Laudate hominem: “Principe Libero”

gennaio 24th, 2018 | by Stefano Bresciani
Laudate hominem: “Principe Libero”
Birdmen

Diciannove anni. Tanto ci è voluto per poter pensare, produrre, girare e fare uscire un film (o per meglio dire uno sceneggiato) su Fabrizio De André. Uno dei pilastri della canzone italiana del secondo novecento, probabilmente il cantautore più popolare e conosciuto, ancora oggi, da generazioni diverse. Una potenza, quella del suo messaggio, davvero trasversale, che tocca corde intime e universali al contempo, e che ne fa, ancora oggi, uno degli artisti musicali più discussi e amati del nostro paese. La domanda non può quindi che venire spontanea: c’era davvero bisogno, a quasi vent’anni dalla sua scomparsa, di fare della sua vita un film biografico? La risposta a questa prima domanda, per me, è no. E questo Principe Libero, diretto da tale Luca Facchini, è quindi un’operazione malriuscita e inutile? Anche in questo caso, mi viene da dire di no. Ad un primo sguardo, queste sembrano due affermazioni che si contraddicono, ma penso che analizzando ciò che per me significano, il quadro risulterà più chiaro.

Lo sceneggiato, o fiction, prodotto dalla Rai, non è, innanzitutto, pensato per il cinema; la lunghissima durata ne fa infatti un film pachidermico, che poco si adatta ad un’unica, organica visione,e che penso si potrebbe godere di più nelle due puntate in cui verrà diviso e trasmesso dalle reti nazionali. Tanto materiale gettato in questo calderone, a sua volta selezionato in base a delle scelte narrative ben precise, e, a mio parere, non sempre azzeccate: l’opera prende in esame un periodo lunghissimo, quasi di un’intera vita, considerando che parte con la rappresentazione di un De André ragazzino fino a mostrarci il primo periodo della sua vecchiaia. Troppi avvenimenti e situazioni, a volte solo accennate, che alla fine rendono la scansione del film quasi episodica, per non dire disomogenea. C’è da dire che il rischio dell’agiografia è pienamente scongiurato, poiché l’opera ci restituisce il ritratto di un’umanità tormentata, in primis, rispetto al ritratto artistico; basti pensare ai lati, anche foschi, della vita del cantautore che vengono più volte messi in risalto. Rimane, in tutti i casi, una sensazione di distanza dallo spirito autentico del personaggio, proprio a fronte degli aspetti che sono stati sacrificati e che invece potevano risultare molto interessanti (come, ad esempio, quello politico). Quella che ci viene presentata è più una rassegna della vita sentimentale di De André, del rapporto che intraprende con i suoi affetti, familiari e coniugali, l’aspetto prettamente “da fiction” che rende appunto questo un lavoro non definitivo né, come si accennava all’inizio, strettamente necessario. E ciò non tanto in virtù del fatto che dalla scomparsa di Faber sono passati solo vent’anni, quanto per la natura stessa di un’esistenza che io trovo tutto fuorché votata alla spettacolarizzazione.

Se alcune scene, se non interi spezzoni di film risultano ben fatti, nel senso di gradevoli a vedersi e stimolanti da ascoltare (su tutti quello del rapimento in Gallura), altri peccano di montaggi sonori inopportuni e messe in scena esasperatamente televisive (intendendo, sia chiaro, lo stile televisivo e seriale nostrano). Penso che il film verrà ricordato, più che altro, per l’interpretazione di Luca Marinelli, uno dei talenti nostrani più in vista negli ultimi anni e che non risulta quasi mai inopportuno, fisico scultoreo e occhioni cerulei a parte.

In definitiva, questa operazione non servirà certo ad invogliare, da sola, nuove generazioni ad avvicinarsi a Fabrizio De André; d’altro canto, per coloro che già lo amano e l’hanno amato nel corso della loro vita, potrà risultare un tributo rispettoso, sicuramente non straordinario come invece lo è stata l’opera musicale del genovese. Da questa considerazione emerge il mio giudizio scettico riguardo all’utilità di fondo di un’operazione che, sia chiaro, non mi sento di bocciare in toto, proprio per la sua ampia fruizione da parte di un pubblico vasto e differenziato. Che va a confermare quell’aura di simbolo e di guida che, inevitabilmente, il personaggio di De André è venuto assumendo nel corso degli anni, per i giovani e i meno giovani italiani.