Un compromesso: “Si muore tutti democristiani”

maggio 15th, 2018 | by Luca Carotenuto
Un compromesso: “Si muore tutti democristiani”
Birdmen

Può un film che parla di compromessi risultare alla visione esso stesso un compromesso? A quanto pare sì e il Terzo Segreto di Satira, dopo sette anni di comicità televisiva e via web, tenta la strada del grande schermo con un film che può vantare una storia potenzialmente molto interessante a scapito di una regia non molto istruita e di una scrittura che non osa mai. Ma “Si muore tutti democristiani” non è affatto un brutto film, anzi nella sua per quanto tollerabile ingenuità tecnica, fa sfoggio di molte scelte indovinate, tra il sapiente citazionismo e alcune coraggiose innovazioni. A ben guardare, sono tre i livelli sui quali il film del collettivo di satira milanese può essere analizzato.

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Il primo livello, una sorta di autobiografia degli autori stessi, risulta piacevole e familiare alla visione, pur senza mai regalare momenti particolarmente esaltanti o brillanti. Enrico, Fabrizio e Stefano sono tre amici e videomaker che aspettano da tempo di trovare l’occasione giusta per sfondare nel mondo del cinema sociale con un documentario sulla condizione dei profughi africani. Occasione che arriva, ma presto i tre amici dovranno fare i conti con un potenziale scandalo che riguarda proprio l’associazione che potrebbe assumerli. È a questo punto che la storia si fa interessante con le vite dei protagonisti che piano piano si dividono, rivelando difetti e debolezze dello stoico Enrico (un bravo Walter Leonardi), del romantico opportunista Fabrizio (un tenero Massimiliano Loizzi) e del volubile Stefano (un discreto ma a tratti sorprendente Marco Ripoldi).

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Il secondo livello, e chiaramente quello più intuibile già dal titolo, è il classico manifesto di satira sociale. Le frecciatine all’attualità risultano indovinate e argute quando si parla delle micro-realtà dei personaggi (“forse sono di sinistra soltanto perché ho fatto il classico”) ma non possono fare a meno di scadere nei luoghi comuni quando si prova a dare un’impostazione globale o quantomeno più allargata. I riferimenti alla politica attuale del nostro paese ci sono e ben poco velati, ma a parte qualche riflessione degna di nota, gli autori non raggiungono mai le vette ben più caustiche dei loro lavori precedenti in televisione, e questo è strano, dato l’ottimo livello di partenza. Si ha la sensazione, il più delle volte, che gli autori non sviluppino mai a fondo un’idea o un pensiero per paura di distaccarsi troppo dalle vicende personali dei protagonisti. L’unica analogia veramente riuscita è quella dell’ombrello, con punte di vera e propria poesia satirica e degli echi quasi oraziani nel terzo atto e con l’apparizione speciale di Cochi Ponzoni come ciliegina sulla torta.

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Il terzo e ultimo livello, quello della commedia, è indubbiamente il meno riuscito. Dal punto di vista puramente tecnico il film non brilla mai. Soprattutto il montaggio risulta alle volte troppo “scolastico” e ciò influisce negativamente sul ritmo. Chi si aspetta una commedia brillante rimarrà deluso: il film strappa molti sorrisi, ma mai una risata vera e propria, salvo forse per una scena nel secondo atto che, guarda caso, è una citazione molto arguta a Paolo Villagio (per la precisione a “Fantozzi subisce ancora” del 1983). Ma a parte per quella, il film non si distende mai, non c’è mai una vera e propria catarsi ma solo una lenta discesa alla rassegnazione, intervallata da qualche digressione più o meno appropriata. Prevedibilmente e come suggeriscono i tempi, a uscirne positivamente sono le donne, non perché le loro posizioni siano le più condivisibili ma perché sono le più coerenti. Da Valentina Lodovini a Martina de Santis passando per Brenda Lodigiani, queste tre grazie cinematografiche incarnano a loro modo le virtù che alle loro controparti maschili sembrano mancare. La loro è una presenza costante ma mai centrale ed è un peccato data l’importanza che esse assumono nel corso della storia (in particolare Sara, il personaggio della Lodovini, che nel terzo atto ci regala un monologo di pregnante attualità).

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Unica vera sorpresa è uno scoppiettante Francesco Mandelli nei panni di un odiosissimo bauscia. La sua è forse l’interpretazione più iconica e gustosa oltre che la più riuscita. Mandelli dà prova di possedere una grande padronanza della gestualità e espressività richiesta dai grandi interpreti e mai come in questo film si ha l’impressione di avere davanti un potenziale trickster all’italiana. Per il resto il film diverte a tratti e fa riflettere molto ma manca quella coesione, o se preferite quella coerenza, narrativa che permetta a un insieme di corti satirici di essere un riuscito film di introspezione sociale. La sensazione è che si sia cercato il compromesso tra sketch e lungometraggio. In maniera, ovviamente, molto democristiana.