Forze d’attrazione #2: La storia di un uomo in cui c’erano altri tre uomini

aprile 6th, 2018 | by Davide Spinelli
Forze d’attrazione #2: La storia di un uomo in cui c’erano altri tre uomini
Cultura

Nella lettera del 9 maggio 1772 – a metà del testo – Werther scrive al suo amico di sempre «Non facevo un passo che non fosse un ricordo» (I dolori del giovane Werther, J. W. Goethe), quasi sicuramente facendo riferimento al rapporto con la sua amatissima Lotte. Il ricordo funge così in qualche modo da calamita, attraendo all’indietro ciò che Werther vorrebbe si vedesse nell’immagine del suo futuro, e questo atteggiamento rispecchia pienamente il sentimento romantico dell’epoca.

Si dice che Robert Alexander Schumann non amasse molto Goethe; ed in particolare il Werther. Tuttavia, negli ultimi anni della sua vita, il tema del ricordo – molto caro alla poetica romantica – gli permise di viaggiare nel tempo più rapidamente di quanto non potesse fare da solo, a causa dei suoi scompensi psicologici. Lo riportava al passato, alla sua infanzia, vissuta anch’essa nella bolla dei ricordi altrui. Ricordi di letteratura e di musica, dai quali nacque una profonda passione per la creazione artistica.

Schumann nasce l’8 gennaio 1810 in Sassonia, a Zwickau. È l’ultimo figlio di una famiglia eccezionalmente numerosa. La madre, Christiane, oltre a badare alla prole, si diletta egregiamente di suonare il piano, mentre il padre, August, pubblica per conto di un piccola casa editrice raccolte di grandi classici. Saranno proprio i due genitori a trasmettere la passione letteraria e musicale al ragazzo, limandone, già dall’infanzia, l’anima. Da una parte il giovane si confronta con grandi autori quali Novalis, Byron, Goethe e Richter; dall’altra si accosta allo studio del pianoforte, cui sarà magneticamente fedele per tutta la vita.

Concordemente con quanto sostengono i biografi, Schumann assiste per la prima ad un concerto di musica classica all’età di nove anni, nella città di Karlsbad. Ne è affascinato, ma non per questo abbandona l’istinto letterario, che in questa prima fase della sua vita sembra prevalere. Dacché – in base a quanto scrive nei suoi diari giovanili – pare che il ragazzo applicasse il suo ingegno in quotidiani esercizi poetici, con l’obiettivo di interpolare la poesia di Richter, volendosi opporre al modello classicista imperante dell’epoca (Goethe in primis).

In età adolescenziale il giovane Schumann intraprende una strada ancora inesplorata – quella della filosofia romantica – che però indaga quasi del tutto inconsapevolmente. Egli, infatti, riconosce in se stesso una vocazione quasi panteistica nei confronti del mondo, in cui Dio e natura si sovrappongono, fino ad identificarsi: la sua musica proverà - anzitutto – ad esprimere proprio questa paradossale complementarietà.

La sua prima “attività” musicale la affronta all’età di tredici anni, formando con i compagni di liceo una piccola orchestra. Nonostante già allora si evidenziassero dei preoccupanti raptus psichici, frutto di un attivismo frenato ed esasperato, né la madre, né il padre presero seriamente in considerazione il problema. D’altro canto – soprattutto il padre – affascinato dall’intuito musicale del figlio, si premura affinché quest’ultimo possa essere allievo del grande operista dell’epoca Carl Maria von Weber. Egli però non accetta Schumann come suo allievo; e questo per la madre è un sollievo. Ella, infatti, desidera che il ragazzo intraprenda la carriera da avvocato a Lipsia. Ma nel biennio 1825-26, due drammatici lutti sconvolgono irrimediabilmente l’animo e la psiche di Robert. Nel ’25 la sorella, affetta da una grave forma di autismo, annega suicida; nel ’26 invece è il padre a morire per cause naturali. Questi eventi inficiano anche e sopratutto la personalità artistica di Schumann. Basti leggere quanto annota di se stesso (in terza persona, a testimonianza della sua multipla personalità sin dalla giovane età): «Talento per molte cose, nessuno per altre. Temperamento malinconico. Senso artistico: attitudine a provare sentimenti molto più che a osservare; nei giudizi è più soggettivo che oggettivo. L’emozione gli è più propria che non lo sforzo. Per capire le cose, preferisce abbandonarsi al suo istinto, anziché riflettere. La sua intelligenza è più astratta che pratica. La sua immaginazione è robusta, rivolta all’interno, ma cerca spesso la sua ispirazione al di fuori. […] Come uomo si distingue per il gusto, il tatto, la mancanza di timidezza, per la forza di spirito, l’amabilità, le doti artistiche. […] Vorrei dipingere il suo animo, ma ahimè, non lo conosco completamente: è infatti circondato da un velo impenetrabile, che solo gli anni potranno scoprire» (I fantasmi di Schumann, Alessandro Romanelli).

