4 febbraio: perché ricordare Pietro Sanua

febbraio 4th, 2018 | by Luca Carotenuto
4 febbraio: perché ricordare Pietro Sanua
Attualità

Se aveste chiesto nell’hinterland milanese fino al 2010 chi fosse Pietro Sanua, vi avrebbero risposto, almeno chi lo conosceva che Pietro era un commerciante, un venditore ambulante, ucciso a Corsico il 4 febbraio 1995 probabilmente per motivi passionali. Dal 2010 però cambia qualcosa e il suo nome, ma soprattutto la sua storia, comincia a essere più conosciuta, studiata e riesaminata. Una storia che ogni anno il 4 febbraio a Corsico la cittadinanza, insieme a Libera, ricorda. Una storia di mafia e corruzione ma anche di integrità, come ci racconta suo figlio Lorenzo:

Perché tuo padre è stato ucciso?

Mio padre era un commerciante, un venditore ambulante un po’ anomalo perché era onesto. Aveva a cuore le problematiche degli altri e per questo era diventato un sindacalista, prima segretario e poi presidente dell’ANVA (Associazione Nazionale Venditori Ambulanti) per la provincia di Milano. Provò anche a importare il modello associativo di SOS Impresa a Milano, fondandone una sede e si occupava dei problemi del settore dell’ambulantato. I mercati itineranti hanno bisogno di licenza e assegnazioni. Mio padre partecipava alle assegnazioni dei chioschi di fiori davanti ai cimiteri, per il giorno dei morti oppure delle bancarelle delle castagne di fronte a San Siro. Come rappresentante e presidente di categoria seguiva da vicino le dinamiche per le assegnazioni di quei posti. Mio padre capì che c’era qualcosa che non andava quando certe persone ricevevano sempre gli stessi posti. Fu così che un giorno un suo carissimo amico fiorista venne da lui e gli disse che non aveva ottenuto il posto davanti al cimitero. Lo sbigottimento di mio padre era comprensibile dato che le assegnazioni ancora non erano state fatte ufficialmente e non si capacitava di come potesse esserne così sicuro. In un certo senso è da lì che ha avuto inizio il suo calvario. Perché voleva fare chiarezza e denunciare il malaffare. Mio padre è stato ucciso a Corsico in un momento difficile. Milano si stava faticosamente riprendendo da Tangentopoli e Mani Pulite e l’Italia tutta era ancora scossa dalle stragi. Ma non si andò a indagare nelle dinamiche sindacali ma ci si limitò alla sola schiera famigliare e non si entrò nel merito di quello che faceva.

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In effetti per qualche tempo è circolata la voce che tuo papà fosse stato ucciso per questioni sentimentali. Quanto tempo è durata questa nomea?

Si trattava di un’ipotesi degli inquirenti sulla sua vita famigliare. Un capro espiatorio per giustificare le indagini in quella direzione. Si erano quindi inventati i presupposti secondo i quali mio padre avesse avuto una relazione con la moglie di un boss. Ma la verità è che mio padre non aveva il tempo né conseguentemente l’opportunità per avere un’amante. Era sempre impegnato tra lavoro e impegni sindacali. Chiaramente le indagini in quel campo non portarono a nulla. Un altro filone di indagini sosteneva che mio padre, poiché aveva avuto un diverbio a Buccinasco con un signore la cui moglie era una Morabito, fosse stato ucciso per un posto non assegnato. Ma era molto di più di questo. Mio padre non è stato ucciso per un posto ma perché stava denunciando un intero sistema di illeciti. Dopo la morte di mio padre molte cose cambiarono, non c’era più una figura carismatica e di riferimento come lui nel sindacato. Era uno che andava in giro con la schiena dritta in un territorio notoriamente governato prima da Cosa Nostra e poi dall’ndrangheta. Io penso che i mandanti abbiano dovuto chiedere il permesso a chi era più in alto di loro per farlo in quel momento e in quel luogo. E questo lo penso perché era tutto troppo organizzato. Quella mattina infatti li spiazzammo all’inizio perché uscimmo prima del solito e per questo non riuscirono a seguirci subito. Ma a 500 metri dal mercato avevano già un’altra macchina pronta per un eventuale piano B ed è stata infatti quella Punto che ha fatto l’inversione a U davanti a noi.

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23 anni senza ancora un nome dell’esecutore materiale e un mandante. Sentite che le istituzioni, in questo senso, vi stiano aiutando o che vi abbiano abbandonati a voi stessi?

Premetto che io ho sempre piena fiducia nelle istituzioni. Consideriamo che all’epoca in cui hanno ammazzato mio padre, c’erano qualcosa come 100 omicidi all’anno a Milano, oggi all’incirca una ventina. Questo anche grazie al supporto di ausili tecnologici come le telecamere di sorveglianza che sicuramente allora avrebbero fatto molto comodo per le indagini. Ma all’epoca la stessa Confesercenti non ne parlava. In 10 anni, dal 2000 al 2010, ci sono stati molti più pentiti di mafia a Milano, circa 200. Peccato che a questi pentiti, poliziotti e magistrati il nome di Sanua Pietro non gliel’hanno mai fatto. Si ricominciò a parlare nel 2010 grazie all’associazione Libera che, confesso, prima di allora non conoscevo a e Nando dalla Chiesa che nel 2010 volle inserire il nome nell’elenco delle vittime di mafia innocenti che ogni 21 marzo Libera legge nelle piazze italiane. Ma per molti anni siamo stati da soli e ora anche grazie a Libera il suo nome è tornato sulle cronache dei giornali e alcuni membri delle istituzioni ci stanno seguendo.

La mafia al nord è una realtà, ma secondo te quanto effettivamente è percepita?

Ritengo che dalla stragrande maggioranza delle persone non sia percepita anche se la si respira dappertutto, nei bar, nei ristoranti, nelle scuole: sono ovunque. Finché non ci rendiamo noi cittadini parte di una società attiva continueremo a fare molta fatica. La mafia ha cambiato modo di agire, entra nelle amministrazioni nei palazzi, entra dove ci sono i soldi e con i suoi modi, diciamo, così “poco ortodossi” riesce a fare i suoi interessi. E l’interesse è sempre uno, sempre lo stesso: fare soldi. Dire o pensare: “Ma tanto non ci appartiene, tanto non ci riguarda” è dannoso per gli altri ma prima ancora per sé stessi. Nei media ultimamente devo riconoscere che ne stanno parlando di più e sono contento di questo. I nostri politici parlano di mafia ma il più delle volte per fare campagna elettorale. A me viene in mente quello che diceva Caponnetto: la mafia la puoi sconfiggere in due modi: la prima con l’applicazione della legge 109/96 (e cioè confiscare i beni e riassegnarli all’uso sociale) e la seconda è la cultura, non si può sconfiggere la mafia senza conoscerla. Un solo uomo non può fare la differenza così come non si può delegare la responsabilità solo a una parte della cittadinanza ma tutti dobbiamo diventare parte attiva del cambiamento.