Inchiostro rosa: dov’è finito il nostro voto?

marzo 4th, 2018 | by Hnia Dahou
Inchiostro rosa: dov’è finito il nostro voto?
Attualità

È tempo di votare! Inutile ricordare che è un diritto e un dovere di ogni cittadino, e nonostante l’esigua fiducia che ci possono ispirare i rappresentanti della scena politica attuale del nostro paese, andare a votare è un dovere, e non solo morale. Ci sono persone a cui lo dobbiamo, che hanno lottato eroicamente per permetterci di votare in quanto cittadini e cittadine d’Italia. A maggior ragione se si è donne.

La storia comincia prima dell’Unità. In epoca imperiale, alcune donne potevano esprimere le loro preferenze. Infatti governi locali, come la Lombardia, il Gran Ducato di Toscana e il Veneto consentivano alle donne di partecipare alle elezioni di politica locale. Non solo, potevano inoltre essere elette se appartenevano a famiglie benestanti come accadeva nella Lombardia dell’Impero Austriaco. Le cose poi cambiarono dal 1861, quando furono automaticamente escluse dalla vita politica per motivi dettati dalla tradizione. L’adesione istituzionale della donna e la sua partecipazione alla vita politica era considerata incompatibile con la sua natura. Di conseguenza il Regno d’Italia non le considerava  cittadine dello Stato. Indefesse, le donne lombarde autoproclamandosi cittadine Italiane, portarono alla Camera una petizione in cui chiedevano la restituzione del diritto di voto, che avevano prima dell’Unità, e che questo venisse esteso a tutte le donne del Paese. La mobilizzazione non fu totalmente rilegata alle donne, c’erano anche uomini; Giuseppe Mazzini in persona affermava: “l’Angelo della famiglia. Madre, sposa, sorella, la donna è la carezza della vita, la soavità dell’affetto diffuso sulle sue fatiche, un riflesso sull’individuo della provvidenza amorevole che veglia sull’Umanità”. Mazzini era convinto che gli uomini non potevano avere nessun tipo di superiorità sulle donne. Altre figure di spicco furono Salvatore Morelli, definito “il deputato delle donne”, e Ubaldino Peruzzi, Ministro dell’Interno che nel disegno di legge del 5 marzo 1863 richiedeva l’estensione del diritto di voto per le contribuenti nubili e vedove.

Se ne discusse a lungo, tuttavia la questione trovò il suo culmine con il discorso schiettamente conservatore dell’Onorevole Boncompagni, il quale declamava: “i nostri costumi non consentirebbero alla donna di frammentarsi nel comizio degli elettori, per recare il suo voto”. La dichiarò non eleggibile, ponendo le cittadine nella stessa posizione sociale degli analfabeti, dei falliti e dei condannati. Non si può poi parlare di questo argomento senza citare Anna Maria Mozzoni. La più fervida sostenitrice del suffragio femminile dell’ottocento. Dovette combattere contro la convinzione scientifica degli uomini, secondo la quale la donna è instabile emotivamente e biologicamente inaffidabile, e a causa dei suoi cicli, il suo senso di giustizia poteva ritenersi compromesso. Ovviamente la Mozzoni ripudiava tale concezione della donna, convinta del fatto che ammettere le donne agli interessi politici fosse l’unica maniera per guidare la società verso la modernità e la civilizzazione.

Nel 1912 Filippo Turati, durante il dibattito sul suffragio universale, annunciò di auspicare ad una legge elettorale nella quale fossero inclusi tutti gli italiani, indipendentemente da differenze di carattere anatomico o fisiologico. Un suffragio si ottenne, ma prettamente maschile lasciando nuovamente le donne a mani vuote. Scoppiò la prima guerra mondiale e le italiane sostituirono in tutto gli uomini partiti in battaglia. Come ricompensa non ebbero nulla se non tante promesse non mantenute. Poi fu la volta del fascismo, seguito dalla seconda guerra mondiale. Donne che lavorano, che sostituiscono gli uomini, ma soprattutto che diventano coraggiose eroine della Resistenza. Nel 1944 a Roma, per iniziativa del Partito Comunista fu fondato l’UDI (Unione Donne Italiane) organizzazione che presentò all’allora governo Bonomi, un documento in cui chiedeva il suffragio universale, divenuto ormai inevitabile. Vi lavorarono con impegno e dedizione Palmiro Togliatti e Alcide De Gasperi. Finalmente, l’1 febbraio 1945 venne emanato il decreto legislativo luogotenenziale n. 23, che conferiva il diritto di voto a tutte le italiane che avessero almeno 21 anni. Le prime elezioni politiche a cui le donne parteciparono furono quelle del 2 giugno 1946 in occasione del Referendum istituzionale monarchia-repubblica. Inoltre vi saranno ben 5 donne fra l’elettorato incaricato di elaborare e proporre la Costituzione. Pronta e finita nel 1948, la Costituzione garantirà alle donne pari diritti e pari dignità in ogni campo.

È stato un percorso lungo e difficile, interrotto da quelle guerre in cui le donne si dimostrarono forti sostenitrici e complici degli uomini. Il voto se lo guadagnarono davvero. Dunque andare a votare vuol dire anche ricordarle e onorarle. Il loro impegno non può certo essere taciuto, e quindi esprimiamoci, urliamogli contro che ci siamo sempre state, oggi più che mai.