Emergency: il caso Sudan

maggio 21st, 2018 | by Hnia Dahou
Emergency: il caso Sudan
Attualità

Lo scorso 14 maggio, nell’Aula Magna dell’Università degli studi di Pavia - in occasione della serata inaugurale del Festival dedicato al tema della guerra organizzato dagli studenti universitari, nonché volontari di Emergency, con la preziosa collaborazione dei ragazzi di ELSA -, la presidente di Emergency, Rossella Miccio, ha presentato uno dei maggiori progetti dell’associazione, portandoci a fare un viaggio in Sudan.

Prima della scissione il Sudan era il più grande Stato dell’Africa, ma anche il più dilaniato dai conflitti interni. Dopo secoli di dominazioni straniere (prima araba, poi egizia e infine quella inglese), il paese conquistò l’indipendenza nel 1956. A questo evento però seguirono una serie di guerre civili e ben due colpi di stato, che portarono al costituirsi di governi militari e al continuo alternarsi di regimi democratici e dittatoriali. Nel 2011 il sud del paese, supportato dall’Occidente, si è proclamato indipendente, dando così inizio alla secessione.

Il Sudan è anche il paese ad aver subito il più lungo embargo da parte dell’Occidente: gli Stati Uniti di Bill Clinton ritenevano infatti questo stato filoterroristico, filopalestinese e alleato dell’allora governatore iracheno Saddam Hussein, nemico storico dell’America.

Il paese, anche se non ufficialmente, è costantemente in guerra. Il potere d’acquisto dei cittadini diminuisce ogni anno e, dopo il Venezuela, il Sudan è il paese con il più alto tasso d’inflazione. Insomma una situazione disastrosa, in cui 30 milioni di abitanti vivono quotidianamente in un clima di paura, instabilità e miseria.

Emergency dal 2004 in Sudan ha ripristinato il blocco operatorio e il centro chirurgico d’urgenza presso l’ospedale della città di Al Fashir nel Nord del Darfur. Nel 2005, all’interno del campo profughi di Mayo, che ospita dalle trecento mila alle cinquecento mila persone, Emergency ha aperto il Centro Pediatrico, recando assistenza sanitaria ai bambini fino all’età di 14 anni. Nello stesso anno inizia a lavorare ad un grande progetto nella capitale, Khartoum, ovvero alla costruzione del centro cardiochirurgico Salam. Ultimato nel 2007, esso si occupa di patologie congenite e acquisite d’interesse cardiochirurgico, offrendo cure di alta qualità ai sudanesi e agli abitanti di ben 28 stati vicini, come Ciad e Kenya. Ad oggi il centro ha effettuato oltre settemila interventi chirurgici, visitando più di sessantamila persone.

Durante l’incontro la presidente Miccio ha esposto le ragioni che hanno mosso la creazione del centro Salam. La guerra non è mai fine a sé stessa, dice, è una spirale che porta con se decine di conseguenze devastanti per la popolazione civile. Spesso da parte delle associazioni vi è un’azione immediata che salva delle vite, ma poi cosa ne è di quelle vite, spesso mutilate e profondamente traumatizzate? E’ così che si è pensato alla costituzione di centri di recupero e di reinserimento sociale. Laboratori commerciali e artigianali che offrono posti di lavoro a chi ha perso tutte le speranze e quindi figuriamoci quella di trovare un lavoro in futuro. Insomma non solo cure, ma un vero e proprio percorso di reintegrazione in cui gli operatori di Emergency fanno da accompagnatori. Poi ci sono le vittime indirette della guerra, ovvero quelle persone che da un giorno all’altro si ritrovano in una condizione di quasi totale povertà, e che non hanno i mezzi economici per curarsi qualora dovesse presentarsi un problema di salute. Infatti Salam non è l’unico progetto di questo tipo, ve ne son molti altri in giro per il mondo, come il centro di maternità in Afghanistan, che nonostante le controversie dovute a una società ancora maschilista, conta più di 700 parti al mese. Il centro eroga anche servizi di educazione sanitaria alle mamme e, negli ultimi anni, anche ai padri. In un paese come l’Afghanistan questo significa che vi è una predisposizione, nella giusta misura, all’apertura verso approcci alla vita di coppia diversi da quelli che hanno conosciuto fino ad oggi. Poi ci sono i servizi di assistenza ai profughi in Africa, in Iraq e ora anche in Italia dove contano più di 10 centri, dei quali uno qui in Lombardia, a Milano. Anche se in Italia non c’è la guerra, abbiamo avuto tempi lunghissimi di recessione economica, che ha prodotto un incremento tutt’altro che trascurabile della povertà e un precipitoso calo di qualità nell’ambito sanitario. Emergency ha messo a disposizione poliambulatori nelle aree più colpite dalla crisi, agendo sulla base del principio d’uguaglianza.

In aula erano presenti molti studenti di medicina e la presidente ha voluto passare un messaggio chiaro ai futuri medici, raccomandando più volte di ricordare la dimensione morale nella loro professione, di non entrare nell’ottica per la quale la medicina diventa un business e il paziente diventa cliente, perché è così che si perdono i principi di uguaglianza e di responsabilità sociale.

Emergency continua il suo percorso portando in tutto il mondo il suo Manifesto per una Medicina basata sui Diritti Umani. Organizza programmi di specializzazione in chirurgia, pediatria e ostetricia in Africa e in Afghanistan, offre una formazione specialistica agli infermieri delle terapie intensive e delle sale operatorie e, dal momento che questi ragazzi non si fermano mai, sono al lavoro per un altro big progect: questa volta in Uganda, dove stanno realizzando l’ospedale chirurgico pediatrico Entebbe. Servono 250 milioni di euro per ultimarlo, che sono moltissimi soldi, ma neanche poi così tanti se si pensa al fatto che per portare avanti una guerra si spende la stessa cifra ogni singolo giorno.

Poi ha parlato della nuova riforma che obbliga le ASL a concedere l’aspettativa ai medici e agli infermieri che partono per missioni volontarie, prima della riforma questa decisione era a discrezione dell’azienda sanitaria e, dal momento che Emergency chiede una disponibilità minima di sei mesi, non era così semplice reperire figure sanitarie professionali.

La serata volge al termine, la presidente conclude ringraziando e ricordando che le difficoltà ci sono e possono sembrare insormontabili, ma che l’obiettivo va oltre qualsiasi avversità, quando l’obiettivo è la Vita.