Lomellina: terra dei fuochi? Parte 2: timori e tumori

aprile 13th, 2018 | by Francesca Porcheddu
Lomellina: terra dei fuochi? Parte 2: timori e tumori
Attualità

Nella prima parte della nostra inchiesta abbiamo proposto un paragone tra la terra dei fuochi salernitana e i recenti incendi nella Lomellina. Questo non perché la Lomellina sia, allo stato attuale, in una situazione paragonabile, per gravità ed estensione, a quella della Campania, ma perché una serie di coincidenze e parallelismi sospetti tra le due realtà ci hanno fatto temere che presto il paragone possa non sembrare così azzardato. In entrambi i casi, infatti, si sono verificati episodi di smaltimento abusivo per non sostenere i costi di un trattamento regolamentare, scelte, queste, che provocano conseguenze disastrose all’ambiente e alla salute di chi risiede nella zona. Secondo l’Istituto Superiore di Sanità (ISS), infatti, la combustione abusiva dei rifiuti diffonde nell’aria altissime percentuali di sostanze inquinanti, a cominciare dal rilascio di diossine (un esempio su tutti quello di Mortara), una classe di composti organici che possono originarsi dai processi di combustione non controllata che coinvolgono soprattutto le materie plastiche. Sono sostanze estremamente resistenti alla degradazione chimica e biologica e trovano nell’acqua, così come nelle correnti atmosferiche, un’ottima via di diffusione. A causa della loro liposolubilità, le diossine tendono nel tempo ad accumularsi nei tessuti e negli organi di uomo e animali, contribuendo così all’insorgenza di tumori.

Per parlare meglio di questa realtà e di questi timori, non solo nostri, il presidio Libera di Pavia ha tenuto il 17 febbraio scorso un incontro aperto alla cittadinanza, intitolato proprio “Terra dei fuochi”. Un incontro per capire se i fenomeni del sud e del nord siano effettivamente paragonabili e se ci possa essere un collegamento. Secondo Renato Bertoglio di Legambiente, i due fenomeni non sono paragonabili, sebbene dal 2014 a oggi siano stati registrati oltre 250 incendi in impianti di trattamento di rifiuti e, secondo il rapporto Ecomafia 2017, ci siano stati 25.889 reati ambientali contestati su tutto il territorio nazionale: sarebbero circa 71 al giorno, uno ogni 3 ore. In regione Lombardia si contano nel 2017, 33 incendi di impianti di rifiuti, la maggioranza dei quali distribuiti nelle province di Milano (8), Brescia (7) e Pavia (6). Non è possibile al momento dire con certezza se al nord questo fenomeno sia già così organizzato e diffuso, ma il rischio di certo esiste.

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Per quanto riguarda i roghi che hanno interessato la Lomellina, secondo un volontario del presidio di Libera, che ha chiesto di rimanere anonimo, «è probabile che almeno alcuni di questi siano da collegare a un tentativo di smaltimento illecito di rifiuti speciali e pericolosi; questi ultimi sarebbero stati depositati in capannoni come quello a Corteolona a gennaio, oppure accorpati, in modo completamente illegale, ai rifiuti ordinari: gli incendi sarebbero quindi serviti a disfarsene definitivamente e a impedirne la scoperta da parte delle autorità competenti. I meccanismi sono simili, ma resta da capire se anche i responsabili possano essere gli stessi. Il settore dello smaltimento illecito dei rifiuti ha una struttura ben organizzata, spesso non è una sola organizzazione a gestirlo, ma coinvolge, oltre alle organizzazioni criminali, anche il tessuto imprenditoriale e la politica. Ancora non è chiaro se ci sia un’organizzazione criminale più interessata allo smaltimento illecito rispetto ad altre, solo le inchieste della magistratura potranno dirlo, ma per il momento non si può escludere a priori nessuna possibilità. È accertato però che la ‘Ndrangheta è la mafia più potente e che da almeno 40 anni è radicata in Lombardia. Meno facile è immaginare quale possa essere di preciso il suo ruolo: spesso, in particolare al Nord, le mafie italiane non affidano direttamente ai loro uomini l’esecuzione di determinate attività, ma le delegano ad altre organizzazioni, o si limitano a riscuotere una percentuale, oppure operano a un livello ‘superiore’, gestendo una rete logistica, di flussi finanziari, di clientele e contatti con la politica e l’imprenditoria, coordinando molteplici attività illegali senza direttamente ‘sporcarsi le mani’. Ma non si può affermare con certezza che questo modello valga anche per lo smaltimento dei rifiuti. Altri fattori che possono aver causato l’innesco del fenomeno degli incendi nella Lomellina sono: la presenza di inceneritori sul territorio, poiché è estremamente facile fare apparire come trasporto lecito di rifiuti agli inceneritori, quello che invece è un traffico illegale di scorie che negli inceneritori non dovrebbero assolutamente essere smaltite; e inoltre possono aver avuto un peso le restrizioni sui rifiuti da parte della Cina».

