Inchiostro a volontà 2017- “Morto in un esperimento sbagliato”

febbraio 16th, 2018 | by Redazione Online
Inchiostro a volontà 2017- “Morto in un esperimento sbagliato”
Concorsi

di Matteo Paralovo

 

È incredibile come il pulviscolo voli, tra i raggi del sole filtrati dalle dieci sbarre alla finestra, senza fare rumore. Vorrei essere zitto zitto come lui per scappare senza dar fastidio alle guardie. Fabrizio crede che io sia un pazzo, ma ogni volta che me lo dice io rispondo

-e chi non lo è? – portando le mani come in un “Padre nostro”. La stanza è piccina ma il materasso è comodo e la mia schiena non ha bisogno di altro. Ricordo che a casa le doghe del letto erano rotte e che ogni muscolo era contratto. In effetti sarebbe una pazzia giocarmi questa nuvola su rete metallica per tornare in quella merda su cinque assi fracassate. La camera non ha nulla se non il letto, una sedia con tavolo, una finestrella che mi lascia strisce di cielo da ritagliare con gli occhi e le pareti. Le tre pareti mi torturano ogni giorno con il seguente dubbio: proteggono la gente “per bene” dal sottoscritto o conservano me dalla gente detta “per bene”? Quel che ho imparato qui è che i concetti di peccato, criminale e colpevole sono astratti come un Kandinskij.

Gesù lo diceva a quei tonti di scagliar sassi solo se senza peccato; ma questo non bastò a fermare l’intifada. -tu sei pazzo- insiste Fabrizio dalla stanza di fronte.

-e chi non lo è? –

-devi piantarla con ste minchiate-

Fabri è scontroso, ma non è sempre stato di questo pessimo umore. Sua moglie non viene a fargli visita da… cosa sono? sei mesi? Sette. sono sette mesi che non fa visita. In realtà è un romantico, ed è anche un tipo molto intelligente. C’ha la laurea in chimica e qui tutti lo chiamano Dottore. -senti, io la smetto di tormentarti, però tu metti su il caffè-

Io invece avevo un bar nella zona Navigli. Era un gran locale, con cinque sgabelli al bancone, sei tavolini interni e altri cinque fuori. Da giovane ci lavoravo con papà, ma poi, quando è morto, è passato tutto a me. E l’ho perso. Come faccio a servire un espresso da questa piccola stanzetta? -tra cinque minuti aprono e metto su-

-prepara le tazzine almeno-va bene- sbuffa.

Come mai sono dentro? La domanda è legata morbosamente alla risposta “io sono innocente”, e voglio lasciare che suoni cacofonicamente tra le mie labbra dietro queste sbarre. Tanto suonerebbe così anche tra quelle di chiunque altro là fuori.  -puttana porca!- l’esclamazione segue il suono desolante di un armadietto richiudersi

-che hai fatto? –

-non ho più bicchierini- le ceramiche sono pericolose in mani di pericolosi, così i bicchierini di plastica vanno più che bene. Se ci sono.

-perché non ci sono più?-

-perchè li avrò buttati?- con lo sguardo spalancato che cammina a braccetto con l’ovvietà -E per quale motivo? Scuote la testa -mi sono scordato di lavarli per un paio di giorni e ho dovuto buttarli tanto che erano vonci-d’accordo, vado da Mario a prenderne un paio-

-invita anche lui-

-sia fatta la tua volontà-

Molta gente pensa che qui il tempo scorra lento. “senza niente da fare come riuscite a non impazzire?” chi pone queste domande vuol dire che è già pazzo. In realtà il tempo è come una manciata di fumo quaggiù. Senza nulla da fare, solite facce, solite cose, un giorno dura un minuto, ed una settimana dura un giorno. Solo una liturgia ci salva. Quella sacra caffettiera sulla fiamma dolce del fornello a gas. Non esiste sbarra, non esiste monotonia, non esiste codice penale, non esiste teoria della relatività, non esiste nulla che possa diluire il tempo come una caffettiera sul fuoco. Il piacere di guadagnare tempo. La metti sul fuoco e sai che hai tempo per parlare, fissare il vuoto, pensare. Hai tempo finché il caffè è nella tazza. Ma che ne sanno loro. Loro che ingurgitano a shot il loro tempo. È un paradosso. L’ora di “libertà”. Vado e torno da Fabri con Mario e tre bicchierini di plastica. Ci sediamo.

-lo sapevate che i fuochi fatui…- inizia a parlare di incomprensibili cose. Se non fosse qua sarebbe di certo morto in un esperimento sbagliato. Finisce di avvitare la moka -è per questo che non sono veri fuochi-.

La fiamma fa solletico all’attesa e noi tre si aspetta nel casalingo brusio di voci che comunicano. Fin quando in un gargarismo amaro-notte affiora il profumatissimo aroma, fin quando rimane uno specchio nero a consolarmi, fin quando gli accordi economici danno stabilità al prezzo del prodotto Colombiano d’esportazione per eccellenza e ne consentono un’ampia accessibilità per il consumo, io avrò tempo. La libertà è un sorso. Ahhh… arabica.