gli stessi sentieri mentali. Alma chiede se è per questo che anche lei inizia a vedere gli stessi spettri che abitavano la mente del marito, oppure se essi si erano sempre celati in lei come qualcosa di intrinseco. Il sentimento di Alma verso Johan si fonda quasi su una devozione, sul desiderio di essere importante per l’amato nonostante la barriera che il protagonista aveva eretto tra sé e il resto del mondo per l’incapacità di comunicare le sue angosce interiori. Lei cerca una vicinanza che la porterà però verso un’immedesimazione e un’assimilazione dei pensieri di Johan, con il rischio che anche lei venga trascinata verso la stessa follia.

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Cos’è precisamente L’ora del lupo? Può chiarircelo un passo tratto da Lanterna magica, autobiografia dell’autore: “Le ore peggiori sono quelle del lupo, fra le tre e le cinque. Allora arrivano i demoni: l’amarezza, la nausea, la paura, il disgusto, la collera. Non serve soffocarli, s’incattiviscono. Quando gli occhi sono stanchi di leggere c’è la musica. Chiudo gli occhi e ascolto con concentrazione, lasciando via libera ai demoni: venite pure, vi conosco, so come funzionate, continuate finché non vi stancate, io non mi difendo. I demoni infuriano sempre di più, dopo un po’ ogni resistenza cessa e loro diventano ridicoli, allora scompaiono e io m’addormento per qualche ora.”. Ci rendiamo conto che i demoni che vediamo raffigurati nell’opera sembrano così reali perché sono la materializzazione di ciò che alberga nella mente del regista creatore, degli incubi che egli stesso vive. Il film appare quasi come un tentativo di esorcizzarli per trovare una parvenza di quiete. È forse da questa genesi così personale e istintiva che deriva la frammentarietà di quello che ci viene mostrato, i silenzi e i tempi sono dilatati e deformi, si ha l’impressione di qualcosa che rimane sempre insondabile e che agisce e penetra lentamente anche nella parte più inconscia dello spettatore, rendendo quest’opera una delle più visionarie, sperimentali e in parte inestricabili di Ingmar Bergman.