Paul Thomas Anderson è tornato: “Il filo nascosto”

febbraio 25th, 2018 | by Lorenzo Filippo Giardina
Paul Thomas Anderson è tornato: “Il filo nascosto”
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Candidato a sei Oscar (in attesa del 4 marzo), e insignito di plurimi riconoscimenti nel panorama cinematografico internazionale, il regista americano Paul Thomas Anderson, classe 1970, torna in sala (in Italia dal 22 febbraio) con il suo ottavo lungometraggio: Phantom thread. A tre anni da Inherent vice – Vizio di forma, Il filo nascosto  è uscito in U.S.A. nel novembre dell’anno scorso. La pellicola, dopo There will be blood – Il petroliere  (2007), vede nuovamente la collaborazione fra il cineasta natio di Studio City e l’attore britannico Daniel Day-Lewis, ormai sessantenne, uno degli interpreti più talentuosi e importanti del Cinema degli ultimi decenni, attivo principalmente dagli Anni ’80. L’attore con cittadinanza irlandese ha dichiarato che questa sarà la sua ultima interpretazione, facendo del film, a buon titolo, se non dovesse smentirsi, una sorta di (più che meritata e valida) eredità artistica.

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Il filo nascoto  non è un film facile di cui parlare, soprattutto se si vogliono evitare spoiler maldestri. È un film che va visto, assaporato, in cui immergersi. Per certo, la pellicola conferma Paul Thomas Anderson come uno degli autori più rilevanti ed interessanti del Cinema contemporaneo, che porta a compimento (forse) l’ennesimo capolavoro, di cui firma, oltre alla regia, anche la sceneggiatura (originale, come suo solito) e la fotografia.

Un’efficace commistione di scenografie, ambienti e costumi proietta lo spettatore nella Londra degli Anni ’50, per lo più negli spazi chiusi, eleganti quanto freddi, della casa del protagonista: Reynolds Woodcock, un celebre e geniale stilista, che, insieme all’austera ed impassibile sorella Cyril (magistrale l’attrice britannica Lesley Manville), si pone ai vertici della moda per l’alta società britannica. Interpretato con profondità ed intensità sorprendenti da Day-Lewis, il Signor Woodcock è uno scapolo impenitente ed abitudinario, che, come lui stesso afferma, non s’è mai sposato perché non saprebbe essere fedele. Un personaggio elegante, imperscrutabile, altero, maniacalmente dedito ad un’imprescindibile e ferrea routine giornaliera, e al suo lavoro, svolto direttamente tra le mura di casa, che diviene maison  stessa dell’artista.

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“Dentro l’imbottitura di un abito ci puoi nascondere qualsiasi cosa: segreti, monete, ricordi.”

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Il film prende vita nel momento in cui il Signor Woodcock incontra una musa ispiratrice, o, meglio, una nuova musa ispiratrice, forse: Alma, co-protagonista della pellicola (ottimamente interpretata dall’attrice lussemburghese Vicky Krieps).

Come in tutti i film del regista, l’oggetto precipuo dell’indagine, mascherato in questo caso da un apparente dramma romantico, è l’Uomo, e il suo passato, fra psiche del singolo e relazioni. La pellicola, in due ore e dieci minuti, similmente forse a quanto fatto con The Master (2012), tratteggia lentamente un viaggio nell’insondabilità della relazione fra i due protagonisti. Un perscorso sofferto, fra vuoti e distanze abissali. A reggere l’intero film, infatti, è il dualismo manicheo fra l’amore di Alma e la chiusura respingente del Signor Woodcock, tetragono, abbarbicato ed inavvertibile. Come il Signor Woodcock tesse i suoi abiti, che diventano superficie dell’animo, trascendendo il materiale stesso di cui sono composti, Anderson tesse le maglie di un racconto intenso, che parte dalla superficie, dal visibile, per scavare nel profondo della psiche umana, fra fantasmi e passati nascosti, come i messagi, i segreti, che il protagonista cuce nei lembi dei suoi vestiti.

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“I want you flat on your back; helpless, tender, open with only me to help. And then I want you strong again. You’re not going to die. You might wish you’re going to die, but you’re not going to. You need to settle down a little.”

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La colonna sonora, composta da Jonny Greenwood (chitarrista solista dei Radiohead, e già più volte collaboratore di Anderson), non si limita a confezionare e suggellare la pellicola, bensì, quasi ininterrotta, la incalza, diviene parte integrante della narrazione, permeando i dialoghi, le scene, gli spazi. Una realizzazione misuratissima ed impeccabile, dal ritmo sempre bilanciato, forte di una sceneggiatura rigorosa ed essenziale, che non scade mai nella banalità pleonastica di un racconto che non dev’essere confuso con la love-story canonica. Forse, una delle prove registiche più mature di Anderson, la cui camera  incontra un’eleganza solida e sontuosa, come sontuosi sono i vestiti del Signor Woodcok, pur non perdendo i suoi tratti distintivi, esaltati dalla prevalenza di spazi chiusi: continui close-up e brevi ed incessanti piani sequenza, movimenti di macchina intimi, che indugiano, quasi erotici nel descrivere il rapporto del protagonista con le sue creazioni. Una regia che permette a sguardi, corpi e movimenti di parlare. Anderson è stato capace di confezionare un’opera “vecchio stile”, colta e consapevole di un preciso passato cinematografico, in cui ritroviamo, in primis, artisti come Hitchcock e Truffaut (dichiarati autori di riferimento nel lavoro del regista americano), nonché, soprattutto, il Cinema di Kubrick, di cui vengono assorbite e riprese le geometrie e le atmofere.

Il filo nascosto è un film forse perfetto, nel suo genere e nei suoi intenti, che vede anche il ritorno di Anderson all’utilizzo della pellicola 35 mm, foriera di una grana densa, ieratica, in uno sposalizio impeccabile, insieme alla fotografia, fra clima della messinscena e ambientazione.

Il filo nascosto  è una storia patinata che si fa lucidamente sguardo sull’essenza dell’Io, del conoscersi, dell’Amore come Morte stessa, in una composizione agrodolce e smarrente, che non è null’altro se non intrinseca umanità.

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