Nel 1829, dopo aver tentato la carriera giurisprudenziale, Schumann interrompe bruscamente gli studi, recandosi a Heidelberg, da cui poi parte alla volta dell’Italia, dopo essere rimasto incredibilmente colpito dall’ascolto di un concerto di Niccolò Paganini a Francoforte nel 1830. Così – finalmente – Schumann decide di spendere la sua vita a favore della musica. È un momento decisivo. Il confronto/scontro tra le sue due nature, quella più propriamente pragmatica materna, e quella idealistico-romantica paterna, lo tormentano e frantumano. E, nonostante inizialmente egli apprezzi lo studio di autori come Bach e Beethoven nella prestigiosa scuola di pianoforte di Wieck, egli viene sopraffatto dal tedio della ripetizione quotidiana e sistematica dell’esercizio, divenendo ancora più frustrato ed insoddisfatto.

Nel 1833 si manifesta la prima grande crisi a livello psichico, causata anch’essa da un duplice lutto familiare, ossia la morte del fratello e della cognata. Schumann cade in un profondo stato confusionale e depressivo, di cui scrive nel suo diario personale: «Ebbi improvvisamente il pensiero più atroce che un uomo possa concepire, il più terribile con il quale il cielo lo possa punire: il pensiero di perdere la ragione. Esso s’impadronì di me con tale violenza che nessuna consolazione, nessuna preghiera, nessuna burla fu efficace a distruggerlo» (I fantasmi di Schumann, Alessandro Romanelli). Anche per questi motivi, Schumann decide per esempio di abbandonare l’appartamento al quarto piano in cui alloggiava, cercando di distogliere il pensiero dai suoi istinti suicidi. Ma ormai il contenitore dei suoi peggiori incubi è aperto: tutte le maschere e i fantasmi, che tra loro formavano il variegato campo di attrazione della personalità psichica del compositore tedesco, si manifestano impetuosamente, tratteggiandone un psichedelico campionario caratteriale ed emotivo. A testimonianza di questo v’è un esempio particolarmente calzante: da questo momento in poi ognuna delle sue composizioni saranno firmate in calce con un nome diverso, rappresentante la diversa personalità che indossava quel giorno. Si passa così dal ribollente calderone di pulsione – parafrasando Freud – qual è il Florestano, ad un opera timida ed introspettiva come l’Eusebio, per arrivare finanche ad una composizione armoniosamente equilibrata e misurata: il Mastro Raro.

Due anni dopo la grande crisi del ’33, Schumann fa conoscenza dell’amore: Ernestine von Fricken. A lei dedica la famosa composizione Carnaval op.9 – Piccole scene per quattro note, le cui note della serie musicale formano il nome della città natale di Ernestine, ovvero Asch (l’odierna Aš in Repubblica Ceca). Questo esempio di idealizzazione estrema, mostra senza dubbio il processo di estetizazzione idealistica in corso nella sua creazione musicale, che si ispira a grandi autori come Chopin e Paganini. Tuttavia l’infatuazione per Ernestine dura meno di un anno, perché Schumann cova un nuovo amore, che lo riconnette alla sua infanzia, quello per Clara Wieck, sua ex compagna di studi alla scuola del grande maestro di pianoforte Wieck (di cui Clara era figlia). Anch’ella pianista di grande talento, influenza ineluttabilmente l’attività compositiva di Schumann, che, in questo periodo, fa chiaramente riferimento all’infanzia come momento di estrema gioia e purezza. Da questo sostrato empatico derivano composizioni come le Scene Infantili op. 5 e l’Album per la Gioventù op. 68. Schumann vorrebbe sposare Clara immediatamente, tanto è procace la loro attrazione, ma il padre della ragazza lo impedisce, volendo dapprima che la figlia intraprenda una fiorente carriera da pianista. Clara comincia quindi a girare l’Europa, abbandonando Schumann alla sua solitudine. Di questo periodo sono opere come la Sonata in fa diesis minore op. 11, il Concerto senza orchestra op. 14 e la Fantasia op. 17, che lo stesso autore definisce «un lungo grido d’amore per te».

