Forze d’attrazione #1: Solženicyn, scrittore della patria

marzo 18th, 2018 | by Davide Spinelli
Forze d’attrazione #1: Solženicyn, scrittore della patria
Cultura

È il 1918. L’animo della società russa è ancora intriso del sentimentalismo rivoluzionario del febbraio e dell’ottobre dell’anno precedente. Nella zona sud-est del paese, a Kislovodsk, l’11 dicembre, nasce Aleksandr Isaevič Solženicyn.

La madre, Taisia Solženicyna, possedeva i terreni ereditati dopo la morte del marito, ucciso in un incidente di caccia. Attorno al 1924 però, Solženicyn e la madre, le cui proprietà erano ormai in miseria, si trasferirono a Rostov, sulla riva destra del fiume Don. È in questa città della Russia meridionale che il giovane pensa per la prima volta alla carriera da scrittore, scoprendo una suggestiva vocazione a «scrittore della patria» (che si manifesterà compiutamente nel suo romanzo «Agosto 1994»). E pochi anni dopo, questa sua passione, gli salverà la vita. Lo attirerà verso un salvezza essenzialmente spirituale, che concretamente declinerà nella  scrittura appunto.

Durante il periodo a Rostov la madre lavorava giorno e notte come dattilografa per cercare di assicurare un futuro al figlio, ma le sue precarie condizioni fisiche e le pessime risorse economiche di cui disponeva fecero comunque desistere Solženicyn dall’abbandonarla. Egli dunque si iscrisse alla facoltà di matematica e fisica dell’Università di Rostov, per cercare in futuro di trovare lavoro come insegnante e migliorare la disastrosa situazione economica famigliare e abbandonando, quindi, ogni speranza di vivere affidandosi esclusivamente al profitto dell’attività di scrittore. Ottenne la laurea nel 1941. Nello stesso anno si arruolò come volontario nell’Armata Rossa, abbandonando – oltre all’amata madre -, la prima moglie Natalja Rešetovskaja, che aveva sposato nel 1940.

Nonostante avesse servito encomiabilmente il suo paese, una volta terminato il conflitto, nel 1945, Solženicyn fu arrestato e trasferito a Mosca, nonché condannato a otto di prigionia per «sospetta attività controrivoluzionaria»: furono gli anni che restituirono il suo genio letterario, mentre, nel profondo, laceravano e corrodevano la sua fragile sensibilità di attore di un presente che non sentiva appartenergli. Ma la sua imperturbabile forza interiore non trovò scoramento nell’apatia della violenza dei Gulag sovietici, bensì egli delineò nella loro rappresentazione sincera e altrettanto crudele delle immagini e della stessa violenza esperita dalle vittime, un inossidabile elemento memorialistico. Così, nonostante già nel 1956, durante il XX congresso del Pcus, Nikita Chruščëv avesse stilato un rapporto segreto riguardo i crimini commessi dal regime di Stalin, l’opera letteraria di Solženicyn diede comunque un apporto decisivo alla loro parziale «accettazione» (a lungo, infatti, la realtà dei lager sovietici fu negata da Mosca). Ai deportati era fatto divieto di parlarne una volta liberati. Ed anche quando dopo la morte di Stalin lo stato russo iniziò una progressiva opera di smantellamento dei Gulag, liberando grosse quantità di prigionieri politici, essi non scomparvero mai del tutto, vennero solamente ristrutturati e orwellianamente nascosti. In una parola: «razionalizzati» – la stessa che utilizza Solženicyn nel terzo volume della sua opera capitale, «Arcipelago Gulag».

Tutto ha inizio il 17 novembre 1962 quando, dopo essere stato confinato a Kok-Terek (attuale Kazakistan) e aver cominciato a lavorare come insegnante di matematica e fisica, è pubblicato sulla rivista letteraria «Novyi Mir» il racconto «Una giornata di Ivan Denisovič». Che diventa a tutti gli effetti quello che oggi chiameremmo best-seller.

L’autore – Solženicyn -, un ex deportato (in russo ex-zek) quarantatreenne, che, una volta espiata la condanna nel 1953, si era dedicato esclusivamente alla scrittura clandestina, e ne aveva fatto un segno distintivo volto al ringraziamento divino, è improvvisamente al centro della scena letteraria russa. Ma la scelta mirata di eludere questo status di scrittore-eremita arriva già nel 1961, l’anno in cui Chruščëv «sfoderò un improvviso e furibondo attacco contro Stailn»; e sarà proprio questo l’elemento che, nel suo autoriografico «La quercia e il vitello», Solženicyn individuerà come evento dirimente: «Forse è giunto il tanto atteso, terribile e felice momento, l’attimo in cui dovevo emergere da sotto le acque».

Così, in quell’anno invia una copia fittamente dattiloscritta a Aleksandr Trifonovič Tvardovskij, direttore della rivista «Novyi Mir», colui che ribattezzerà il racconto con il titolo di «Una giornata di Ivan Denisovič», al posto del più aspro e cruento «Sč-854» scelto dall’autore.

