Versi e note soffiati dal vento ligure: ricordando Faber

marzo 3rd, 2018 | by Raffaella Pasciutti
Versi e note soffiati dal vento ligure: ricordando Faber
Cultura

“Io non conosco molto bene la lingua italiana…”

“E allora come riesce ad apprezzare le canzoni di De André, caratterizzate da testi molto elaborati e da numerose espressioni dialettali?”

“In realtà io non riesco a capire tutto ciò che canta, però mi basta sentire la sua voce per un momento, e subito dopo non posso fare a meno di ascoltare il resto nel brano.”

Pavia, ora di lezione universitaria del prof. Roberto Vecchioni: tutti gli studenti rimangono affascinati dal modo in cui il professore ricorda il compianto cantautore, a partire da questa conversazione, a cui aveva assistito, tra un nostro connazionale e una signora polacca. Da questo breve scambio di battute emerge chiaramente l’importanza di uno dei tratti distintivi del cantautore ligure: il timbro vocale. Profondo, rassicurante ed autoritario al tempo stesso, quel suono diventerà un suo stesso inconfondibile marchio.

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Nato a Genova il 18 febbraio 1940, Fabrizio De André, per gli amici Faber, scopre all’età di soli sei anni il suo vero amore per la musica: dapprima, per quella classica, vent’anni dopo, anche per quella rock. Costretto a trasferirsi in un luogo più sicuro della campagna astigiana, a causa della guerra mondiale, il bambino prodigio si diverte a dirigere orchestre immaginarie tra le mura del cascinale rivolgendosi alla propria famiglia. A otto anni il padre decide di iscriverlo a lezione di violino e, nel 1954, si avvicinerà anche alla chitarra, strumento dal quale diventerà inseparabile. Il genere musicale che lo affascinerà maggiormente e gli darà ispirazione durante la sua carriera è di origine francese, sia di ascendenza medioevale sia contemporanea. Sarà ancora una volta il padre, sempre più orgoglioso di Fabrizio, a regalargli due album di George Brassens, brillante chansonnier d’oltralpe, da cui Fabrizio apprenderà, tra le tante lezioni, quella sull’anarchia, sul rifiuto del potere costituito e sulla vicinanza agli ultimi.
Negli anni Sessanta, Genova rappresentava uno dei porti commerciali più rilevanti per l’economia italiana ed era una delle tre città che formavano il cosiddetto “triangolo industriale”. Tali premesse ci lasciano immaginare quanto fervore ci fosse tra i ristretti carruggi, le tipiche vie locali.
Proprio in quel decennio a Genova nacque un movimento di aggregazione che prenderà presto il nome di scuola genovese. Ne faranno parte alcuni giovani musicisti, cantanti e poeti; e tra gli angoli della città, nei locali per musica, nei teatri e lungo il mare si diffonderà la canzone d’autore italiana.
La produzione artistica di De André copre quarant’anni anni della sua esistenza; la sua produzione discografica è vasta e merita di essere conosciuta per molteplici motivi, tra i quali, forse il più importante, la profonda cultura di cui è impregnata. Dopo quel doloroso 11 gennaio 1999, Faber è diventato qualcosa di più. A farlo entrare nel mito ha senza dubbio contribuito l’usanza, già diffusa quando era ancora in vita, di inserire i suoi testi all’interno di antologie scolastiche, scelta legata soprattutto alle tematiche trattate dal cantautore genovese, considerate molto attuali e particolarmente alte per la forma canzone.
Tra le molte tematiche trattate, De André ebbe uno sguardo privilegiato per l’universo femminile, dotato a suo avviso di una caratteristica unica: la forza salvifica nei confronti dell’uomo. Determinata, arrogante, timida o protettiva, la donna di Faber incarna l’archetipo della madre, che si tratti di una prostituta o della stessa Madonna; in quanto madre, la donna, è depositaria di un amore profondo e dal valore salvifico. Amore sacro, amore profano. Questa riflessione la incontriamo nel libro Donne pensate come amore della studiosa Marianna Marcucci. Faber conoscerà i molteplici aspetti dell’essere donna, incontrando anche le prostitute di Via Prè e, soprattutto, di Via del Campo, luogo che ispirerà diverse canzoni del cantautore, dall’omonima Via del Campo fino a La città vecchia. La generazione di De André è cresciuta con la forte paura che, dopo l’ondata di benessere, ci sarebbe stata una nuova ricaduta nel passato; il futuro per i giovani all’epoca era un’incognita. La Buona Novella è il celebre album che consacra De André il cantante-poeta del sacro e del profano; si tratta di una riscrittura in chiave laico-politica dei Vangeli apocrifi, raccontati dal punto di vista umano e, in particolare, da quello di una donna, Maria. Protagonista è il Gesù-rivoluzionario, alter-ego per Faber degli ideali del ’68. Si tratta di un concept-album, vale a dire un album formato da un insieme di brani musicali legati da un fil rouge di carattere narrativo o tematico; le origini di questa forma narrativa risalgono alle antiche mitologie greche, o alle narrative medioevali e moderne, mentre a partire dagli anni ’60, soprattutto nel rock, si diffonde la narrazione musicale. De André è autore di uno dei primissimi concept-album italiani, Tutti morimmo a stento, pubblicato nel 1968 e scritto grazie all’ispirazione del poeta genovese Riccardo Mannerini.

Faber leggeva moltissimo, e traeva ispirazione da molte opere, letterarie e non; da qui la definizione di “saccheggiatore della letteratura”. Venne in particolare colpito da L’Antologia di Spoon River, capolavoro della letteratura americana di Edgar Lee Masters, pubblicato nel 1915 e arrivato in Italia grazie alla traduzione di Fernanda Pivano (figura con la quale Fabrizio stringerà un intensissimo legame di amicizia). La lettura della serie di epitaffi poetici di Masters porta il cantautore ligure a concepire l’album Non al denaro, non all’amore ne al cielo.

Il 2016 ha visto la città di Pavia protagonista della serie di eventi dedicati all’intramontabile De Andrè, di cui si è celebrata anche la collaborazione con Masters e la Pivano. Daniela Bonanni, Gipo Anfossi e gli altri soci di “Leggere Pavia”, in collaborazione con la Fondazione De André, hanno allestito una coinvolgente esposizione di materiali appartenenti all’artista, nonché un prezioso carteggio tra la Pivano e Cesare Pavese. Una serie di testimonianze di incontri con il cantautore sono inoltre state raccolte in un volume dal titolo La mia prima volta con De André: vi figurano autori di ogni età, da giovani studenti a professori, da musicisti, suoi colleghi, fino a medici, avvocati e scrittori.
De André ha sempre negato di essere un fabbricante di sogni: la sua indole rivoluzionaria desiderava soltanto raccontare quella che per lui era la verità nuda e cruda, la realtà del suo mondo, di tutto il mondo.