Femminili a confronto: “Shakespeare è morto, ma le sue donne no”

marzo 9th, 2018 | by Davide Cioffrese
Femminili a confronto: “Shakespeare è morto, ma le sue donne no”
Birdmen

Nonostante qualche goffo e liceale tentativo di sabotare l’esordio dello spettacolo con brusii tutt’altro che teatrali [1], il Cinema Teatro Politeama pavese ha festeggiato con successo l’8 marzo con Shakespeare è morto, ma le sue donne no: prodotto della compagnia Luvarara dedicato al drammaturgo per antonomasia come ai volti femminili che ne hanno reso memorabili le opere. Curioso se non paradossale che a scriverne sia la stessa persona responsabile, altrove e in compagnia proprio di una donna, di un articolo sulla misantropia di Amleto.

Eh beh.

Donne shakespeariane Luvarara-1La premessa dello spettacolo è luttuosa e il setting non è da meno. Uno studio legale, sepolto nel buio di neri tendaggi, con mensole gravide di ricordi teatrali: maschere per il ballo Capuleti, navi con cui solcare il Mediterraneo fino a Venezia, teschi per invocare fantasmi dalle nebbie della Scozia. È un vero e proprio ricettacolo di tutto lo scibile shakespeariano, uno spazio congelato nel tempo e composto della stessa sostanza di cui è fatto il Teatro.

È anche l’anticamera di un’eredità, di un lascito pagato con un lutto: quello di Shakespeare, naturalmente. E a raccogliere le ultime volontà del drammaturgo si trovano riunite quattro donne. Quattro spettri femminili inestricabilmente connessi alla Sua figura: una giovane ed eterea Giulietta (Silvia Villani), bambina sognante incapace di liberarsi degli incubi sepolcrali che dominano il finale del suo dramma; una delicatissima Desdemona (Claudia Farina), timido spettro della moglie sottratta alla vita dall’improvvisa violenza domestica di Otello; una volitiva Lady Gruoch, sposata Macbeth (Agnese Troccoli), ancora schiava della mefistofelica ambizione che ha condotto suo marito sotto la spada di Macduff e costretto lei a riprendere il nome da nubile [2]. In coda alle tre si colloca l’“intrusa” Helen Mirren Anne Hathaway (Valeria Zanolin) [3], unica a reclamare l’eredità di William come sua legittima compagna nella vita reale, modellata però su Cordelia del Re Lear. Le tre donne (e Tilda Swinton Hathaway) si trovano loro malgrado a interagire l’una con l’altra nella fatidica attesa della quinta interprete del cast tutto al femminile (Sara Sacchi): personaggio dall’identità indefinita alla cui venuta lo spettacolo deve la risoluzione dei suoi femminei conflitti.

Donne shakespeariane Luvarara-2Nella cornice dello studio e della narrazione collettiva, frutto della penna di Alessandro Betta, si affastellano le storie individuali delle protagoniste (e quella di Margaret Thatcher Hathaway): fulminee summe delle rispettive opere di riferimento così come le hanno vissute le amanti, le spose, le figlie. Le donne e le loro interpreti occupano l’attesa teatrale con le parole autentiche di chi le ha create, aprendo squarci solenni e maestosi in un impianto altrimenti modellato sugli anni ’60: su un decennio di strepitosa musica e clip buffe che, forti di una buona esecuzione scenica là dove lo spettacolo le ha fatte sue, non hanno minimamente leso la coerenza dell’insieme. Ottimo, a questo proposito, il lavoro di illuminazione, capace in ogni momento di sommergere nell’ombra tutto ciò che non sia funzionale alla scena mentre bacia la diva del momento con il suo più fulgido faro.

Shakespeare è morto, le sue donne no è uno spettacolo autentico, ben congegnato, perfetto per la Festa della Donna: questo nonostante le pesanti sembianze del patriarca (non per nulla «Dio creatore») che incombono sulle sue donne; del resto visceralmente convogliate [4] in un omaggio finale all’imperitura vita del Teatro.

Una pièce la cui recensione sembra bene concludere, soprassedendo sugli ovvi fini commerciali della femminile ricorrenza marzolina, con un inflazionato ma sentito augurio per tutte le donne.

Per le spettatrici, per le attrici, per tutte le altre.

Pure per quelle che fanno brusio, va’.

Donne shakespeariane Luvarara-3

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[1] Nemmeno troppo convinto, dai. A parlare, più probabilmente, è la notoria misantropia dell’autore del presente articolo.

[2] O, più propriamente, il nome della donna reale che ne ha ispirato le fattezze: la regina Gruoch di Scozia. [Inestimabile come sempre, Wikipedia. Uno di questi giorni qualche soldo te lo dò, davvero]

[3] A costo di usare una battuta già recentemente inflazionata: no, non quella Anne Hathaway.

[4] Le sembianze, non le donne.