Inizialmente Solženicyn aveva presentato il suo racconto come un rasskaz, ossia una novella, a testimonianza dell’estrema concentrazione spazio-temporale che sussume gli avvenimenti entro il perimetro di un freddo giorno di gennaio del 1951, in un campo di prigionia. Il protagonista, Šuchov, è un contadino, e la sua  condizione sociale è funzionale all’autore per organizzare una descrizione del campo vista dal basso, tipica del genere letterario medievale russo della povest’, avviluppato a echi di voci gergali ed a una sintassi del tutto irregolare, colma di anacoluti, ellissi e inversioni.

Il racconto non è mai frantumato in un individualismo sterile, ma è corale, e ritmato dall’utilizzo accorto e incalzante di un criterio di tipicità, mediante cui il lettore osserva una descrizione a tutto tondo delle vittime dello stalinismo. Esse resistono e sopravvivono al campo solo grazie alla «necessità di sentirsi vivi non lasciandosi avvincere dalla fatica quotidiana del campo» (Solženicyn; Arcipelago Gulag, vol. II) di cui Šuchov è portatore. Georgese Nivat ne da una brillante sintesi: «la poetica del racconto è quella dell’immersione nel particolare, perché l’esistenza nel cosmo rarefatto del campo dipende dai più infimi particolari: non perdere il cucchiaio di stagno, ottenere una mescolata di brodaglia in più» (G. Nivati, “Aleksandr Solženicyn” in Storia della letteratura russa vol. III).

Il racconto fu ovviamente eretto a simbolo della lotta antistalinista da Chruščëv, che ne lodò la forma e l’audacia, trascurandone però il fondamentale sostrato religioso, personificato nel personaggio del Battista. E dal dialogo fra quest’ultimo e Šuchov emerge chiaramente il messaggio dell’autore: «È la fede che dà la possibilità di conservare la propria libertà interiore e la propria dignità umana». E questa fede, che è la madre della scrittura cui si affida Solženicyn per salvare se stesso, è accompagnata dal lavoro, come dice il protagonista: «Sgobbare sodo, ecco l’unica salvezza» (Solženicyn; Una giornata di Ivan Denisovič, pag. 7, ed. ET Einaudi), benché spesso, nel campo, egli «aveva desiderato che non venisse il mattino» (Ivi, pag. 6).

Gli anni a venire sono segnati da un intensificarsi delle critiche nei confronti di Solženicyn, che però non desiste dalla sua produzione letteraria, e, anzi, pubblica due importanti racconti quali «La casa di Matrjona» e «Alla stazione», mentre, nel 1968, termina la redazione della sua opera più celebre: «Arcipelago Gulag», e si sposa nuovamente con Natal’ja Svetlova, che sarà anche la sua più fidata collaboratrice e madre dei suoi tre figli.nobel Solzenicyn

L’anno seguente è espulso dall’Unione russa degli scrittori, e in quello successivo, nonostante l’inaudita ostruzione alla circolazione della sue opere in Russia, è insignito del premio Nobel per la letteratura (nel 1970), ma, per paura di non poter fare ritorno in patria, sceglie di non andare a ritirarlo, cosa che farà solo quattro anni dopo, nel 1974 (foto in alto). Lo stesso anno in cui è nuovamente arrestato e, solo grazie ad una grande mobilitazione internazionale, non viene condannato alla pena capitale, ma espulso dal paese, cui farà ritorno solo nel 1994.

Ciononostante, nemmeno il ritorno in patria riuscirà ad affrancare la sua oramai esistenziale amarezza nei confronti del suo paese natale (ne è testimonianza il famosissimo pamphlet del 1998: «La Russia nel precipizio»). E probabilmente con questo dolore insolubile si spegne il 3 agosto 2008 a Mosca.

Solženicyn, nella sua vita, ha affrontato un’incredibile polifonia di dolori e crudeltà, derivanti principalmente dall’intransigenza dell’ideologia. Tuttavia è proprio nell’intima natura umana e religiosa che indica la possibilità di salvezza. E queste sue disavventure (volendo usare un eufemismo), è come se lo abbiano concentricamente attratto verso la scrittura. Cui Solženicyn deve la vita e la Russia un’attuale e contingente revisionismo futuro. Che però, ad oggi,

«non ha dato vita a quel pentimento per i crimini inauditi e senza pari del terribile settantennio sovietico e quella Norimberga morale che più volte egli aveva auspicato quali momenti imprescindibili della rigenerazione spirituale e morale della Russia» (dall’articolo «Matrjona e Ivan Denisovič al centro dell’itinerario di Solženicyn» di Piero Sinatti).

Quindi si è parlato di un uomo, che ha trasformato la noncuranza delle forze d’attrazione della sua vita in energia vitale per se stesso e per tutti i russi che verranno dopo di lui. Un maestro della memoria. E scrittore della patria.