Un voto non vale una vita

aprile 21st, 2018 | by Raffaella Pasciutti
Un voto non vale una vita
Attualità

Dopo tanta attesa e tante preoccupazioni ecco il fatidico giorno dell’orale di maturità: esponi la tesina, qualche domanda a sorpresa, i tabelloni finali e poi le sospirate vacanze. Le prime vacanze davvero senza pensieri. L’esame più temuto da qualsiasi studente è stato superato e, almeno per i tre mesi successivi, non si vorrebbe pensare a come organizzare il proprio futuro. Qualche giovane, invece, può avere già le idee chiare sul nuovo capitolo della sua vita e non vede l’ora di tornare alla routine per metterle in pratica. C’è chi desidera cercare subito un lavoro per raggiungere una, anche marginale, indipendenza economica; altri, armati di più pazienza, si iscrivono all’Università. Senza togliere alcun merito ai primi, dedico una riflessione a chi prosegue gli studi, essendo stata questa anche una mia scelta.

Il giorno in cui ti iscrivi alla facoltà, che, generalmente, risponde meglio alle tue ambizioni senti già di essere più maturo e di possedere nuove responsabilità in termini personali e verso chi ti circonda. Dovrai passare dai libri, non certo di poche pagine; dai consigli di chi ha già percorso i tuoi passi; dalla burocrazia lenta e pignola, ma alla fine eccoti seduto in un’enorme aula, con un quantitativo di matricole incalcolabile e tu, come una formichina, ti rendi davvero conto che stai cominciando una grande avventura. Per molti studenti, il primo semestre non porta già frutti concreti: dopo aver frequentato i corsi presenti nel piano di studi non si è ancora abbastanza organizzati per conciliare le numerose ore trascorse a lezione con la dose di materiale da comprendere e memorizzare. Inutile ricordare e ricordarsi che gli esami non equivalgono al valore umano di una persona. Però quando ti ritrovi seduto davanti al docente o il foglio da riempire, temi di giocarti il tempo e il denaro investiti da mesi per giungere pronto la sessione. Uno studente può meritare un 30 per avere avuto la fortuna di rispondere alle domande su argomenti in cui era preparato, nonostante abbia categoricamente deciso di saltarne altri. Accade purtroppo e più spesso il rovescio della medaglia: la preparazione dell’intero programma e qualche inconveniente, come l’ansia, far apparire l’esposizione più incerta o addirittura l’assenza di risposte. Risultato: il voto conseguito è particolarmente basso oppure, nella peggiore delle ipotesi, è necessario ritornare all’appello successivo. Fazzoletti e angoscia esistenziale sono i primi due compagni che si presentano dopo la fastidiosa notizia. Ognuno reagisce a proprio modo. Proibito, però, non accettare una bocciatura o anche una serie di bocciature. A seconda di quanto il percorso scelto da noi sia fondamentale per la nostra realizzazione si decide se valga la pena ritentare presentandosi più preparati e più sicuri di sé nelle sessioni seguenti. Nella maggior parte dei casi una bocciatura, almeno nel primo istante, provoca un senso terribile di fragilità al giovane che non trova soddisfazione nell’impegno speso in un medio-lungo periodo. Un piccolo aneddoto per riaccendere la speranza è ricordare che un certo Albert Einstein, durante gli anni scolastici, si ritrovava una media del 4 in matematica. Come tutti sappiamo, qualche tempo dopo, la situazione è andata alquanto migliorando.

In altri casi la decisione più saggia è guardarsi dentro e comprendere fino a che punto valga la pena di sacrificare la propria quotidianità per uno studio intenso che non porti a particolari riscontri. Le vie sono, e devono essere, soltanto due: cambiare facoltà o ateneo o, più drasticamente, abbandonare il percorso accademico. Purtroppo, è accaduto anche che qualche studente, specie se in ritardo con il sostenimento degli esami, meditasse una terza via: la peggiore e dalla quale non vi è ritorno. Giada, 26 anni, iscritta all’Università Federico II di Napoli, per cause ancora da definire, credeva, invece, fosse la scelta più giusta. Una decisione atroce quanto il dolore che serbava da tempo per timore di deludere chi amava, forse ancora più di se stessa. Giada si è tolta la vita e ora è in corso “la gara” a chi sia da attribuire la colpa principale. Eccessiva rigidità dell’Ateneo, pressioni della famiglia, carattere troppo suggestionabile della giovane? Non è ancora giunta la risposta attesa, ma tutti noi sappiamo come un’ipotesi non possa escludere l’altra. Lo stress ricade su tutto il corpo e la mente. È il nostro peggior nemico, ma, talvolta, ci aiuta anche a mantenere la concentrazione adatta per motivarsi a raggiungere un obiettivo e portando a una piacevole sensazione di entusiasmo per proseguire nel lungo percorso. Parlare dei propri problemi è un dovere, mentre chi è vicino ne ha un altro: essere sincero, ma misurare anche il significato delle parole. Quando si presenta un problema la famiglia deve offrire un proprio aiuto o, almeno, un sostegno morale.  La tragica scelta di Giada deve essere una lezione per tutti noi studenti e per i nostri cari. L’università è la somma di studio, determinazione e, bando ai moralismi, di molta fortuna. Se un giovane maturando ha un sogno e si vede proiettato in una determinata carriera è bene, anzi necessario, che la tenti con tutte le sue forze. Nel contempo, però, è altrettanto necessario chiarire le proprie idee.

In passato ho sentito paragonare l’università a una palestra di vita e non potrei essere più che d’accordo. Lo studente si allena per comprendere meglio come potrà investire sul proprio futuro. E, proprio come accade in palestra, non sempre i risultati sono pari ai sacrifici, però si prosegue lo stesso o si cambia disciplina sportiva. E sui libri avviene la medesima operazione. Ricordate: i soldi delle tasse anche se sprecati un giorno torneranno, la vita no.