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A tal punto Schumann decide di trasferirsi a Vienna. Ma il suo soggiorno nella città dei grandi compositori lo delude, in particolare per la superficialità con cui i viennesi interagiscono con le sue opere. Terminato il soggiorno egli viene informato delle gravi condizioni mediche del fratello Eduard, che, secondo quanto scrive nei suoi diari, cominciano a causargli allucinazioni premonitrici. Non compone per circa un anno, fino a quando, nel 1840, torna a scrivere, ma soprattutto sposa Clara (nella foto in alto assieme a Schumann). La vita della coppia prosegue tranquilla. Nel 1841 nasce la loro prima figlia: Marie. Nella 1843 ancora un’altra bambina.

In questi stessi anni Schumann fa conoscere alla moglie la musica del Clavicembalo temperato di Bach, e quella delle Sonate per pianoforte di Mozart. E sono proprio questi due immortali autori che gli fanno comprendere come sia arrivato il momento più importante della sua carriera musicale: è il momento di cimentarsi con la composizione di una sinfonia. La prima, titolata alla Primavera, è un grande successo. Nello stesso tempo compone anche una Fantasia per pianoforte ed orchestra: sarà univocamente considerata il capolavoro della sua maturità artistica.

A questo punto però Clara riparte per le sue tournée concertistiche, e Schumann ne soffre la mancanza. Ma un nuovo slancio creativo lo salva dalla disperazione: in soli due mesi scrive i tre Quartetti per archi op. 41, il Quartetto per pianoforte ed archi op. 47 e il Quintetto per pianoforte ed archi op. 44. Pochi anni dopo la famiglia Schumann si trasferisce a Dresda, dove Robert fonda un circolo di artisti cui partecipa anche Richard Wagner. Quest’ultimo era a favore di una reciproca compenetrazione delle arti, mentre Schumann riteneva che il linguaggio musicale fosse l’unico in grado di veicolare il mezzo espressivo della sua interiorità, che si fa sempre più cupa ed imprevedibile. Spesso, infatti, – si racconta – che durante le riunione del circolo egli stesse chiuso in se stesso senza dire una parola, in un angolo della stanza. Le gravi crisi depressive del passato sono tornate. E questo appunto del 1845 lo testimonia: «Giornata penosa. Peggioramento. Mi sento miserabile e malinconico. Crisi di nervi violenta…Di nuovo forte depressione nervosa». Da questo anno in poi hanno anche inizio quei terribili sintomi di dolore e crisi che gli comporteranno la paralisi totale degli arti e la conseguente follia. Ma, prima di ciò, riesce a completare la sua seconda sinfonia.

Tra il 1846 e il 1847, Clara suona le musiche del marito in giro per l’Europa, mentre Schumann fa pubblicare la sua unica opera lirica. Tre anni dopo il compositore è a Düsseldorf, dove gli è offerto l’incarico di dirigere i concerti “Temporali e spirituali” della Società Corale. Ma, ben presto, i dissidi con gli orchestrali diventano insanabili. Al contempo, questi litigi, conducono Schumann ad avvicinarsi allo spiritismo, fino a coinvolgere persino i figli. Clara è ormai disperata – aiutata solamente dal giovane ventenne Brahms (nella foto in basso assieme a Schumann).

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Lentamente Schumann abbandona l’impegno per la composizione. Le sue due ultime opere – scritte in occasione dell’anniversario di matrimonio di quell’anno – sono dedicate  all’amico Joseph Joachim: i Canti dell’alba per pianoforte e Concerto per violino ed orchestra. Così si serra la parabola creativa di Shuman.

Nel 1854 egli ha ormai perso ogni tipo di contatto e riferimento con la realtà. Lo smarrimento è completo. I problemi fisici, come quello della sifilide e dell’alcolismo che aveva avuto fin da giovane, si fondono con quelli a livello psichico. Le allucinazioni uditive aumentano; sente melodie lontane mentre cammina; voci di angeli che si trasformano in demoni. La convinzione di poter parlare col mondo dei morti si innesta sempre più radicalmente nella sua mente.

Il 26 febbraio Schumann si lancia nel Reno cercando di porre fine al suo dolore, ma è salvato da due pescatori. Così, il 4 marzo dello stesso anno, Clara è costretta a farlo ricoverare nel manicomio di Endnich, dove trascorrerà gli ultimi anni della sua vita, circondato dall’amore della moglie, degli amici Joachim e Brahms. Muore il 29 luglio 1845, lasciando il ricordo di una vita franta da un dolore insanabile: una spinta ascensionale drammatica votata esclusivamente alla sublimazione della creazione artistica, che forse non ha perduto proprio grazie all’amore.