Il Teatro della Memoria, di Davel Puente Hoces, al Teatro Volta: “Le Fumiste”

febbraio 25th, 2018 | by Brunella D'Andrea
Il Teatro della Memoria, di Davel Puente Hoces, al Teatro Volta: “Le Fumiste”
Birdmen

Ringrazio il Teatro Volta e la sapiente organizzazione dell’associazione CLAPS – Spettacolo dal vivo per aver permesso a Pavia la messa in scena di un esperimento travolgente e ricco di sfumature come Le Fumiste, ideato e realizzato dall’attore e giocoliere spagnolo Davel Puente Hoces.

Come dichiara alla fine dello spettacolo, rispondendo cordialmente a tutte le domande del pubblico, il suo percorso lavorativo e biografico ha sempre avuto del “peculiare”: formatosi all’interno di un ambiente circense, il ragazzo ha fatto per vent’anni il lavoro del giocoliere, alternandosi tra un’occupazione e l’altra. Si è mosso su scala internazionale, vivendo per un periodo persino in Giappone, per poi, all’interno di una ricerca personale di un tipo di spettacolarità che non fosse solo “gesto meccanico”, inserire nelle sue performances la pregnanza emotiva di un testo attoriale, e giungere alla realizzazione (elaborazione graduale della durata di 4 anni) de Le Fumiste.

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Si apre il sipario: odori pungenti, oggetti in ordine sparso e un simpatico ometto dal forte accento iberico gettano sul pubblico un’aria domestica, familiare e bambinesca. Tutto prende piede con naturalezza: nei gesti e nelle parole dell’attore si assapora proprio l’ingenuità che la nostra parte inconscia – che ci si propone di evocare – rappresenta.

Davel presenta al pubblico l’interiorità umana trasformata esplicitamente in oggetti messi sul palco: “Le Fumiste” perché a farci compagnia, insieme ad una scenografia peculiare condita da luci giallastre, ci sono una serie di bocce di vetro riempite dal fumo “dei ricordi”, con cui Davel gioca con maestria impressionante, regalando al pubblico brillanti numeri di giocoleria che si legano coerentemente al testo attoriale. Ma non ci si limita a un insieme di bocce di vetro piene di fumo lanciate in aria: quello che l’attore intraprende con gli oggetti della sua scena sembra un rapporto a tu per tu masticato, vissuto, interiorizzato; la quantità di oggetti (bastoni, giacche, ganci, cappelli, valigie, mobili, fogli) quasi può sembrare eccessiva e superflua, ma è paradossalmente necessaria. A fargli compagnia sono personaggi che prendono vita proprio da questi oggetti, con cui il pubblico si relaziona come se fossero davvero animati, perché così vuole Davel, perché così riesce Davel.

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È un’amalgama scoppiettante, dal ritmo veloce e profondamente coinvolgente, con cui lo spettatore prende con piacere confidenza; Davel racconta la sua storia ma al contempo stuzzica il pubblico evocando sensazioni talmente infantili e inconsce da essere universali, da riguardarci personalmente: l’impossibilità di staccarsi da un ricordo negativo, l’aspettativa esagerata all’accorrere di un evento, il rapporto con i nonni, la prima fidanzatina e l’imbarazzo della prima dichiarazione. È un insieme eccessivo, provocatorio, spettacolare: il pubblico resta estasiato dalla potenza d’immagine che l’uomo riesce ad evocare e non trattiene gli applausi tra una scena e l’altra.

I numeri di giocolieria e magia entusiasmano i bambini e la profondità del messaggio esistenziale mette gli adulti faccia a faccia con gli scheletri nell’armadio che un simpaticissimo giocoliere spagnolo riesce a tirare fuori. Lo spettacolo non può che dirsi magistralmente riuscito.