Infatti, la Cina, dal 1° gennaio 2018, ha bloccato l’importazione di plastica e dei rifiuti dall’Europa; in questo modo milioni di tonnellate di immondizia resteranno entro i confini europei e questo potrebbe aver reso più impellente trovare maniere alternative e illegali per liberarsene. Basti pensare che dal 1995 al 2016 le importazioni sono passate dalle iniziali 4,5 milioni di tonnellate a ben 45 milioni nel 2016. Più della metà delle esportazioni mondiali di rottami di rame e di carta da macero, ad esempio, e oltre la metà degli scarti di plastica sono destinate al mercato cinese. Il valore commerciale delle importazioni cinesi in materie prime da recupero ha superato nel 2017 i 18 miliardi di dollari. Se la Cina produce oggi 525.000 tonnellate di spazzatura al giorno, secondo stime della Banca Mondiale, nel 2025 saranno 1,4 milioni. Il governo per questo intende sostenere e promuovere l’avvio e lo sviluppo di un’industria del riciclo nazionale. Lo smaltimento dei rifiuti è un settore molto redditizio, secondo il rapporto Ecomafia 2017, la storia e i numeri della criminalità ambientale, il business dell’ecomafia varrebbe 13 miliardi. «Certe categorie di rifiuti speciali sono infatti molto costose da smaltire ed è quindi conveniente per le industrie ingaggiare le cosche per liberarsene, pagando un prezzo inferiore a quello dello smaltimento legale, ma comunque, considerevole».

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A questa logica non è estraneo neanche il settore pubblico, responsabile dello smaltimento soprattutto di rifiuti ordinari, ma non solo (si pensi ad esempio ai rifiuti prodotti negli ospedali). «È capitato molte volte -spiega il volontario di Libera- che le aziende col compito di smaltire i rifiuti urbani in alcune città italiane fossero in affari con le cosche, quando non direttamente gestite da esse. I roghi costituiscono spesso la fase terminale di questo processo, quando per liberarsi dei rifiuti accumulati questi vengono bruciati. Lo smaltimento illecito di rifiuti esiste perché evidentemente c’è una domanda per questo tipo di attività. Sono spesso gli imprenditori o i politici a cercare le organizzazioni criminali perché si occupino di eliminare i rifiuti. Le mafie hanno cominciato a offrire questi servizi perché l’industria ha cominciato a domandarli. Il problema quindi non può essere risolto semplicemente colpendo le organizzazioni criminali, poiché finché c’è domanda qualcuno emergerà a soddisfarla. Solo cambiando determinate logiche, con la forza della legge ma anche con l’impegno civico e la sensibilizzazione, si può sperare di arrivare a una soluzione».

Capire, domandare, informarsi è infatti il primo e fondamentale passo per fare in modo che nella collettività si accenda l’interesse e la preoccupazione per il proprio territorio, le istituzioni da sole non bastano, solo con un’impresa comune si potrà spegnere il fuoco.