Inchiostro al Salone del libro 2018 #2: Nadia Fusini racconta la traduzione di Virginia Woolf

maggio 16th, 2018 | by Davide Spinelli
Inchiostro al Salone del libro 2018 #2: Nadia Fusini racconta la traduzione di Virginia Woolf
Cultura

Inchiostro, al Salone internazionale del libro 2018, ha avuto l’opportunità di assistere ad uno degli incontri di maggior prestigio. Nadia Fusini, infatti, all’interno del panorama accademico letterario italiano, rappresenta una personalità di incredibile spessore, non solo per la carriera più propriamente didattica (è docente di letteratura comparata alla Scuola Normale), ma anche per quella scrittoria e da traduttrice. Come già era quella del suo mentore/maestro Agostino Lombardo (di cui la Fusini continua le edizioni della collana dedicata a Shakespeare per Feltrinelli).

L’evento ospitato in una sala del secondo padiglione del Lingotto verteva su due tematiche principali: il rapporto tra Virginia Woolf e la Fusini, e il know how della traduzione della romanziera inglese.

Sin dall’inizio è chiaro come ciò che lega le due autrici s’inerpica anzitutto a livello empatico. La Fusini racconta della sua intima e personale scoperta di Virginia Woolf grazie alla madre – grande appassionata di letteratura. Così, per primo, legge uno dei suoi romanzi più famosi –  The Waves (nella foto in basso)quando ancora è giovanissima. Ma questo non le impedisce di innamorarsi della Woolf sia a livello linguistico-narrativo, sia a quello più propriamente metaletterario e/o filosofico. Come ogni autore, anche la scrittrice londinese ha una particolare ossessione: il tempo. Che è esattamente quanto cerca di raffigurare ne Le onde (come è tradotto in italiano dalla stessa Fusini nell’ultima edizione per Einaudi).

The Waves - Virginia Woolf

È qui, tra il piano emotivo e quello empatico – che riserva una particolare connessione e carrelleta di coincidenze fra la Fusini e la Woolf (come per esempio il fatto che la traduttrice italiana abbia impiegato la stessa quantità di tempo a tradurre il romanzo rispetto a quanto ci abbia impiegato la Woolf a scriverlo) -, che s’innesta l’onore/onere della sua traduzione. Un atto proprio di un’intimità sovversiva, che corrisponde all’estremo (e finale) tentativo di avvicinarsi ad un qualsiasi autore, che instaura un dialogo serratissimo.

«Lo scrittore che leggiamo ci autorizza a essere autori» esordisce la Fusini. E continua evidenziando subito un passaggio chiave della sua riflessione: «È la lingua a partorire lo scrittore. Lo scrittore poi partorisce la sua lingua. Non è un caso infatti che la Woolf, come altri, abbia avuto come strumento la lingua inglese. E in questo senso tradurre, ossia trasportare questo – il testo originale – in un’altra lingua, è senza dubbio un miracolo». Perché, «la traduzione non è soltanto filologia, ma anche filofonia».

La traduzione, però, ha sempre una base comune, in qualsiasi senso essa la si voglia intendere. Ossia dev’essere preceduta da una lettura minuziosa, che la Fusini esplica con queste parole: «la lettura deve attivare l’anima» – solo in questo modo potrà (forse) compiersi il miracolo. Altresì c’è un’altra verità da tenere in considerazione: «La traduzione insegna umiltà prima di tutto. Niente è nostro. Non si può pensare di tradurre senza perdere qualcosa» – una calzante metafora esistenziale.

Per di più, l’esercizio linguistico si fa ancora più complesso quando si ha di fronte una scrittrice così complessa, e per certi versi cupa e oscura, come la Woolf. Un’autrice che, per la sua natura estremamente frammentaria e fragile, non va alla ricerca dell’Io, ma dell’altro. Com’è testimone la sua ossessione per il tempo, o anche quella per la luce e la temporalità assieme, nel romanzo To the lighthouse. Riguardo ad esso la relatrice spiega come la traduzione del titolo con Gita al faro non rispetti l’espressione del dativo; semplicemente Al faro traduce nella sua sua versione la Fusini. Invero, è emblematica la frase che scrive E. H. Foster sulla Woolf: «non ho mai conosciuto nessuna creatura al mondo che amasse tanto scrivere». Una scrittrice, quindi, che nello scantinato di Tavistok Square trovava la sua dimensione più reale. La sua fiducia nella parola è totale.

Nadia Fusini

Nadia Fusini

In questo senso tradurre significa percepire e comprendere la differenza fra le lingue, non cercare di sovrapporle o emularle reciprocamente.

Ma allora, tradurre, vuol dire scrittura o no? La Fusini è chiara, chirurgica. «Tradurre è scrivere». E dello scrivere della Woolf – che lei stessa definiva “a ritmo” – è lampante quale sia il segreto: «Je est un autre» («Io è un altro»), come dice Rimbaud.