Tempo di Libri 2018: Processo all’università

marzo 11th, 2018 | by Sandra Innamorato
Tempo di Libri 2018: Processo all’università
Attualità

A Tempo di libri, nella prima giornata di fiera, 8 marzo, uno spazio consistente è riservato alla discussione sulla “lettura” della realtà a noi più vicina, una formula di editoria fatta a più voci che lascia a chi discute qualcosa di nuovo, si spera. Nel primo pomeriggio di incontri si discute di università e la formula scelta è curiosa e, se ben fatta, piuttosto efficace. “Prendi la lode e scappa. Processo all’università”, il titolo di quest’incontro che vuole, nella forma, trovare un “colpevole”, un responsabile di una cattiva condotta e che, in sostanza, mira a coinvolgere effettivamente il pubblico che, in questo tribunale simulato, diventa giuria popolare: pubblico subito attivo e non soltanto per conto proprio. L’università è accusata di essere la maggiore responsabile della fuga di cervelli dal nostro Paese, colpevole di indifferenza nei confronti dei destini lavorativi dei suoi studenti e, quindi, di non fare bene il proprio mestiere. A comporre il tribunale simulato è il Gruppo Accademico Professionale AIE che assegna i ruoli di giudice imparziale a Margherita Ramajoli (Università degli studi di Milano-Bicocca), avvocato dell’accusa a Matteo Turri (Università degli studi di Milano), avvocato della difesa a Alberto Cigada (Politecnico di Milano) e la parte civile a Sergio Rizzo (La Repubblica). Secondo la canonica procedura, accusa e difesa si scontrano ad armi pari con tanto di arringhe e testimoni (tra i tanti, Andrea Gavosto — Fondazione Giovanni Agnelli- e Diego Lunati — SUPSI Lugano). A noi giudici popolari due cartoncini, uno rosso per condannare e uno verde per assolvere, da esibire infine per stabilire l’ardua sentenza.

Capo d’imputazione

L’università italiana è oggi accusata di omissione di atti d’ufficio e falso ideologico; di non adempiere né in azioni concrete, né nelle sue connaturate premesse, ai suoi doveri. Nel primo caso è colpevole di non far bene il proprio lavoro, di essere autoreferenziale e impreparata riguardo il mondo del lavoro che, come tappa istituzionale, precede immediatamente. Nel secondo caso, è accusata di essere responsabile di promesse mancate, di promettere prima quello che non garantisce poi, ossia l’accesso a un mondo del lavoro che poi difficilmente lascia entrare gli studenti.

 

Il processo dell’accusa in breve

L’avvocato dell’accusa ha affrontato la presunta colpevolezza dell’università italiana in termini di incapacità di affrontare i cambiamenti. Un’università che in passato nasceva come istituzione volta a formare l’élite dell’Occidente, i gentiluomini di una volta pronti a entrare in società, dovrebbe essere ora un’istituzione in grado di formare l’Uomo contemporaneo che è un uomo colto, ma anche un lavoratore. A un sapere teorico va affiancato un sapere pratico, e mentre le università straniere sembra siano state in grado di integrare un sapere più professionalizzante, l’università italiana, ottima nella formazione culturale, risulta impreparata nella formazione professionale. Il gap tra Italia ed “estero” è ancora più forte se si considera che l’integrazione professionale in altri Paesi precede la formazione universitaria, facendo parte della didattica fin dalle scuole secondarie inferiori. Il discorso dell’accusa ovviamente considera le dovute eccezioni, ma le valuta proprio come “eccezioni”, esempi di carriere o istituti di successo che non possono, per loro natura, rappresentare la situazione reale nel Paese. Lo scopo dell’accusa, e la proposta avanzata nell’arringa finale, è quella di “affiancare” al sapere tradizionale un sapere in più che garantisca anche competenze nuove, e non la “sostituzione” di un sapere con un altro.

 

Il processo della difesa in breve

Il discorso della difesa cerca di salvaguardare la natura dell’università cercando altrove il colpevole della situazione attuale, situazione che però valuta meno tragicamente. La difesa parla della Silicon Valley come un esempio di proliferazione di attività e benessere causato direttamente dalle università presenti sul territorio, un rapporto di dipendenza tra cultura e innovazione dove la prima è causa della seconda e la seconda, che ora continua a crescere in autonomia, deve tutto alla prima. Dove c’è cultura c’è innovazione, la cultura non produce solo cultura, ma è fonte energetica per ogni tipo di attività. Il problema dell’università italiana non è dunque imputabile alla sua natura, ma va cercato fuori, sul territorio, nelle politiche amministrative che gestiscono l’università e il suo rapporto con l’esterno. L’università, secondo la difesa, promuove tutto il sapere necessario per il mondo del lavoro e non è colpevole se questo sapere non può essere utilizzato poi correttamente. Secondo questo ragionamento, un sapere aggiuntivo non colmerebbe quello che è un puro inceppamento amministrativo, e dunque politico, che ha luogo attorno alle università e, di conseguenza, fuori dalle loro porte.

 

Il voto della giuria popolare: 18 per l’accusa, 12 per la difesa

 

Un bell’esperimento quello di questo incontro che, al di là dei risultati, ha il doppio merito di arricchire in termini di informazioni e di “esperienza mentale”. Una formula processuale, più americana che italiana, che diventa una bella metafora del ragionamento umano il quale, muovendosi da una parte all’altra, dalle ragioni dell’accusa, a quelle della difesa, sa creare un’opinione nuova e meno avvezza ad accostarsi alle vecchie opinioni che tutti avevano prima di sedersi in tribunale. Un esperimento sicuramente migliorabile, soprattutto nell’esposizione degli elementi da parte degli “avvocati del giorno”, a volte più concentrati su toni troppo carismatici e a volte un po’ incompleti, di sicuro molto bravi nel vestire i panni di avvocati d’occasione aggiunti agli abiti delle loro vere professioni quotidiane, in un processo-show che aiuta a riflettere e diverte.