Dialogo con Paul Celan e un ragazzo tedesco

febbraio 2nd, 2018 | by Irene Marchi
Dialogo con Paul Celan e un ragazzo tedesco
Attualità

Der Tod ist ein Meister aus Deutschland sein Auge ist blau”

(La morte è maestra in Germania, i suoi occhi sono blu)

Todesfuge (Fuga di morte) nacque dalla penna di Paul Celan in accesa polemica con l’affermazione del filosofo Theodor Adorno secondo il quale scrivere una poesia dopo Auschwitz sarebbe stato un atto di barbarie. Secondo quanto confessò l’autore stesso, il componimento è un dialogo fra un se stesso alla deriva e un ascoltatore immaginario. O meglio, ideale. All’indomani della fine della Seconda guerra mondiale, la fiducia nel futuro e la volontà di ricominciare si tradussero in una sorda indifferenza verso gli spettri del passato. Nessuno sembrava interessato alla testimonianza di chi aveva avuto esperienza dei campi di concentramento e il grido di dolore e d’accusa di Celan pareva non essere recepito.

A distanza di qualche anno, il successo arrivò e l’autore acquistò una fama internazionale. Ciò non fu sufficiente, però, a placare la propria inquietudine: la vasta diffusione delle sue opere, soprattutto in Germania, venne considerata la conseguenza del desiderio di mettersi a posto la coscienza attraverso la penitenza delle letture. L’intera sua opera, trasformatasi in uno strumento di sublimazione della tragedia vissuta, mirava a difendere la memoria di ciò che era accaduto, in un costante rimbombo di parole e immagini. Ma il mondo era risorto seppellendo frettolosamente gli orrori e si muoveva a una velocità che Celan non era in grado di sostenere. Nella notte fra il 19 e il 20 aprile del 1970, si buttò nella Senna.

La sua lirica più famosa contiene, ripetuta più volte, un’inquietante caratterizzazione della morte, dotata di occhi blu, un tipico tratto tedesco. L’accusa nei confronti della Germania si spinge addirittura fino al timore che le proprie opere assumano un effetto di purificazione. Le opere di Celan ruotano intorno al tema cardine della memoria, unico riflesso di giustizia verso le vittime dell’Olocausto. Una giustizia che deve essere rispettata di generazione in generazione, dai diretti responsabili a coloro che si muoveranno nel futuro.

celan

«La maggior parte dei tedeschi non dà grande attenzione al Giorno della memoria perché non lo ritiene necessario.»

Queste sono le parole di un ragazzo tedesco di 19 anni, Michael Kukuck. I notiziari sottolineano di quale occasione si tratta e danno informazioni sull’Olocausto, ma niente di più. «I tedeschi non si sentono veramente diversi dagli altri. Non siamo nazisti o antisemiti.» afferma Michael. La ragione di questo distacco non è infatti un rimasuglio di fedeltà all’ideologia nazista, ma quello che potremmo definire un insieme di pragmatismo e concretezza. E per comprendere questa visione è utile ricordare la storia recente della Germania.

Le elezioni del settembre 2017 hanno sancito l’ascesa di Alternative für Deutschland (AfD), giunta ad essere la terza forza politica del Paese. Il gruppo di estrema destra, che i cittadini tedeschi avrebbero votato soprattutto per protestare contro l’attuale governo, secondo una ricerca condotta dal giornale Die Zeit, si sta insediando in buona parte delle istituzioni 16742461_303pubbliche. Fra queste, risulta paradossale la volontà dell’AfD di avvalersi dell’opportunità di entrare a far parte del direttivo della Fondazione che gestisce il monumento alla memoria. A suscitare maggiore sconcerto è anche il dato che l’opera dedicata alle vittime dell’Olocausto è già finita nel mirino di alcuni membri dell’AfD, i quali l’hanno definita “monumento della vergogna”.

«Purtroppo, abbiamo un problema con i partiti di destra che guadagnano sempre più consenso tra i cittadini, ma li combattiamo non con singole giornate celebrative, ma attraverso discussioni giornaliere.»

Due epoche diverse, due diverse concezioni della memoria. Ciò che accomuna queste due figure è la madrelingua tedesca. Il 27 gennaio non era ancora stato scelto come giornata di commemorazione, ma mi domando come avrebbe reagito Paul Celan. Credo che avrebbe potuto rispecchiare quell’esigenza del ricordare a lui tanto cara: un rintocco funebre che, di anno in anno, invita alla riflessione. Il 27 gennaio è invece una realtà ben sentita ai giorni nostri, ma Michael non la considera così importante, forse perché lo stabilire una data trasforma la memoria in un rituale svuotato del proprio significato. In un momento di allarme, ritiene più importante impegnarsi nel quotidiano affinché ciò che è stato non possa ripetersi.

La dissonanza di queste opinioni non è da considerarsi un fattore negativo. Non si è verificata un’involuzione, ma un adattamento del pensiero a nuove circostanze. Non sapremo mai come si sarebbe concluso un dialogo fra questi diversi punti di vista. Quello che è certo, è che non importa il modo in cui si ricordi l’Olocausto, ma l’impegno affinché non venga cancellato.