Tra brivido e commedia al Fraschini, con Agatha Christie

febbraio 12th, 2018 | by Luca Carotenuto
Tra brivido e commedia al Fraschini, con Agatha Christie
Birdmen

Prima erano negretti, poi per il grande pubblico divennero indiani. Ma fra i dieci invitati del signor U.N. Owen ce n’è solo uno che fa l’indiano mentre gli altri sono “soldatini”. Comincia così, con questa presa di coscienza di un linguaggio sempre più neutro, l’adattamento teatrale di Dieci piccoli Indiani (pubblicato per la prima volta nel 1939) di Agatha Christie andato in scena al Fraschini il 9, 10 e 11 febbraio. Quella che è senz’altro l’opera più famosa della scrittrice britannica e probabilmente la più emblematica del genere thriller, rivive a teatro in una versione diretta dal regista spagnolo Ricard Reguant. Una versione convincente e fedele all’opera originale sebbene con qualche stonatura di troppo verso la commedia.

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Lo spettacolo inizia ben prima dello spegnimento delle luci, con un suono di gabbiani e di sciabordio delle onde di indubbio effetto scenico. Il richiamo agli spettatori di prendere posto risulta così quasi un ironico parallelo al fonografo che preannuncia ai protagonisti il loro destino. La vicenda si svolge per intero nel salone principale della villa, dove al centro si erge una imponente colonna con sopra incisa la macabra filastrocca e circondata dalle statue dei soldatini. I protagonisti entrano in scena a turno, preceduti dalle loro rispettive estroversioni caratteriali: Il sorriso smagliante di Marston (Tommaso Minniti), il malinconico passo del dottor Armstrong (Carlo Simoni) la stantia eppure marmorea presenza di Madame Brent (una magistrale Ivana Monti). Parlavamo però di stonature, e nello specifico di stonature comiche al limite del grottesco specialmente nei personaggi di Blore (Mattia Sbragia) e del capitano Lombard (Pietro Bontempo) i quali fungono all’occorrenza da sollievo in una vicenda che soltanto un paio di volte raggiunge livelli palpabili di tensione, in particolare il secondo quando, durante il secondo atto, parodia la filastrocca in preda a un panico nervoso.

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Non c’è dubbio quindi che questa versione di Dieci Piccoli Indiani risenta talvolta eccessivamente degli echi comici con i quali il regista ha voluto ammorbidire la vicenda eppure non si tratta certo di una parodia quella di Reguant bensì di una trasposizione che specialmente nel secondo atto svela al meglio tutta la propria vertiginosa spirale tipica del delitto a camera chiusa doppia. Le luci, i suoni e ancora di più gli effetti di scena colpiscono nel vivo lo spettatore che si sia lasciato incautamente cullare dai virtuosismi comici e l’effetto è di puro brivido. Ma il vero fiore all’occhiello dello spettacolo è la filastrocca stessa, recitata macabramente ad ogni decesso da un coro di voci fanciullesco, disturbante e cantilenante. Non si può poi non rimanere impressionati dalla cura del regista nell’aver saputo disporre ottimamente dello spazio di scena, concedendo ad ogni personaggio il proprio fuoco narrativo, definendoli anche in una personale cornice cromatica che ha il sapore del flashback più intimo nei passaggi autobiografici. In questo modo commedia e dramma si amalgamano in una miscela ben riuscita di brivido e tensione alla fine della quale, a differenza della prima trasposizione teatrale a cura dell’autrice stessa del 1943, non ne rimane più nessuno.

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